Secondo diversi media statunitensi e israeliani, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe duramente attaccato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una telefonata riguardante l’escalation dei combattimenti in Libano.
Secondo il sito Axios, che cita fonti dell’amministrazione americana, Trump avrebbe detto a Netanyahu: “Sei completamente fuori di testa. Se non fosse per me, oggi saresti in prigione. Ti sto salvando la pelle. Tutti ti odiano ormai. Tutti odiano Israele per quello che sta succedendo”.
Una seconda fonte citata da Axios sostiene inoltre che Trump avrebbe urlato: “Che diavolo stai facendo?”
Anche il quotidiano israeliano Times of Israel, citando funzionari statunitensi, ha descritto la conversazione come “piena di imprecazioni” e ha affermato che Trump era “furioso” per le minacce israeliane di bombardare Beirut.
Perché Trump si è infuriato?
Alla base della reazione del presidente americano vi sarebbe il timore che un’offensiva israeliana in Libano possa compromettere i negoziati che Washington sta conducendo con l’Iran.
Il 1° giugno Netanyahu e il ministro della Difesa israeliano Israel Katz hanno minacciato nuovi attacchi contro la periferia meridionale di Beirut, roccaforte di Hezbollah, accusando il gruppo sciita di aver violato il cessate il fuoco.
In risposta, Teheran ha annunciato la sospensione degli scambi di messaggi con gli Stati Uniti attraverso i mediatori internazionali. L’agenzia iraniana Tasnim ha riferito che la prosecuzione dei colloqui dipenderà dalla cessazione delle operazioni israeliane in Libano.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto sulla piattaforma X: “Una tregua tra Iran e Stati Uniti è una tregua su tutti i fronti, incluso il Libano. Una violazione su un fronte equivale a una violazione della tregua su tutti i fronti”.
Per Teheran, Hezbollah continua a rappresentare un elemento fondamentale del cosiddetto “asse della resistenza” contro Israele e gli Stati Uniti.
Trump cerca di salvare i negoziati
Dopo la telefonata con Netanyahu, Trump ha annunciato che Israele avrebbe rinunciato al previsto attacco su Beirut e che Hezbollah avrebbe limitato il lancio di razzi contro Israele.
Sul social network Truth Social ha scritto: “Ho parlato oggi con Bibi Netanyahu e gli ho chiesto di non effettuare un grande raid su Beirut. Ha richiamato le sue truppe. Grazie, Bibi!”
Ha inoltre affermato di aver parlato con rappresentanti della leadership di Hezbollah, che avrebbero accettato di interrompere gli attacchi contro Israele e le sue forze armate.
Se confermata, questa affermazione rappresenterebbe una novità senza precedenti, poiché Hezbollah è considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica e nessun presidente americano aveva mai dichiarato pubblicamente di aver avuto contatti diretti con suoi rappresentanti.
Secondo Reuters, Hezbollah avrebbe fatto sapere tramite il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri di essere disposto a interrompere gli attacchi contro il nord di Israele qualora Israele rinunciasse ai bombardamenti di Beirut.
Netanyahu non ritira le minacce
Nonostante le dichiarazioni di Trump, Netanyahu non ha pubblicamente modificato la propria posizione.
In una dichiarazione successiva alla telefonata, il premier israeliano ha affermato: “Ho parlato con il presidente Trump e gli ho detto che, se Hezbollah non smetterà di attaccare le nostre città e i nostri civili, Israele colpirà obiettivi terroristici a Beirut. Questa posizione resta invariata”.
Ha inoltre aggiunto che le Forze di Difesa Israeliane continueranno le operazioni nel Libano meridionale secondo i piani già stabiliti.
Il comunicato è stato diffuso circa due ore dopo l’annuncio di Trump sul cessate il fuoco, alimentando le speculazioni secondo cui Washington starebbe esercitando forti pressioni sul governo israeliano.
Il Libano al centro della crisi regionale
Il fronte israelo-libanese è oggi uno dei principali teatri del conflitto mediorientale. Dall’inizio dell’escalation nel marzo 2026, i combattimenti hanno provocato oltre 1,2 milioni di sfollati. I bombardamenti israeliani e gli attacchi di Hezbollah hanno paralizzato ampie aree del Libano meridionale e del nord di Israele.
Nei giorni di oggi, 3 giugno, sono previsti colloqui israelo-libanesi a Washington con la mediazione statunitense. Secondo l’ambasciata libanese negli Stati Uniti, Hezbollah avrebbe accettato una proposta del segretario di Stato Marco Rubio per una cessazione reciproca degli attacchi.
Il piano prevede una de-escalation graduale: Hezbollah sospenderebbe gli attacchi contro Israele, mentre Israele limiterebbe le operazioni militari a Beirut e nel sud del Libano. Solo successivamente le parti passerebbero a negoziati per un accordo più ampio e duraturo.
Tuttavia Hezbollah continua a chiedere un cessate il fuoco completo e una riduzione della presenza militare israeliana nel Libano meridionale.
La minaccia dello Stretto di Hormuz
L’elemento più preoccupante della crisi riguarda le minacce iraniane contro le principali rotte energetiche mondiali.
Secondo l’agenzia Tasnim, l’Iran e gruppi alleati in Libano, Iraq e Yemen starebbero valutando una possibile interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz e nello Bab el-Mandeb.
Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie energetiche più importanti del pianeta: vi transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Bab el-Mandeb collega invece il Mar Rosso al Golfo di Aden ed è fondamentale per le rotte commerciali tra Asia ed Europa attraverso il Canale di Suez.
Secondo diverse analisi, il rischio di una chiusura o di una grave limitazione di questi passaggi marittimi rappresenterebbe uno dei principali motivi per cui l’amministrazione Trump sta cercando di contenere l’escalation in Libano: un allargamento del conflitto potrebbe colpire duramente il commercio globale dell’energia e provocare un forte aumento dei prezzi del petrolio.
Il fattore politico interno negli Stati Uniti
Anche la politica interna americana sembra influenzare l’approccio della Casa Bianca.
Con le elezioni di metà mandato sempre più vicine, i Repubblicani temono che una guerra prolungata in Medio Oriente possa avere conseguenze politiche negative. Un aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti rischierebbe infatti di compromettere la crescita economica e di indebolire uno dei principali argomenti politici di Trump: la promessa di stabilità economica e di riduzione del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti esteri.
Per questo motivo il presidente americano appare impegnato in un difficile equilibrio: mantenere la storica alleanza con Israele, evitando però un’escalation regionale che potrebbe avere pesanti conseguenze economiche e politiche sia per gli Stati Uniti sia per l’intero Medio Oriente.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da Focus Europe Poland disponibile qui.

