La nuova offensiva israeliana in Libano ha rimesso in discussione il fragile canale negoziale tra Iran e Stati Uniti e ha riaperto il fronte più sensibile della crisi regionale: quello libanese. Mentre Teheran sospende gli scambi indiretti con Washington sul possibile cessate il fuoco di 60 giorni, a Beirut prevale un clima di paura, stanchezza e attesa. In un commento per Focus Europe, la giornalista libanese Nayla Assaf, sostiene che l’atmosfera nella capitale è “nervosa, stanca, vigile”, con la speranza che la diplomazia riesca a evitare un ulteriore deterioramento della situazione.
La nuova escalation allontana le speranze di una risoluzione del conflitto in Medio Oriente, riportando le lancette indietro di quasi due mesi. Il cessate il fuoco raggiunto tra Israele e Libano entrato in vigore il 16 aprile è ormai compromesso, con il rischio di un riaccendersi del conflitto anche nel Golfo Persico, dove durante il fine settimana gli Stati Uniti hanno affermato di aver condotto attacchi di “autodifesa” contro l’Iran, mentre Teheran lunedì ha dichiarato di aver preso di mira una base aerea utilizzata nell’attacco, nel contesto dei continui colloqui per porre fine alla guerra.
Il Libano del dopo UNIFIL è un banco di prova fondamentale per il ruolo dell’UE
La guerra in Libano ferma il dialogo con l’Iran
Secondo quanto riferito dall’agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim, il team negoziale iraniano guidato dal presidente del Parlamento, Mohammad-Bagher Ghalibaf, avrebbe interrotto lo scambio di testi attraverso i mediatori. La decisione arriva mentre Stati Uniti e Iran stavano discutendo una possibile estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz, dopo settimane di tensione militare e diplomatica.
La posizione iraniana è che il cessate il fuoco non possa essere separato dagli altri fronti regionali. Teheran chiede l’immediata cessazione delle operazioni israeliane a Gaza e in Libano e il completo ritiro dell’esercito israeliano dal territorio libanese. Secondo Tasnim, “finché la posizione dell’Iran e della resistenza su questi temi non sarà soddisfatta, non ci saranno negoziati”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito lo stesso punto su X, sostenendo che il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è “inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano”. “La sua violazione su un fronte equivale alla violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti. Gli Stati Uniti e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione”, ha scritto Araghchi.
Anche Ghalibaf ha accusato Washington di non aver rispettato gli impegni assunti, sostenendo che gli Stati Uniti non avrebbero fermato l’offensiva israeliana in Libano e avrebbero mantenuto il blocco militare dei porti iraniani. Nella lettura di Teheran, dunque, la prosecuzione delle operazioni israeliane contro Hezbollah non è un dossier separato, ma una parte integrante del confronto con Washington.
La minaccia iraniana riguarda anche i principali colli di bottiglia energetici della regione. Tasnim ha scritto che Teheran e i gruppi alleati avrebbero inserito nella loro agenda la “chiusura completa dello Stretto di Hormuz” e l’attivazione di altri fronti, incluso Bab el-Mandeb, all’estremità meridionale del Mar Rosso. Si tratta di due snodi cruciali per il traffico energetico e commerciale globale, già al centro delle tensioni regionali dall’inizio del conflitto.
Israele riapre il fronte del Libano
Sul terreno, intanto, Israele ha intensificato la pressione militare in Libano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato alle Forze di difesa israeliane di colpire obiettivi nella periferia sud di Beirut, in particolare nel distretto di Dahieh, considerato una roccaforte di Hezbollah. Il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha diffuso un avviso di evacuazione per i residenti dell’area, avvertendo che, in caso di nuovi lanci di razzi contro Israele, l’esercito avrebbe risposto con “attacchi mirati” contro obiettivi a Dahieh.
Hezbollah resta il principale alleato regionale dell’Iran nel Levante e la componente più potente del cosiddetto “Asse della Resistenza”, la rete di gruppi armati sostenuti da Teheran che include anche Hamas a Gaza, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen. Proprio per questo, ogni escalation in Libano rischia di avere effetti diretti sul negoziato più ampio tra Stati Uniti e Iran.
La ripresa dell’offensiva israeliana ha avuto conseguenze anche sul piano diplomatico. La ministra tedesca per la Cooperazione internazionale, Reem Alabali Radovan, e il ministro norvegese Asmund Aukrust non hanno potuto atterrare a Beirut per una missione prevista nella capitale libanese. Secondo quanto riferito da Berlino, la decisione è stata presa “per motivi militari” a causa del rapido peggioramento della situazione, mentre l’aereo su cui viaggiavano i due ministri si avvicinava all’aeroporto.
La missione avrebbe dovuto esprimere solidarietà al popolo libanese e prevedeva incontri con il presidente Joseph Aoun, con rappresentanti della società civile e con gli sfollati. Aukrust ha ricordato che “oltre 3mila persone sono state uccise da marzo” nell’offensiva israeliana in Libano, mentre Alabali Radovan ha chiesto “a tutte le parti” una de-escalation.
