L’Armenia si sta avvicinando a una delle elezioni più importanti della sua storia post-sovietica: il voto parlamentare del 7 giugno viene sempre più interpretato come una scelta decisiva tra il mantenimento dell’allineamento con la Russia e una graduale integrazione con l’Unione europea.
La posta politica in gioco è aumentata drasticamente nelle ultime settimane, dopo le accuse rivolte da funzionari armeni a Mosca di voler influenzare il processo politico interno del paese e invertire il crescente riavvicinamento di Erevan all’Europa.
All’inizio di maggio, il presidente del parlamento armeno Alen Simonyan ha accusato la Russia di tentare di condurre una “operazione politica” finalizzata a prendere il controllo delle istituzioni armene attraverso le prossime elezioni.
“Se in Ucraina cercano di promuovere i propri interessi con mezzi militari, in Armenia c’è il tentativo di un’operazione politica – la presa del potere”, ha dichiarato Simonyan, aggiungendo che l’Armenia non permetterà di diventare una “provincia” russa né di essere governata “come la Bielorussia”.
Le dichiarazioni hanno provocato dure reazioni sia da Mosca sia da Bielorussia, ma le tensioni sono ulteriormente aumentate dopo che Erevan ha ospitato il vertice della Comunità Politica Europea e il primo vertice tra Armenia e Unione europea della storia, tenutosi la scorsa settimana con la partecipazione di diversi leader europei e del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Il ministero degli Esteri russo ha accusato l’Europa di voler trascinare l’Armenia in una “orbita anti-russa”, mentre il presidente russo Vladimir Putin ha messo in guardia Erevan dal seguire quello che ha definito lo “scenario ucraino”.
“Tutti vediamo cosa sta accadendo ora all’Ucraina. Ma come è iniziato tutto? Con il tentativo dell’Ucraina di aderire all’Unione europea”, ha dichiarato Putin il 9 maggio.
Allo stesso tempo, il leader del Cremlino ha suggerito che la Russia potrebbe accettare una “separazione morbida, intelligente e reciprocamente vantaggiosa” dall’Armenia, qualora il Paese tenesse un referendum nazionale e la società scegliesse apertamente una strada europea.
Sebbene le autorità armene abbiano respinto l’idea di organizzare un referendum sotto pressione russa, le imminenti elezioni parlamentari vengono sempre più considerate internamente come un voto de facto sull’orientamento politico e strategico del Paese.
Una nuova vittoria del primo ministro Nikol Pashinyan e del suo partito Contratto Civile verrebbe probabilmente interpretata come un mandato popolare per rafforzare i legami con l’Unione europea e prendere ulteriormente le distanze dalla sfera d’influenza di Mosca.
La dichiarazione del vertice tra Bruxelles ed Erevan ha riconosciuto “le aspirazioni europee del popolo armeno”, dopo che l’Armenia aveva approvato nel marzo 2025 una legge che avvia il processo di adesione all’Unione. Secondo l’analista politico armeno Ruben Mehrabyan, il vertice ha dimostrato che l’Unione “ha la volontà politica di parlare con l’Armenia di adesione”.
Allo stesso tempo, i funzionari armeni restano cauti rispetto a un’accelerazione troppo rapida. Uno dei principali ostacoli continua a essere l’assenza di un accordo di pace complessivo con l’Azerbaigian dopo anni di conflitto per il Nagorno-Karabakh.
Secondo alcune fonti, le autorità di Erevan temono che una rottura troppo rapida con Mosca, prima di aver stabilizzato le relazioni sia con l’Azerbaigian sia con la Turchia, possa esporre il Paese a gravi rischi di sicurezza.
La disputa costituzionale irrisolta sui riferimenti ad Artsakh – il nome armeno del Nagorno-Karabakh – rimane uno dei principali punti critici nei negoziati con Baku. Le autorità azere insistono sul fatto che tali riferimenti rappresentino rivendicazioni territoriali e debbano essere rimossi prima della firma di un accordo di pace definitivo.
Qualsiasi modifica costituzionale richiederebbe tuttavia un referendum nazionale, qualcosa che Pashinyan ha finora evitato. Diversi osservatori ritengono che un nuovo mandato parlamentare potrebbe fornire al governo lo spazio politico necessario per organizzare tale voto dopo le elezioni.
Anche la campagna elettorale riflette sempre più la più ampia divisione geopolitica. Un sondaggio pubblicato a maggio da EVN Report suggerisce che il partito di Pashinyan potrebbe ottenere circa il 32,5% dei consensi, distanziando nettamente varie forze d’opposizione filorusse frammentate.
Tra queste figura il blocco Forte Armenia, associato all’imprenditore Samvel Karapetyan, che secondo alcune fonti godrebbe dell’appoggio del Cremlino e che attualmente si trova agli arresti domiciliari con accuse legate a un presunto tentativo di colpo di Stato.
Anche l’ex presidente Robert Kocharyan, considerato da tempo uno degli alleati più vicini di Mosca nella politica armena, risulterebbe più indietro secondo lo stesso sondaggio.
La campagna di Pashinyan si concentra fortemente sulla modernizzazione interna e sullo sviluppo infrastrutturale, più che su slogan di politica estera. La sua comunicazione politica presenta sempre più il governo come il “partito della pace”, contrapponendolo alle forze di opposizione che continuano a sostenere un più stretto allineamento strategico con la Russia e una linea più dura sul Nagorno-Karabakh.
La Russia, tuttavia, sembra determinata a impedire la continua deriva occidentale dell’Armenia. Durante un incontro con Pashinyan ad aprile, Putin ha criticato apertamente la crescente cooperazione armena con l’Unione, avvertendo che un’integrazione simultanea con l’Europa e con le strutture eurasiatiche guidate dalla Russia sarebbe impossibile.
Mosca ha inoltre iniziato a introdurre misure di pressione economica. Nelle ultime settimane la Russia avrebbe limitato le importazioni di acqua minerale armena e dei prodotti della Proshyan Brandy Factory, alimentando i timori a Erevan che il Cremlino possa intensificare le restrizioni commerciali con l’avvicinarsi del giorno del voto.
Le autorità armene si stanno anche preparando a possibili tentativi di destabilizzazione post-elettorale nel caso in cui le forze pro-europee mantengano il potere.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente definito notevole la trasformazione dell’Armenia, osservando che solo otto anni fa il Paese veniva di fatto considerato a livello internazionale un satellite russo.
Le elezioni del 7 giugno potrebbero ora determinare se l’Armenia continuerà il proprio avvicinamento all’Europa oppure subirà nuove pressioni per restare all’interno dell’orbita geopolitica di Mosca.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

