Le ambizioni dell’Albania di entrare rapidamente nell’Unione europea rischiano di generare effetti collaterali significativi sulla governance e sulla fiducia dei cittadini. Il governo guidato da Edi Rama e il Partito Socialista stanno spingendo per un’accelerazione senza precedenti del processo legislativo, con l’obiettivo di approvare circa 700 riforme in tempi record per soddisfare le condizioni dei negoziati di adesione.
Molti osservatori e rappresentanti della società civile definiscono questa corsa “selvaggia”. La procedura semplificata proposta dal governo prevede una sorta di “fast track” automatico, che potrebbe bypassare strumenti fondamentali di trasparenza e partecipazione pubblica. “La scusa è che altri Paesi hanno adottato procedure simili durante le fasi di negoziazione, ma ogni caso era giustificato”, ha dichiarato Klajdi Kaziu, ricercatore dell’Institute for Democracy and Mediation (IDM), a Focus Europe. “Qui non è stata presentata alcuna motivazione e i cittadini non hanno alcuna possibilità di leggere i disegni di legge prima dell’approvazione”.
Kaziu ha citato come esempio la revisione della legge sulla diffamazione nel giornalismo approvata a inizio anno, che ha decriminalizzato la diffamazione solo per i giornalisti registrati, con una definizione ambigua che esclude gli insulti. “Queste riforme superficiali rischiano di indebolire il quadro normativo e non garantiscono un reale allineamento agli standard europei”, ha sottolineato.
Secondo l’IDM, storico think tank albanese attivo su governance, Stato di diritto e integrazione europea, il problema è strutturale: i cittadini albanesi ripongono maggiore fiducia nelle istituzioni internazionali – Unione europea compresa – rispetto alle istituzioni nazionali, perché percepiscono di non poter controllare da soli i propri governi. “È un problema a lungo termine: se le riforme vengono imposte dall’alto senza una base locale solida, non si costruisce un tessuto civico capace di sorvegliare e consolidare le trasformazioni”, ha affermato Kaziu.
Il tema riguarda in particolare lo Stato di diritto, su cui l’Albania ha introdotto riforme significative negli ultimi anni, soprattutto nel settore giudiziario e nella lotta alla corruzione. Tuttavia, spiega Kaziu, la protezione di queste istituzioni rimane fragile. “Mentre la SPAK – la struttura speciale anticorruzione – cerca di perseguire crimini di alto livello, il governo pare approfittarne tentando di smantellare le stesse strutture che dovrebbero garantire la trasparenza e la legalità”.
Il riferimento è alle nulle conseguenze dell’operazione di vetting della SPAK, il processo di valutazione di professionalità, integrità e patrimonio degli esponenti della magistratura, durato sette anni, che ha portato alla rimozione di oltre 260 giudici e procuratori dai loro incarichi. A questa drastica riduzione del personale giudiziario non è stato posto nessun rimedio e oggi l’Albania conta poco più di 9,8 giudici ogni 100.000 abitanti, circa la metà della media europea.
Questa dinamica solleva interrogativi cruciali sul futuro dell’integrazione europea dell’Albania: accelerare troppo rischia di creare un apparente rispetto delle riforme, senza costruire un vero sistema nazionale in grado di mantenerle. La sfida, secondo l’IDM, sarà trovare un equilibrio tra volontà di chiudere i negoziati entro il 2027 e consolidamento di norme partecipative e trasparenti, senza compromettere la fiducia dei cittadini. “Oggi le istituzioni dovrebbero investire nelle persone più che nel mercato unico”, ha sancito Kaziu.
Parte del reportage dai Balcani Occidentali

