Nel corso del reportage dai Balcani occidentali, Focus Europe ha intervistato Goran Ješić, politico di lunga data del Partito Democratico serbo ed ex vice primo ministro nel governo provinciale del Vojvodina. Un anno e mezzo fa, insieme ad altri politici e attivisti, Ješić ha dato via al movimento Solidarnost, di ispirazione socialdemocratica.
La data di nascita del movimento è il 5 novembre 2024, quando Ješić fu fermato dalla polizia e condotto in carcere per aver tentato di impedire l’arresto di studenti che manifestavano contro il governo, ritenuto simbolo della corruzione del Paese, e quindi colpevole del crollo di una tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad che uccise 16 persone. La stazione era stata quasi completamente ristrutturata poco tempo prima, e sui lavori non c’è mai stata piena trasparenza.
Qual è stata la prima reazione della politica e dei cittadini al crollo della tettoia nella stazione di Novi Sad?
La stazione di Novi Sad è sulla tratta Budapest-Vienna, esiste dal 1962 e ha sempre funzionato, non c’era un reale bisogno di ristrutturarla nel 2021, tutto è derivato dalla volontà del Partito Progressista Serbo (SNS), del presidente Aleksandar Vučić. Quel partito nasce da persone che facevano precedentemente parte del Partito Radicale Serbo (SRS), che coinvolgeva criminali di guerra, gente che ha tentato operazioni di pulizia etnica nel Vojvodina, e che è sempre stato soggetto a corruzione. Insomma, so chi era Vučić prima che diventasse Vučić, a qualcuno piace, qualcun altro lo ha dimenticato e visto come qualcosa di nuovo dati i buoni rapporti che, una volta diventato presidente, ha tessuto con personalità come Angela Merkel.
In quegli ambienti, la corruzione e il riciclaggio di denaro sono sempre stati parte integrante. Corruzione dopo corruzione, è normale che qualcosa prima o poi vada storto, e nel caso della Serbia è stato l’omicidio delle 16 persone rimaste sotto la tettoia della stazione di Novi Sad. Il fatto che sia accaduto proprio in questa città, che è storicamente una città socialdemocratica, ha fatto sì che da subito si scatenassero forti manifestazioni contro la corruzione e contro Vučić. Il 5 novembre, c’erano in piazza tra le 25.000 e le 30.000 persone, circa il 10% degli abitanti di Novi Sad.
Il governo ha reagito con fare autoritario. Normalmente i manifestanti arrestati in Serbia vengono trattenuti nelle stazioni di polizia per 10, 20 ore, non di più, e poi rilasciati. Queste manifestazioni hanno visto detenzioni in carcere fino a 6 mesi, è la prima volta che accade, ed è la prima volta che la polizia entra all’università. Non è accaduto nemmeno ai tempi di Slobodan Milošević. La situazione ora è brutta, davvero brutta. La polizia mandata a contrastare i manifestanti è supportata dagli hooligans e dai servizi segreti, il cui sistema deriva da quello comunista. Abbiamo cercato di bloccarlo nel 2003, attraverso il primo ministro Zoran Đinđić, ma è stato ucciso.
Come Solidarnost ora abbiamo creato una rete di avvocati che sostenga pro bono gli studenti che manifestano qui a Novi Sad. Stiamo crescendo come movimento universitario, da un lato, dall’altro cerchiamo di spingere l’Europa a prendere posizione contro Vučić, per riuscire a sconfiggerlo alle prossime elezioni. Questa è tutta la storia degli ultimi due anni.
Gli studenti vogliono le dimissioni di Vučić e vogliono sconfiggerlo in prima persona alle prossime elezioni, candidandosi. Qual è la loro visione sull’Unione europea?
È complicato. Prima di tutto, c’è una connessione tra le proteste in Serbia, quelle in Georgia e quelle – fino alla scorsa settimana – in Ungheria: le ragioni sono le stesse. Vogliamo entrare nell’Unione europea, vogliamo farne parte. I serbi vivono nell’Unione europea, non in Russia. I giovani serbi partecipano all’Erasmus, studiano in diverse università europee, e studenti europei vengono qui. Commerciamo con l’Unione europea, la nostra economia è al 100% legata all’Unione europea, i confini sono aperti. Noi siamo europei.
Ma i servizi segreti russi sono coinvolti nella politica serba, e c’è anche una forte spinta dei radicali. Inoltre, naturalmente, i media sono completamente chiusi all’opposizione. Tutto è chiuso, in realtà. Per esempio, il mio partito terrà le elezioni interne il mese prossimo e nessun proprietario di hotel vuole affittarci una sala per l’incontro, a noi come agli altri partiti di opposizione. Questo compromette il tema “Europa” nel dibattito pubblico
Nella fase iniziale della sua presidenza, circa otto anni fa, Vučić aveva un forte legame con Angela Merkel. Era sostenuto dal governo francese e da quello tedesco perché prometteva di risolvere la questione del Kosovo, che è un problema enorme per i nazionalisti qui – non per me, io non sono nazionalista – ma per la popolazione serba lo è da oltre cent’anni, dato che la maggioranza in Kosovo è albanese. Non ha risolto nulla, si è limitato alle parole, così da un lato ha ricevuto fondi europei, programmi per agricoltura, industria alimentare, istruzione, sanità, dall’altro, facendo leva sul Kosovo, i suoi media hanno iniziato ad attaccare ogni giorno l’Unione europea.
