L’incessante campagna di bombardamenti israeliani in Libano sta letteralmente devastando il Paese, con il bilancio delle vittime che ha già superato i 300 morti. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto il più grande attacco coordinato in Libano dall’inizio della nuova operazione militare nel Paese contro il movimento sciita libanese Hezbollah, iniziata lo scorso 2 marzo. Gli attacchi hanno preso di mira aree di Beirut, della valle della Bekaa e del Libano meridionale. La nuova escalation ha spinto l’Iran a reintrodurre il blocco dello Stretto di Hormuz, a pochi giorni dalla tregua raggiunta martedì all’ultimo minuto con gli Stati Uniti, e ha riacceso a Bruxelles le richieste di una revisione dell’accordo di associazione UE-Israele e le minacce di sanzioni contro lo Stato ebraico.

In un’intervista rilasciata a Focus Europe, la giornalista libanese Nayla Assaf descrive un Paese che si trova “in una situazione estremamente critica, sia sul piano della sicurezza, sia su quello economico, politico e umanitario”.

Secondo Assaf, il Paese dei cedri sta subendo “in pieno le ripercussioni della guerra in corso”. Le regioni del Sud, la periferia sud di Beirut e la zona di Baalbeck-Hermel, nella Bekaa, “sono le più colpite, in quanto considerate roccaforti di Hezbollah”. Si tratta di aree “regolarmente bersaglio di attacchi israeliani”, con “distruzioni massicce, la cui entità resta difficile da valutare finché il conflitto continua”. Assaf aggiunge che “altre regioni non vengono risparmiate, soprattutto quando vi si trovano esponenti di Hezbollah”.

Sul piano umanitario, il Libano sta affrontando una crisi che si aggiunge alla situazione già precaria in cui versava il Paese prima del conflitto. “Quasi un milione di persone sono state sfollate, trovando rifugio in centri di accoglienza o in altre regioni del Paese”, afferma la giornalista, sottolineando che questo “esercita una pressione considerevole sulle risorse locali e su infrastrutture già fragili”.

A ciò si aggiunge una crisi economica che dura dal 2019. “Una grande parte della popolazione vive oggi sotto la soglia di povertà”, mentre “i servizi di base — in particolare l’elettricità, l’assistenza sanitaria e le infrastrutture — sono fortemente deteriorati, o addirittura parzialmente paralizzati in alcune zone colpite dai bombardamenti”.

Secondo dati dell’UNICEF, al 1° aprile, gli sfollati nel Paese ammontavano a 1,1 milioni, di cui più di 390.000 bambini, e 136.321 persone erano ospitate in 669 rifugi collettivi ufficiali, mentre sul fronte alimentare l’ultima analisi IPC sostenuta dal World Food Programme (WFP) stima che tra aprile e luglio 2026 circa 961 mila persone, pari al 18% della popolazione analizzata, potrebbero trovarsi in condizioni di insicurezza alimentare acuta.

Sul piano politico, Assaf osserva che “lo Stato libanese appare indebolito e fatica a imporre la propria autorità su tutto il territorio”.

Dalla sua salita al potere nel gennaio 2025, il presidente libanese Joseph Aoun è stato particolarmente impegnato nei tentativi di disarmare il movimento sciita filoiraniano Hezbollah, suggerendo che il mancato disarmo avrebbe dato a Israele un pretesto per continuare gli attacchi.

Sulla possibilità che il governo disarmi Hezbollah, Nayla Assaf afferma che “il governo libanese afferma di essere impegnato in un percorso volto a rafforzare il monopolio dello Stato sulle armi e a inquadrare la questione del disarmo di Hezbollah”. “Diverse decisioni sono state prese in questo senso, a testimonianza di una volontà politica dichiarata di affrontare questo dossier sensibile”. Ma, prosegue, “l’attuazione sul terreno appare particolarmente complessa”.

Il disarmo “dipende da numerosi fattori, in particolare dagli equilibri politici interni, dalla situazione di sicurezza attuale e dai rapporti di forza esistenti”. Per questo, “nei fatti, l’applicazione di queste decisioni resta difficile, anche se non viene considerata impossibile nel lungo periodo”. Si tratta quindi, conclude, di “un dossier aperto, il cui esito resta incerto”.

Uno stato di guerra quasi permanente

Dopo la fine della guerra civile nel 1990, il Libano non ha conosciuto una vera stabilità duratura, ma una successione di guerre, escalation e campagne militari che hanno continuato a colpire il Paese nel contesto dello scontro tra lo Stato ebraico e il movimento sciita filo-iraniano Hezbollah. I maggiori conflitti del periodo post-guerra civile sono tre: quell0 del 2006, quello del 2024 avvenuto nell’ambito dello scontro contro Hamas a Gaza all’indomani degli attentati del 7 ottobre 2023 e, infine, quella iniziata il 2 marzo 2026 legata all’operazione “Epic Fury” lanciata da Tel Aviv e Washington contro l’Iran.

