Il 10° Copernicus Ocean State Report, una delle principali fonti di riferimento sullo stato degli oceani, restituisce l’immagine di un sistema in rapida trasformazione, segnato dal progressivo riscaldamento delle acque, dall’innalzamento del livello dei mari e dall’intensificarsi degli eventi estremi.
Realizzato dall’organizzazione scientifica non profit Mercator Ocean International sulla base dei dati del servizio europeo Copernicus Marine Service e del contributo di centinaia di ricercatori, il rapporto chiarisce una volta di più che il cambiamento climatico non è solamente una percezione o un evento naturale a cui adattarsi. Si tratta di una sfida globale per la sopravvivenza, da combattere trasformando le conoscenze scientifiche in strumenti per le decisioni pubbliche.
Tra i dati più significativi indicati nel documento, emerge l’aumento della temperatura della superficie marina, cresciuta in media di 0,12 °C per decennio tra il 1982 e il 2025. Nel Mediterraneo, in particolare, il 2025 ha registrato temperature medie 1,23 °C superiori alla media del periodo 1982-2024, mentre le ondate di calore marine sono aumentate soprattutto nell’ultimo decennio. Alcuni eventi osservati nel Mediterraneo e nel Mar Nero sono durati oltre 30 giorni, con temperature superiori di più di 4,6 °C rispetto alla media.
Il rapporto evidenzia inoltre che le ondate di calore non riguardano necessariamente soltanto la superficie. Analizzando temperature e contenuto di calore fino a 40 metri di profondità, i ricercatori hanno individuato episodi in cui il riscaldamento degli strati superficiali non coincideva con quello delle acque sottostanti. Integrare questi dati nei sistemi di monitoraggio potrebbe quindi migliorare la capacità di individuare eventi estremi.
Il riscaldamento, che sta contribuendo a modificare gli ecosistemi e ad aumentare la frequenza o l’intensità di alcuni fenomeni estremi, è per gran parte frutto dell’opera dell’essere umano. L’oceano assorbe infatti circa un terzo delle emissioni di carbonio prodotte dalle attività umane e circa il 90% del calore in eccesso associato a tali attività.
Un altro indicatore significativo riguarda l’innalzamento del livello del mare, che tra il 1999 e il 2025 è cresciuto a un ritmo medio di 3,8 millimetri all’anno. Solo nell’ultimo decennio il ritmo di crescita ha raggiunto circa 4,2 millimetri annui. Parallelamente, l’acidità degli oceani è aumentata: secondo il rapporto, l’oceano è diventato circa il 17% più acido tra il 1985 e il 2025.
Questi cambiamenti possono avere conseguenze economiche e sociali, soprattutto nelle aree costiere e negli Stati maggiormente dipendenti dalle risorse marine. Il rapporto individua infatti nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS) uno dei gruppi maggiormente esposti alla combinazione di riscaldamento oceanico, innalzamento del livello del mare, cicloni tropicali e perdita di biodiversità.
Circa il 28% delle zone economiche esclusive dei SIDS contiene barriere coralline classificate come vulnerabili, minacciate o in pericolo critico. Le barriere svolgono però anche una funzione economica: circa il 30% delle barriere coralline mondiali genera quasi 36 miliardi di dollari l’anno attraverso il turismo.
Particolarmente marcati sono anche i cambiamenti nell’Artico. Nell’area monitorata dal programma Arctic Monitoring and Assessment Programme (AMAP), la temperatura della superficie marina è aumentata di circa 1 °C per decennio, pari a circa 4,2 °C complessivi tra il 1982 e il 2024. La copertura di ghiaccio marino nell’area AMAP è diminuita del 17% nello stesso periodo. A livello globale, l’estensione media mensile del ghiaccio marino è diminuita di circa 490.000 km² per decennio tra il 1979 e il 2025, un’area paragonabile a quella della Spagna ogni dieci anni.
Nel Mar di Barents, tra Scandinavia e Russia, il rapporto rileva inoltre una temporanea pausa della “atlantificazione” tra il 2016 e il 2022, associata a un aumento dell’afflusso di acque più dolci provenienti dall’Atlantico settentrionale e a una maggiore presenza di ghiaccio marino.
Per gli autori del rapporto, il monitoraggio non rappresenta soltanto uno strumento scientifico. Le osservazioni satellitari, i sensori, le boe, i modelli e i sistemi di previsione possono essere utilizzati per migliorare la pianificazione delle infrastrutture, la sicurezza marittima e la gestione degli ecosistemi.
Un esempio riguarda la tempesta Louis, che nel febbraio 2024 ha colpito due porti spagnoli. Le onde hanno superato gli otto metri e l’evento ha provocato interruzioni dei trasporti e della fornitura elettrica, oltre a una vittima. Un altro caso è quello della Baia di Botnia, nel Mar Baltico, dove una tempesta del novembre 2024 ha provocato un abbassamento record del livello del mare di 153 centimetri, causando la sospensione dei traghetti per 18 ore.
Il messaggio centrale dell’OSR 10 è quindi il passaggio “dalla conoscenza all’azione”: disporre di dati affidabili e tempestivi può consentire a governi, imprese e comunità di anticipare i rischi e progettare infrastrutture più resilienti. In un oceano che cambia rapidamente, la capacità di osservare, comprendere e prevedere non è più soltanto una questione scientifica, ma una componente della gestione del rischio climatico e della pianificazione dello sviluppo sostenibile.
“Comprendere e anticipare questi cambiamenti è compito delle istituzioni”, ha dichiarato il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius alla pubblicazione del rapporto, citando l’iniziativa OceanEye e lo stesso programma Copernicus quali risorse strategiche dell’Unione europea impiegate a tale fine. La segretaria generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale Celeste Saulo ha spinto per ulteriori passi avanti, affermando come il vero valore di documenti come il Copernicus Ocean State Report sta “nella capacità di consentire decisioni informate”.

