Oggi 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America celebrano i 250 anni dalla dichiarazione d’indipendenza. Un motivo d’orgoglio per la liberazione dal giogo dell’influenza coloniale. Ma nel 1776 la dichiarazione d’indipendenza fu seguita da una sanguinosa a fratricida guerra civile, che si concluse solo nel 1787 con la Convenzione di Filadelfia che sanciva un nuovo, fino ad allora sconosciuto, patto di convivenza fra le 13 ex-colonie, facendo nascere una forma costituzionale federale.
Un’architettura in cui ciascuna ex-colonia si faceva carico di una parte dei problemi condivisi, nella consapevolezza (emersa a prezzo di gravi perdite nei due decenni precedenti) che l’indipendenza, su scala ridotta, può significare conflitti insanabili e la distruzione del tessuto economico, sociale ed identitario comune.
Ottanta anni fa, nel 1946, subito dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale e prima dei revanchismi che sarebbero seguiti per liberare molti Paesi del mondo dai gioghi coloniali, un economista statunitense, Kenneth Boulding, scrisse un libro, Economics of Peace, in cui suggeriva a tutti gli Stati di inserire nelle loro carte costituzionali (allora in formazione in molti Paesi) una dichiarazione di interdipendenza.
Una proposta rivoluzionaria, basata sul riconoscimento dell’impossibilità (e la pericolosità di alimentarne il relativo mito), per ciascun Paese, di essere pienamente indipendente. Perché ogni Paese riceve dal – ed immette nel – resto del mondo una serie di esternalità. Ossia effetti di scelte compiute altrove, da altri centri decisionali, che però impattano sulla nostra vita quotidiana e limitano le scelte a nostra disposizione.
Boulding suggeriva di tener conto di questo problema istituendo una terza camera, di natura consultiva, formata da rappresentanti dei Paesi coi quali ogni Stato ha maggiori rapporti, per esprimersi su problemi ed opportunità derivanti dalle relazioni di interdipendenza. Un modo ingegnoso per perseguire davvero gli obiettivi di “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” che la Dichiarazione d’indipendenza aveva voluto mettere in evidenza.
Oggi, le garanzie di rispetto per la vita, la libertà e il diritto a trovare una via per la felicità (o almeno la pace) passano per il riconoscimento che esiste una rete di rapporti dai quali nessuno di noi può prescindere, piccolo o grande che sia. Sarebbe l’ora che anche gli Stati Uniti d’America smettessero di perseguire il mito di una indipendenza che anche le recenti vicende del conflitto in Iran hanno messo in discussione e iniziassero a contribuire, insieme a tutti i paesi del mondo, a guidare i rapporti di interdipendenza in maniera adulta e responsabile. Sarebbe il miglior modo per celebrare questo importante anniversario.
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