L’allargamento dell’Unione europea ai Balcani occidentali è tornato al centro della partita geopolitica del continente. Per Bruxelles, la regione non rappresenta solamente un dossier tecnico rimasto a lungo impantanato tra lentezze procedurali e ambiguità politiche, ma uno spazio strategico in cui si misura la capacità dell’UE di stabilizzare il proprio vicinato in una fase segnata dal ritorno della guerra in Europa, dalla pressione russa e da un contesto internazionale che vede gli Stati Uniti sempre più in contrapposizione con gli interessi UE. Per i Paesi candidati, invece, il percorso verso l’adesione continua a essere una corsa irregolare, segnata da ambizioni europee, riforme accelerate, resistenze interne e fragilità che ancora rallentano il cammino.

La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina nel 2022 ha cambiato anche il peso politico dei Balcani occidentali nello sguardo europeo. In una fase in cui l’Unione è chiamata a ripensare la propria sicurezza, la propria proiezione esterna e la tenuta del proprio spazio politico, la regione è tornata a essere osservata non solo per ciò che promette in termini di integrazione, ma anche per ciò che rischia di rappresentare se lasciata in una zona grigia: un terreno esposto a influenze esterne, tensioni irrisolte e instabilità croniche. In questo contesto il dossier Balcani occidentali viene oggi riletto sempre più come una questione di sicurezza politica, oltre che di convergenza normativa.

All’interno di questo scenario si inserisce il reportage di Focus Europe tra Albania, Montenegro, Serbia e Kosovo. L’obiettivo non è soltanto raccontare a che punto siano i negoziati, ma capire che cosa significhi davvero, sul terreno, avvicinarsi all’Unione europea: quali riforme vengano chieste, con quale velocità vengano portate avanti, quali resistenze emergano nelle società e quanto l’idea d’Europa riesca ancora a mobilitare consenso politico e civile in un’area dove le pressioni geopolitiche si intrecciano con problemi istituzionali mai del tutto risolti.

I primi tasselli di questo lavoro mostrano già traiettorie differenti. In Albania, il governo rivendica un’accelerazione decisa sul negoziato di adesione e punta a chiudere i capitoli entro il 2027, ma questa spinta solleva interrogativi sul metodo, sui tempi della produzione legislativa e sul rischio che la velocità prevalga sulla qualità del processo riformatore. In Montenegro, invece, l’immagine è quella di un Paese che si percepisce ormai vicino al traguardo e prova a presentarsi come il candidato più pronto a entrare nell’Unione, pur dovendo ancora consolidare sul piano politico e sociale il significato di questo passaggio.

In controluce emerge una questione comune a tutta la regione: l’adesione all’UE non si misura solo nei cluster aperti o nei capitoli chiusi, ma anche nella capacità dei governi di trasformare il percorso europeo in un progetto comprensibile e condiviso dai cittadini. È su questo crinale, tra diplomazia, riforme, consenso interno e competizione geopolitica, che si muove il nostro speciale.

Gli articoli che seguono proveranno a raccontare i Balcani occidentali non come una periferia sospesa dell’Europa, ma come uno dei luoghi in cui si gioca una parte sempre più rilevante del suo futuro politico.

Leggi gli articoli del nostro Special Report sui Balcani occidentali

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*Reportage a cura di Sara Bertolli e Cesare Ceccato.

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