La visita lampo del segretario di Stato statunitense Marco Rubio a Erevan, a meno di due settimane dalle elezioni parlamentari armene del 7 giugno, conferma il crescente interesse di Washington per il Caucaso meridionale e rafforza il sostegno occidentale al primo ministro Nikol Pashinyan.
Rubio ha fatto tappa nella capitale armena il 26 maggio, durante il rientro da una missione in India, incontrando il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan all’aeroporto internazionale di Zvartnots. Pur trattandosi di una breve sosta tecnica, il messaggio politico è apparso chiaro: gli Stati Uniti intendono sostenere il percorso di progressivo allontanamento dell’Armenia dalla sfera d’influenza russa e accompagnare il riassetto internazionale del Paese.
“Lei, il primo ministro e tutta la vostra squadra qui in Armenia state aprendo la strada verso un futuro più luminoso e più indipendente”, ha detto Rubio a Mirzoyan. Il Segretario di Stato ha inoltre lodato “il coraggio, la visione e la dedizione della leadership armena”.
Le dichiarazioni arrivano in un momento particolarmente delicato per il governo di Pashinyan. Eletto primo ministro nel 2018 dopo le proteste anticorruzione della cosiddetta “rivoluzione di velluto”, il premier armeno cerca ora un nuovo mandato in un contesto segnato dalle tensioni con Mosca, dalla ridefinizione degli equilibri regionali e dalla ricerca di nuove garanzie di sicurezza.
Negli ultimi mesi Erevan ha infatti accelerato il proprio riavvicinamento all’Occidente. Il governo armeno ha congelato la partecipazione del Paese all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’alleanza militare guidata dalla Russia, accusando Mosca di non avere sostenuto adeguatamente l’Armenia durante le recenti crisi con l’Azerbaigian.
A inizio maggio Pashinyan aveva inoltre ospitato la Comunità Politica Europea (CPE), un vertice con diversi leader a cui ha preso parte anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la cui presenza che aveva irritato il Cremlino e alimentato nuove tensioni diplomatiche.
Mosca continua infatti a considerare il Caucaso meridionale come una regione di influenza strategica e guarda con crescente preoccupazione all’attivismo statunitense ed europeo. Alla vigilia della visita di Rubio, il portavoce del governo russo Dmitry Peskov aveva avvertito che l’Armenia potrebbe perdere “un prezzo molto, molto vantaggioso e più che preferenziale per il gas” nel caso di un ulteriore allontanamento da Mosca.
Nonostante i tentativi di diversificazione, l’Armenia resta fortemente dipendente dalle forniture energetiche russe e mantiene profondi legami economici con la Russia. Tuttavia, dopo la sconfitta nel Nagorno-Karabakh e il progressivo indebolimento del ruolo russo nella regione, il governo Pashinyan sembra intenzionato a rafforzare la cooperazione con Stati Uniti e Unione europea.
Durante la visita, Rubio e Mirzoyan hanno siglato un accordo preliminare sul progetto Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), un corridoio stradale e ferroviario di 43 chilometri destinato a collegare l’Azerbaigian alla sua exclave del Nakhchivan attraverso il territorio armeno.
Il progetto punta a creare una nuova direttrice commerciale est-ovest che aggiri Russia e Iran, rafforzando la connettività regionale e il ruolo strategico del Caucaso meridionale nei flussi economici eurasiatici.
L’iniziativa si inserisce nel quadro dell’accordo di pace mediato dal presidente statunitense Donald Trump nell’agosto 2025 tra Pashinian e il presidente azero Ilham Aliyev. L’intesa mira a chiudere definitivamente decenni di conflitti, sia congelati sia aperti, tra Armenia e Azerbaigian.
“Sono lieto di contribuire ulteriormente alla visione del presidente Trump di un percorso coraggioso verso la pace nel Caucaso meridionale”, ha dichiarato Rubio dopo la firma.
Oltre al corridoio TRIPP, i due governi hanno rinnovato anche una “carta di partenariato strategico” e un memorandum d’intesa sui minerali critici, segnale dell’interesse americano per le risorse e le infrastrutture della regione.
Per Washington, l’Armenia rappresenta oggi un tassello sempre più importante nella competizione geopolitica con Russia e Iran. L’amministrazione statunitense punta a consolidare la stabilità regionale attraverso investimenti infrastrutturali, cooperazione energetica e sostegno politico ai governi filo-occidentali.
Dal canto suo, Erevan cerca di sfruttare il sostegno occidentale per ridurre la propria vulnerabilità strategica e ottenere nuove garanzie di sicurezza, pur senza rompere completamente con Mosca.
Il vertice di Erevan sancisce la svolta europea dell’Armenia e il progressivo distacco da Mosca
Il ministro degli Esteri Mirzoyan ha definito la fase attuale delle relazioni con gli Stati Uniti “storicamente senza precedenti”, sottolineando i “frequenti e regolari sviluppi” nell’agenda bilaterale.
Quello di Rubio non è stato un vero e proprio endorsement nei confronti di Pashinyan e del suo partito, Contratto Civile, diversamente da quanto accaduto prima delle elezioni ungheresi, con il vicepresidente statunitense JD Vance che aveva tenuto un comizio al fianco di Viktor Orban.
Da un lato, i sondaggi non sembrano indicare particolari rischi elettorali per il premier armeno, dall’altro, Erevan sta progressivamente prendendo le distanze dalla Russia senza però compiere passi decisivi verso una piena integrazione europea. In questo quadro, Washington non appare ancora costretta a investire un capitale politico particolarmente elevato per consolidare il rapporto privilegiato con l’Armenia.
Tuttavia, la sempre maggiore presenza di Pashinyan accanto ai leader europei e la sfida lanciata da Putin che – vedendo l’Armenia abbandonare le strutture internazionali create da Mosca dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica – ha detto “logico tenere un referendum e chiedere ai cittadini armeni se vogliano aderire all’Unione europea”, potrebbe presto mettere in allerta l’amministrazione Trump, la cui National Security Strategy vuole governi in Europa pronti a guardare prima a Washington che a Bruxelles.

