Tra i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione europea, l’Albania è oggi indicata da Bruxelles come uno dei dossier più avanzati, insieme al Montenegro. In una fase in cui il tema dell’allargamento è tornato al centro del dibattito europeo, Tirana punta ad accelerare il negoziato di adesione, rivendicando i progressi compiuti negli ultimi mesi e confermando l’obiettivo di chiudere la parte tecnica del processo entro la fine del 2027. Per fare il punto sul percorso albanese verso l’UE, sulle riforme ancora necessarie, sul rapporto con i cittadini e sul ruolo di Tirana nello scenario regionale e nei rapporti con l’Italia, Focus Europe ha intervistato Ferit Hoxha, ministro per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania.

Nell’intervista a Focus Europe, Hoxha rivendica l’accelerazione impressa negli ultimi mesi al negoziato di adesione, sottolineando che in poco più di un anno l’Albania è passata dall’assenza di cluster aperti all’apertura di sei cluster e 33 capitoli. Il ministro indica come obiettivo la chiusura della parte tecnica del processo entro la fine del 2027, riconosce che i dossier più complessi restano quelli legati ad ambiente, agricoltura e trasporti, e ribadisce il pieno allineamento di Tirana alla politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea. In un momento in cui Bruxelles considera Albania e Montenegro i candidati più avanti nel percorso di adesione, Focus Europe ha intervistato Hoxha per fare il punto sul negoziato con l’UE, sul consenso interno verso l’integrazione europea, sul rapporto con l’Italia e sul ruolo dell’Albania nei Balcani occidentali.

Qual è lo stato attuale del processo di adesione dell’Albania all’Unione europea, in particolare per quanto riguarda i cluster negoziali? Dove si sono visti i progressi più significativi e quali sono invece le sfide che restano ancora da affrontare?

L’integrazione nell’Unione europea è stata la priorità numero uno dell’Albania negli ultimi 35 anni, fin dal primo giorno del cambiamento di regime, che fu guidato soprattutto dai giovani e da questo desiderio di cambiare tutto in modo fondamentale e irreversibile.

All’epoca ero uno studente, quindi ho ricordi molto vividi di ciò che era il Paese e di ciò che è diventato. Posso testimoniare cosa abbiamo fatto in questi 35 anni nel tentativo di realizzare quella che fu la prima frase degli studenti nei primi anni ’90: “Vogliamo un’Albania come il resto d’Europa”. Non sono sicuro che allora sapessimo come ciò sarebbe avvenuto. Non avevamo tutti gli strumenti, la forza o l’energia, ma sapevamo dove volevamo andare, e questo era fondamentale. La nostra destinazione era chiarissima e non è cambiata di una virgola da allora.

Per molto tempo, il nostro rapporto con l’Unione europea e con le istituzioni degli Stati membri è stato caratterizzato da alti e bassi. Non ci siamo mai scoraggiati, e questo è l’aspetto più importante. A volte ci avvicinavamo, a volte invece sembrava che non avanzassimo molto. Tutto questo è cambiato radicalmente negli ultimi tre anni. Il 13 ottobre 2024 l’Albania non aveva aperto nemmeno un cluster o un capitolo. Il 17 novembre dell’anno successivo, 2025, l’Albania aveva aperto 6 cluster e 33 capitoli. Questa è la portata di ciò che abbiamo realizzato in 13 mesi. È il risultato della preparazione, della capacità dimostrata e, francamente, anche di una riscoperta di noi stessi in questo processo.

Questa però è solo una parte del processo. Con la nuova metodologia – adottata nel 2020, e l’Albania è il primo Paese a negoziare secondo questo sistema – dobbiamo prima soddisfare i cosiddetti “benchmark intermedi”. Per questo la Commissione europea ha redatto un rapporto, dopo un intenso scambio di domande e risposte, che è stato presentato al Consiglio alla fine di febbraio ed è attualmente sotto esame. Essendo il primo rapporto di questo tipo, richiederà un po’ di tempo.