La reazione regionale è stata immediata. La Turchia ha condannato “con la massima fermezza l’occupazione in espansione di Israele in Libano”, accusando Netanyahu di voler rendere inabitabili le aree occupate e di costringere la popolazione a uno sfollamento permanente. Ankara ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di adottare “misure immediate e concrete” per fermare gli attacchi israeliani.
Anche l’Arabia Saudita ha condannato l’“aggressione israeliana” contro il Libano, ribadendo il proprio sostegno alla sovranità libanese. Il ministero degli Esteri saudita ha respinto l’incursione israeliana e la violazione della sovranità di Beirut, invitando la comunità internazionale ad assumersi le proprie responsabilità per porre fine ai movimenti militari israeliani volti a espandersi sul territorio libanese.
Dura anche la posizione dell’Egitto, che ha accusato Israele di voler imporre una “nuova realtà militare” in Libano. Il Cairo ha definito l’estensione dell’offensiva di terra israeliana una grave violazione della sovranità libanese e del diritto internazionale, chiedendo il ritiro immediato delle forze israeliane e la piena attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Anche l’Unione europea ha chiesto a Israele di fermare l’escalation militare. “Chiediamo a Israele di fermare la sua escalation militare in Libano e di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale del Libano”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anouar el Anouni, durante il briefing di mezzogiorno con la stampa a Palazzo Berlaymont.
Bruxelles incoraggia inoltre “il continuo impegno negli sforzi diplomatici in corso, compresi quelli guidati dagli Stati Uniti e dai partner internazionali, volti a garantire un percorso negoziato verso stabilità e sicurezza a lungo termine sia per il Libano sia per Israele”, ha aggiunto el Anouni.
Il portavoce ha poi rivolto un passaggio specifico alla popolazione civile. “Il popolo libanese ha già sopportato immense sofferenze. Non ha scelto questa guerra e questa guerra non è la sua”, ha affermato. “Il popolo del Libano e quello di Israele hanno il diritto di vivere in pace, sicurezza e dignità, liberi dalla minaccia di un nuovo conflitto”.
El Anouni ha ribadito che l’UE “è solidale con il popolo libanese” e continuerà a fornire “sostegno e aiuti di emergenza per aiutare le autorità ad affrontare la crisi attuale”. Sul piano della sicurezza, ha ricordato che l’Alta rappresentante Kaja Kallas, all’ultimo Consiglio Affari esteri nel formato dei ministri della Difesa, ha indicato che l’Unione sta valutando “una nuova missione per contribuire a rafforzare il controllo statale in Libano”. Il portavoce non ha voluto anticipare quale forma possa assumere l’iniziativa, ma ha assicurato che “l’impegno dell’UE per la sicurezza e la stabilità del Libano resta incrollabile”.
Libano, la guerra di Israele contro Hezbollah devasta un Paese sempre più fragile
Il clima a Beirut: paura, stanchezza e attesa
Intanto a Beirut la nuova fase dell’offensiva israeliana è vissuta con un misto di timore, logoramento e rassegnazione dopo mesi di conflitto. La periferia sud della capitale, Dahieh, roccaforte politica e militare di Hezbollah, è tornata al centro della pressione israeliana, con nuovi avvisi di evacuazione e il rischio di un’ulteriore ondata di sfollamenti interni. Nel quartiere è concentrata una parte importante della base sociale del movimento sciita e ogni attacco ha un impatto psicologico e politico molto più ampio rispetto agli scontri nel sud del Paese che di fatto sono proseguiti anche durante questi mesi di tregua.
Parlando a Focus Europe, la giornalista libanese, Nayla Assaf, sottolinea che tra la popolazione serpeggia un misto “di paura per nuovi sfollamenti dalla periferia sud della capitale, stanchezza, ansia e incertezza”. “Questo significa che non c’è ancora una soluzione per tutta questa situazione, c’è esaurimento dopo mesi di conflitto”, aggiunge. La popolazione è “nervosa, stanca”, ma allo stesso tempo vigile, “con la speranza che la diplomazia riesca prima che la situazione peggiori ulteriormente”.
Il clima descritto da Assaf si inserisce in un contesto interno già estremamente fragile. Il Libano arriva a questa nuova escalation dopo anni di crisi economica, paralisi istituzionale e indebolimento dello Stato, mentre la guerra ha accentuato la dipendenza della popolazione dagli aiuti, la pressione sugli sfollati e la sfiducia verso la capacità delle istituzioni di proteggere i civili. Anche per questo, la ripresa delle operazioni israeliane non viene percepita solo come un fatto militare, ma come l’ennesima prova di vulnerabilità di un Paese esposto alla competizione tra potenze regionali e attori armati interni.
Secondo Assaf, il nodo resta anche politico: “L’Iran mantiene una presa salda sul Libano attraverso una lotta di potere e non è disposto a rinunciarvi”. Allo stesso tempo, osserva, Hezbollah appare oggi indebolito: “Hezbollah è molto debole adesso. Ieri ha convocato un sit-in contro il governo, ma erano meno di cento persone”.