L’opinione sull’Unione europea sta cambiando solo ora, ottenendo favore specialmente tra la popolazione giovane e tra le persone altamente istruite. Chiaramente non possiamo permetterci di bloccare il processo di integrazione, perché se non entreremo nell’Unione europea, moriremo biologicamente, tutti se ne andranno.
Entrando a Belgrado, non si può non notare un grande poster di Gazprom, dove una bandiera russa si intreccia con una serba. Qual è la vera intensità delle interferenze russe in Serbia?
Sono due aspetti distinti. Il gruppo Gazprom controlla la maggioranza della compagnia petrolifera statale serba, lì si tratta di business. Riguardo il rapporto con la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo serbo ha tentato di opporsi a tutte le sanzioni ma non è stato possibile, quindi ora gioca sull’ambiguità.
La Russia è enorme qui, specialmente nei villaggi, e i media non fanno nulla per evitarlo, anzi, ne danno una buona immagine, come accade ovunque c’è un grande schieramento pro-Putin, come Ungheria, Romania, Croazia e in parte anche in Slovenia. Guarda caso, ovunque c’è riciclaggio di denaro. Qui poi, non essendo in Unione europea, questo è incontrollato.
La risposta alla Russia può avvenire solo attraverso le elezioni, come è successo in Ungheria. Mi aspetto che le prossime elezioni serbe ruoteranno molto attorno alla Russia e all’Unione europea, e mi aspetto anche che le presidenziali saranno molto a breve. Quello che temo su queste ultime è che, se Vučić perderà, diversamente da quanto fatto da Viktor Orbán in Ungheria, non accetterà la sconfitta, in quel caso la situazione diventerebbe preoccupante, ma segnerebbe anche un nuovo “giorno uno”. Intanto se vinceremo le prossime elezioni parlamentari, entreremo nel nuovo governo e apriremo una nuova fase, riaprendo la strada all’educazione europea. Il movimento studentesco è centrale, ma i prossimi sei mesi saranno estremamente complessi.
Com’è invece il rapporto della Serbia con gli altri Paesi dei Balcani occidentali, oggi tutti candidati all’adesione all’Unione europea?
La nostra esperienza nella regione è segnata innanzitutto dalla storia. Molte persone oggi non ricordano quanto fosse complessa la composizione etnica e politica della Jugoslavia, né il progressivo allineamento della Serbia, già alla fine degli anni ’80 e inizio ’90, verso modelli e influenze esterne, tra cui quella russa. Dopo il 1991 il conflitto si è esteso alla Croazia e ad altre aree, con un ruolo determinante anche dell’esercito jugoslavo. Oggi quella fase è conclusa, quel tipo di politica è finito, ed è una buona notizia per tutta la regione.
Oggi esiste un quadro di cooperazione economica regionale, anche attraverso strumenti come il CEFTA, che collega Serbia, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina in un’area di libero scambio con confini relativamente aperti. Questo riflette anche il percorso verso l’Unione europea. Per la Serbia, questi Paesi rappresentano mercati tradizionali, in particolare Bosnia e Croazia. Tuttavia, il problema è che Vučić tende a porsi come leader regionale, mentre in realtà si tratta di un’alleanza basata su equilibri economici, non su una gerarchia politica.
Per quanto riguarda i rapporti politici, una questione chiave è la Bosnia-Erzegovina. Sostenere istituzioni statali come Sarajevo, piuttosto che logiche separatiste come quelle rappresentate da Banja Luka, è fondamentale per indebolire i nazionalismi. A mio avviso, un segnale importante sarebbe che il futuro primo ministro serbo compia la sua prima visita ufficiale a Sarajevo e non a Banja Luka. Naturalmente, per la Serbia questo non è semplice, anche per ragioni storiche, proprio come per l’Italia lo è stato il rapporto con l’Istria. La storia pesa: basta pensare a città come Pirano, un tempo italiana e oggi slovena, o Trieste, dove esistono ancora tensioni e memorie contrastanti. Ma proprio per questo è necessario superare il passato.
Il punto centrale è che, per garantire i diritti delle minoranze e la tutela del patrimonio culturale, bisogna dialogare con le maggioranze e costruire relazioni stabili. Nei Balcani convivono identità diverse, e questo richiede un approccio pragmatico e inclusivo. Il Kosovo, ad esempio, ha istituzioni che prevedono una rappresentanza garantita per la minoranza serba. Persistono forti tensioni, ma allo stesso tempo, negli ultimi anni, si sono registrati notevoli progressi democratici.
Per questo è necessario che, come per la Serbia, cominci una nuova storia per i Balcani occidentali. Sostenere lo sviluppo dei Paesi vicini non è solo una scelta politica, ma anche un interesse economico diretti; si tratta di un’unica area economica, in cui circolano beni, investimenti e opportunità e più la regione cresce, più crescono tutti. Serve crescere e crescere in Europa, allontanando i nazionalismi e i politici che sostengono quella ideologia, come Vučić.
Parte del reportage dai Balcani Occidentali


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