Come sottolinea la giornalista Nayla Assaf, questa situazione ha profondamente segnato la popolazione, che vive in uno stato “di tensione permanente”, un contesto che “ha generato un importante trauma collettivo”. Eppure, aggiunge, “nonostante difficoltà talvolta estreme e un’incertezza costante, i libanesi hanno sviluppato una forte capacità di adattamento e resilienza che consente loro di andare avanti nella vita quotidiana”.

Questa resilienza, spiega, si manifesta prima di tutto nei “legami familiari e comunitari molto solidi”. “L’aiuto reciproco tra le persone svolge un ruolo centrale nella sopravvivenza sociale ed economica, soprattutto in assenza, o nella debolezza, delle istituzioni statali”.

Assaf racconta che “le famiglie, le reti locali e le iniziative di associazioni e ONG spesso suppliscono per rispondere ai bisogni essenziali”, mentre “una parte della popolazione dipende anche dalle rimesse della diaspora, che rappresentano un aiuto vitale per molte famiglie”.

In questo contesto, sul piano economico, “i libanesi hanno dovuto adattarsi a una crisi profonda che dura dal 2019”.

“Molti vivono in condizioni precarie, sviluppando strategie di sopravvivenza di fronte alla carenza di elettricità, carburante o medicinali, e facendo ampio ricorso all’economia informale”. Sul piano psicologico, invece, “questa situazione prolungata ha prodotto una forma di logoramento e di stanchezza collettiva”.

Assaf sottolinea che “la violenza e l’instabilità vengono talvolta integrate nella quotidianità, portando a una parziale banalizzazione dell’eccezionale, anche se l’angoscia e l’incertezza restano onnipresenti”.

Alla domanda sul perché lo Stato ebraico colpisca “in modo indiscriminato”, Assaf risponde che “Israele afferma di condurre attacchi contro obiettivi militari di Hezbollah”. Tuttavia, aggiunge, “nei fatti, molti attacchi hanno conseguenze dirette sulle popolazioni civili”. “Colpiscono diverse regioni del Libano e i civili ne pagano il prezzo”.

Durante recenti raid, racconta, “in particolare mercoledì, abitazioni e appartamenti sono stati distrutti mentre i loro occupanti non avevano alcun legame con Hezbollah”. Per questo, prosegue, “se Israele sostiene di prendere di mira obiettivi militari precisi, la realtà sul terreno mostra che i civili sono pesantemente colpiti dalle conseguenze del conflitto, alimentando accuse di attacchi indiscriminati”. E aggiunge: “Come in ogni guerra, la popolazione civile resta la prima vittima dei combattimenti, che sia in Libano, a Gaza o in altri contesti di guerra nel mondo”.

Il Libano conta sul sostegno dei Paesi europei

La nuova escalation in Libano, che ha colpito anche i militari della missione UNIFIL nella parte meridionale del Paese, ha sollevato condanne da parte delle istituzioni e dei Paesi UE.

Mercoledì l’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri, Kaja Kallas, e diversi ministri degli Esteri degli Stati membri hanno condannato gli attacchi israeliani e la morte di migliaia di civili, chiedendo la fine delle ostilità. Un altro appello è stato lanciato dai ministri degli Esteri dei Paesi mediterranei dell’UE, che hanno chiesto un cessate il fuoco immediato in Libano dopo essersi riuniti a Spalato, in Croazia, giovedì.

In Europa si è anche nuovamente aperto il dibattito sulle relazioni tra l’Unione europea e lo Stato di Israele. In particolare, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha esortato l’Europa ad agire per impedire che il Libano diventi “una nuova Gaza”, chiedendo un’opposizione europea unitaria alle azioni di Israele e rinnovando il suo appello per la sospensione dell’accordo di associazione tra il blocco e Tel Aviv, un accordo firmato nel 1995 che disciplina gli scambi commerciali e la cooperazione politica.

Nell’intervista con Focus Europe, Nayla Assaf ha rivolto all’Europa un messaggio di “speranza e di attesa”. “Il Libano – afferma – conta sul sostegno dei Paesi europei per accompagnare il governo e l’esercito libanese nei loro sforzi volti a rafforzare l’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale”.

La giornalista ricorda poi che “l’Europa ha già svolto un ruolo importante al fianco del Libano, in particolare attraverso l’UNIFIL, alla quale diversi Paesi contribuiscono attivamente, tra cui l’Italia, che svolge un ruolo particolarmente apprezzato”. Assaf cita anche “missioni di cooperazione come la MIBIL (Italia)”, che “contribuiscono inoltre a ottimizzare le capacità dell’esercito libanese e delle forze di sicurezza interne”.

Ma per Assaf questo non basta. Infatti, secondo la giornalista, “nello stesso spirito, l’Europa è chiamata ad assumere un ruolo diplomatico più attivo nei confronti di Israele per sensibilizzare i decisori sulla sofferenza delle popolazioni civili libanesi, confrontate con le conseguenze dirette del conflitto e con la paura permanente di un’escalation, in particolare nelle regioni del sud”. E conclude con un appello netto chiedendo “una diplomazia europea più impegnata, convinta che il dialogo e la mediazione restino strumenti più efficaci delle logiche di confronto militare”.

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