La nostra ambizione resta chiara e pubblica: vogliamo chiudere la parte tecnica del processo – cioè tutti i capitoli – entro la fine del 2027. Può sembrare ambizioso, ma non era forse ambizioso aprire tutti i cluster e i capitoli in un anno? Eppure è successo, questo significa che abbiamo la capacità, le competenze, la maturità, la volontà politica. Sappiamo che questa opportunità è unica e non possiamo, non vogliamo e non dobbiamo sprecarla.

Può indicare meglio quali sono gli ambiti in cui l’Albania è prossima alla chiusura dei capitoli?

I capitoli sono 33 e, di fatto, 30 di questi coprono assolutamente tutto: ogni aspetto della nostra vita quotidiana rientra, in un modo o nell’altro, in questi capitoli. Ci sono capitoli che definirei relativamente più “facili”. Non perché siano meno importanti, ma perché abbiamo già fatto molto lavoro e quindi siamo meglio preparati. E ce ne sono altri in cui sappiamo e riconosciamo che dobbiamo fare di più.

Per esempio, quando parliamo di scienza e tecnologia, siamo molto avanti, quindi possiamo procedere rapidamente. Quando parliamo di relazioni commerciali con altri Paesi, abbiamo fatto molto e siamo conformi alle regole, ai regolamenti e alle richieste della Commissione europea, quindi possiamo andare avanti anche su questo. Per quanto riguarda il capitolo 31, cioè le relazioni esterne, l’Albania ha un record esemplare di allineamento alla politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea. Anche qui possiamo avanzare. Ci sono poi altri capitoli, in ambiti specifici, in cui riteniamo di essere abbastanza forti. Abbiamo già fornito alla Commissione europea le prove che siamo pronti a iniziare a chiuderli.

Ci sono però ambiti più impegnativi, come l’ambiente, l’agricoltura e i trasporti. Sono settori molto importanti e complessi, in cui l’acquis dell’Unione europea è particolarmente ampio. Sappiamo bene a che punto siamo, perché il processo di screening, svolto prima dell’apertura dei negoziati, ci ha mostrato con chiarezza la nostra posizione, gli obiettivi da raggiungere e il divario da colmare. Ed è esattamente su questo che stiamo lavorando nei negoziati.

Siamo totalmente aperti e trasparenti, perché questa è l’essenza del processo: nessuno inganna nessuno, nessuno può aggirare le regole. In alcuni ambiti, dove riteniamo necessario più tempo, negozieremo con la Commissione europea dei periodi transitori. È una pratica comune: tutti i Paesi che sono entrati nell’Unione europea hanno seguito questo percorso. Le aree non sono identiche per tutti, ma il principio è lo stesso: quando serve più tempo – sia per il Paese candidato, sia perché lo richiede l’Unione europea – si negoziano tempi più lunghi prima della piena integrazione. È, in sostanza, una questione di negoziazione.

Secondo lei cosa rende l’Albania un partner strategicamente importante per l’Unione europea, sia dal punto di vista politico sia economico?

Ogni Paese che è entrato nell’Unione europea ha avuto prima di tutto una cosa in mente, ed è anche il nostro approccio: entrare in un progetto di pace. Questo è ciò che rappresenta l’Unione europea. Sappiamo come e quando è nato, cosa ha prodotto e rimane fondamentalmente il progetto di pace più importante che l’umanità abbia mai realizzato, frutto delle menti più brillanti della storia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

In questi 35 anni l’Albania ha dimostrato di essere uno dei partner più responsabili nella regione. Ha sempre favorito negoziati, cooperazione e amicizia con tutti, spesso proponendo iniziative regionali innovative e pensando “fuori dagli schemi”. Questo è un grande valore che porteremo con noi entrando nell’Unione europea.

