La guerra tra Russia e Ucraina si combatte sempre più lontano dalla linea del fronte. Dalle raffinerie petrolifere ai data center, passando per le incursioni di droni nei Paesi della NATO, Mosca e Kyiv stanno ampliando il perimetro del conflitto, trasformando le infrastrutture economiche, tecnologiche e logistiche in obiettivi strategici.

La strategia russa pone seri interrogativi sulla sicurezza europea: la combinazione di attacchi convenzionali, operazioni ibride e pressione psicologica punta non solo a logorare l’Ucraina, ma anche a mettere alla prova la coesione dei suoi alleati.

Emblematico è il caso della Polonia, il cui spazio aereo è stato violato in più occasioni da droni russi negli ultimi mesi. Se finora era rimasto aperto il dubbio che si trattasse di incursioni accidentali, anche alla luce della vicinanza geografica con l’Ucraina, il recente ritrovamento di schede SIM polacche a bordo di alcuni velivoli ha riacceso i sospetti sulla natura e sulle finalità di queste operazioni.

Gli investigatori non hanno reso noto se le schede rinvenute in Polonia fossero state rubate o acquistate legalmente, chi le avesse procurate o se fossero state utilizzate per controllare i droni. Tuttavia, queste rappresentano un forte indizio che, attraverso i droni, la Russia abbia deliberatamente voluto attaccare il territorio polacco, o perlomeno spaventare il governo.

Il valore strategico di episodi simili risiede anche nella loro capacità di mettere sotto pressione le difese europee. Le incursioni obbligano gli alleati a mobilitare radar, sistemi antiaerei e velivoli, mentre l’incertezza sull’intenzionalità e sulla responsabilità degli eventi complica la risposta politica. È proprio questa zona grigia a rendere la guerra ibrida uno strumento potenzialmente efficace: testare i tempi di reazione, individuare vulnerabilità e alimentare divisioni senza arrivare necessariamente a un confronto aperto con la NATO.

Bruxelles sta valutando strumenti di coordinamento più rapidi per affrontare sabotaggi e altre minacce ibride. La sfida consiste nel combinare deterrenza, attribuzione delle responsabilità e cooperazione tra intelligence, evitando che l’incertezza paralizzi le decisioni.

A settembre, l’alta rappresentante Kaja Kallas ha denunciato l’aumento delle attività ibride russe e la necessità di rafforzare la condivisione delle informazioni tra gli Stati membri. Il Parlamento europeo ha inoltre indicato la Russia, anche attraverso intermediari e attori collegati, come la principale minaccia ibrida statale per l’Unione.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, intanto, ha dichiarato a Reuters che l’intelligence di Kyiv sarebbe entrata in possesso di documenti relativi a una nuova dottrina russa, orientata ad ampliare gli attacchi contro infrastrutture logistiche e servizi essenziali, comprese strade, scuole e ospedali. Secondo Zelensky, l’obiettivo sarebbe anche spingere gli abitanti ad abbandonare Kyiv e altre città.

Di risposta, l’Ucraina ha progressivamente sviluppato una strategia di attacchi a lungo raggio contro gli asset che sostengono lo sforzo bellico russo, dalle raffinerie ai depositi di carburante, fino alle infrastrutture tecnologiche.

Nella notte tra ieri (8 ottobre) e oggi (9 ottobre), secondo segnalazioni di media e canali di monitoraggio, droni ucraini avrebbero colpito due importanti obiettivi a nord della capitale russa: lo stabilimento sperimentale Redkino, nella regione di Tver, che produce componenti per carburanti destinati anche ai missili da crociera, e un deposito petrolifero nei pressi di Belgorod. Nella Repubblica dei Komi sarebbe stata inoltre presa di mira la raffineria Lukoil di Ukhta, a circa 1.700 chilometri dal confine ucraino.

La pressione ucraina riguarda anche il settore digitale. Nella stessa notte, secondo quanto riportato da Reuters, droni ucraini avrebbeo colpito due data center Yandex, nelle regioni di Kaluga e Rjazan, provocando interruzioni operative. Kyiv ha presentato l’operazione come una risposta agli attacchi russi contro le infrastrutture digitali ucraine. Il confronto si estende così a sistemi tecnologici che sostengono servizi civili, attività economiche e capacità strategiche.

Sul fronte energetico, Kyiv sostiene che i propri attacchi abbiano messo fuori uso una quota significativa della capacità di raffinazione russa. Il ministero della Difesa ucraino ha indicato una quota del 51%, una stima non verificata indipendentemente. L’obiettivo è ridurre le entrate energetiche di Mosca e complicare l’approvvigionamento delle forze armate, ma gli attacchi comportano anche rischi di escalation e possibili ripercussioni sui mercati.

La contrapposizione tra le due strategie è evidente: la Russia cerca di logorare la capacità di resistenza ucraina e di aumentare il costo politico del sostegno occidentale, Kyiv punta a trasferire parte di quel costo sul territorio russo, colpendo le risorse economiche e logistiche che alimentano l’invasione.

Per l’Europa, la questione non riguarda soltanto la protezione dei confini, ma la resilienza complessiva delle infrastrutture e delle istituzioni. Rafforzare la difesa aerea, proteggere reti energetiche e digitali, condividere informazioni e contrastare le operazioni di influenza sono misure che devono procedere insieme. La guerra ibrida, infatti, non sostituisce quella convenzionale, ma la integra, e proprio nella combinazione tra missili, droni, pressione economica e ambiguità operativa si gioca una parte crescente del confronto.

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