In secondo luogo, l’Albania si allinea da molto tempo alla politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea. Questo significa che accettiamo le decisioni dell’Unione anche quando non sono facili o contrarie a interessi di altri Paesi. Abbiamo fatto una scelta che è assolutamente non negoziabile: concordiamo con ogni posizione comune dell’Unione, e non ci limitiamo ad allinearci, collaboriamo attivamente, partecipiamo a numerose missioni, militari e non, con i nostri mezzi e le nostre possibilità.

Inoltre, portiamo una società molto aperta. Non so quanto abbiate avuto occasione di parlare con gli albanesi e quanto vi sentano europei, ma posso dirvi che vogliono realmente far parte di questo progetto di pace, sviluppo, commercio e società avanzata, con diritti, opportunità ed uguaglianza di fronte alla legge. Portiamo anche un valore a noi caro: un livello eccezionale di tolleranza tra le diverse comunità, incluse quelle religiose. Sappiamo quanto possano essere complesse queste questioni in società multiconfessionali, ma in Albania non ci sono mai stati problemi.

Naturalmente anche portiamo il nostro paesaggio, la nostra cultura, il nostro patrimonio e il nostro turismo. Certo, l’Unione europea offre molte opportunità turistiche, ma anche noi faremo la nostra parte. Infine, portiamo un Paese pronto a muoversi, pronto a contribuire al “puzzle” di questo progetto unico e straordinario che è l’Unione europea. È ciò che ogni albanese ha in mente e vuole realizzare.

Restando sui cittadini, qual è la loro percezione effettiva dell’Unione europea e cosa sta facendo il governo per comunicarla nel modo più completo possibile, comprese le regole che essa comporta?

Per lungo tempo l’Unione europea, ai nostri occhi, era l’Italia; guardavamo la televisione italiana, molti albanesi la visitavano e molti sceglievano di stabilirsi. Oggi abbiamo una delle comunità più grandi al di fuori dell’Albania, che vive in Italia, integrata in modo eccellente e che contribuisce sia all’economia italiana sia, indirettamente, all’Albania, perché la mobilità è ormai una realtà consolidata.

Su come gli albanesi percepiscono il progetto europeo: per ogni albanese, entrare nell’Unione significa riconnettersi con sé stessi, con la propria identità europea. Perché, profondamente, in tutto ciò che facciamo, ci sentiamo europei. L’unica cosa che mancava era l’identità politica dell’Albania come Stato membro dell’Unione, e attraverso i negoziati stiamo cercando di completare questo elemento mancante.

Sfido chiunque venga in Albania a non vedere, in ogni angolo del Paese, lo spirito europeo, il desiderio europeo e il comportamento europeo. In questi 35 anni il Paese si è trasformato, si è sviluppato e si è “europeizzato” sotto molti aspetti, e questo è sempre stato il nostro focus.

Se guardiamo ai dati, ad esempio l’Eurobarometro, il sondaggio più affidabile, vediamo che all’inizio del 2025 oltre il 90% degli albanesi esprimeva il desiderio di entrare nell’Unione europea. Provate a trovare un altro Paese con questi numeri.

Il governo, nell’ambito della comunicazione istituzionale, dedica una parte specifica a spiegare il processo di adesione all’Unione europea e l’Unione europea in generale. Stiamo andando in ogni angolo del Paese per incontrare studenti e giovani, parlare di Europa, ascoltare commenti e domande, capire come la percepiscono. Non è una lezione, ma un’interazione. Questo è importante perché i giovani saranno i principali beneficiari dell’ingresso e vogliamo che comprendano cosa significa essere cittadini europei, quali benefici comporta e anche quali comportamenti comporta.

Nel contesto internazionale, l’Albania è perfettamente allineata con le posizioni dell’Unione europea? E se non lo è, in quali ambiti?

Non c’è alcun ambito in cui non siamo allineati con l’Unione europea. È una decisione che abbiamo preso e che ogni governo ha rispettato: qualunque posizione comune dell’Unione diventa automaticamente la nostra posizione.

Detto questo, il contesto geopolitico è molto volatile e imprevedibile. Noi siamo stati e restiamo forti sostenitori del multilateralismo, perché riteniamo che il diritto internazionale e il multilateralismo siano pilastri fondamentali da preservare. Tuttavia, vediamo che il multilateralismo è in una fase di lieve recessione, sotto pressione, come è già successo in altre epoche.

Questo contesto, unito alla situazione geopolitica, alla guerra ai nostri confini – l’aggressione russa in Ucraina – e all’instabilità e alla minaccia che questa proietta sull’architettura di sicurezza europea, ci porta a ritenere che l’allargamento dell’Unione europea sia una risposta fondamentale. L’Europa deve sapere chi sono i suoi amici, chi vuole unirsi e deve dimostrare al mondo che Paesi come l’Albania credono ancora nel progetto europeo.

L’allargamento non è solo un investimento per l’Albania, ma anche per l’Unione europea: renderla più grande, più forte, migliore, e aiutarla a mantenersi come esempio luminoso di come le nazioni possano cooperare per il bene comune, garantendo diritti e libertà.

Come valuta la cooperazione con l’attuale governo italiano, soprattutto sul tema delle migrazioni, che negli ultimi anni ha collegato in modo concreto Albania e Italia?

Siamo stati fortunati ad avere un Paese così importante come nostro “avvocato” verso gli altri Paesi europei. Questo non si riflette solo nelle eccellenti relazioni bilaterali e nella partnership strategica costruita negli anni, ma anche in ogni momento in cui abbiamo avuto bisogno di supporto. 

L’Italia ha sempre risposto alle nostre chiamate, e c’è stato solo un caso in cui è stata l’Italia a contattare l’Albania senza che noi ne avessimo parlato prima: il protocollo sulle migrazioni. Abbiamo risposto prontamente. Abbiamo pensato che, se il nostro modesto contributo, come Paese mediterraneo e partner vicino dell’Italia, può essere utile, che lo sia. Oggi seguiamo con attenzione la questione sul tema anche nei dibattiti interni italiani.

In termini di relazioni tra i nostri governi, abbiamo una partnership strategica stretta, amichevole e cooperativa con l’Italia. Vogliamo che continui così e, possibilmente, migliori ulteriormente.

E riguardo l’area dei Balcani occidentali, come sono le relazioni con gli altri Paesi che, come l’Albania, stanno compiendo un percorso di adesione all’Unione europea?

Di sei Paesi, cinque sono già candidati, e spero davvero che anche il Kosovo diventi presto candidato perché lo merita. Il Kosovo è una democrazia consolidata e per l’intera regione è molto importante che ottenga lo status di candidato e inizi a lavorare concretamente.

Riguardo gli altri, ovviamente, il livello di preparazione e di avanzamento varia da Paese a Paese. Alcuni a Bruxelles dicono che Montenegro e Albania sono “front runners”; ne siamo felici, ma restiamo sobri. Ciò che conta non è ciò che si dice nei media, ma ciò che si fa nel Paese per il Paese. Le decisioni e le riunioni avvengono a Bruxelles e nelle Capitali europee, ma l’impatto delle riforme e di questo processo è in Albania, per la nostra società, per i nostri cittadini.

In questo contesto, le relazioni con l’Unione europea e con gli Stati membri sono importanti, ma lo è anche la cooperazione regionale. Abbiamo rapporti molto stretti con il Montenegro, in particolare tra i team negoziali, confrontiamo le note, osserviamo le riforme reciproche e lo consideriamo un lavoro complementare. Non c’è alcuna gelosia tra noi o con altri Paesi nel processo. Condividere le esperienze migliori è utile per tutti, e le lezioni apprese aiutano a fare le cose nel modo giusto e a ridurre i tempi.

Intervista realizzata da Cesare Ceccato e Sara Bertolli, parte del reportage dai Balcani Occidentali

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