L’Europa compie qualche passo avanti nella riduzione delle disuguaglianze economiche, ma la distanza tra i redditi dei cittadini rimane significativa. A fotografare la situazione sono gli ultimi dati di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, che evidenziano un lieve miglioramento nella distribuzione del reddito, accompagnato però da profonde differenze tra Paesi e territori.

Nel 2025 il coefficiente di Gini, il principale indicatore utilizzato per misurare la disuguaglianza dei redditi, si è attestato nell’Unione europea a 29,2 punti, rispetto ai 29,4 del 2024, marcando una riduzione contenuta, che segnala un movimento verso una distribuzione leggermente più equilibrata delle risorse economiche.

La fotografia europea resta comunque molto eterogenea. Nel 2025 si passa dai 23 punti della Slovacchia ai 37,7 della Bulgaria, con differenze che riflettono strutture economiche, sistemi fiscali e meccanismi redistributivi profondamente diversi.

L’Italia in linea con gli altri Paesi mediterranei e balcanici

L’Italia registra un coefficiente di Gini pari a 31 punti, superiore di 1,8 punti alla media europea. Il dato colloca il Paese tra quelli in cui la distribuzione dei redditi risulta meno equilibrata rispetto alla media dell’Unione, pur rimanendo distante dalle situazioni di maggiore disuguaglianza osservate nell’Europa orientale, come in Lettonia e Lituania.

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Il valore italiano si inserisce in una fascia di disuguaglianza relativamente vicina a quella di Paesi come Malta, Cipro, Grecia, Macedonia del Nord e Serbia, sebbene con differenze tra i singoli valori nazionali. Il confronto con la Spagna è particolarmente significativo: il coefficiente italiano, pari a 31, risulta appena 0,3 punti più alto di quello spagnolo, pari a 30,7. Questi confronti suggeriscono che la disuguaglianza dei redditi non segue una semplice divisione tra Europa occidentale e orientale, né coincide necessariamente con il livello di ricchezza complessiva di un Paese. Economie con caratteristiche e redditi medi differenti possono presentare livelli relativamente simili di concentrazione delle risorse.

All’estremo opposto della graduatoria europea si trovano Slovacchia (23), Belgio (23,4), Repubblica Ceca (24), Slovenia (24,6) e Polonia (24,9), dove la distribuzione dei redditi appare sensibilmente più equilibrata, nel caso degli ex Paesi sovietici, però, il dato deve comunque essere inserito in economie con redditività più bassa di quella dei Paesi dell’Europa continentale.  Le maggiori disuguaglianze si registrano invece in Bulgaria (37,7), Lettonia (35,6) e Lituania (35,5).

Il reddito disponibile cresce, ma le differenze restano marcate

L’analisi Eurostat non si limita alla distribuzione dei redditi, ma prende in considerazione anche il potere d’acquisto delle famiglie europee. Nel 2025 il reddito disponibile mediano equivalente nell’Unione europea è stato pari a 22.638 unità di potere d’acquisto (PPS), un indicatore che permette di confrontare i redditi tenendo conto delle differenze nei livelli dei prezzi tra Paesi. Le distanze rimangono notevoli: si va dai 37.673 PPS del Lussemburgo e dai 32.385 dell’Austria agli 11.958 dell’Ungheria e ai 12.861 della Romania.

Un ruolo importante nel sostenere il reddito delle famiglie è svolto dai trasferimenti sociali, comprese le pensioni e le prestazioni assistenziali. A livello europeo questi interventi contribuiscono per 6.274 PPS al reddito disponibile mediano, evidenziando il peso dei sistemi di protezione sociale nel contenimento delle disparità economiche.

È tuttavia importante distinguere due fenomeni: un Paese può avere un reddito medio relativamente elevato e una distribuzione molto diseguale, oppure livelli di reddito più bassi ma una minore distanza relativa tra le diverse fasce della popolazione.

Povertà in diminuzione nell’UE, ma l’Italia resta spaccata in due

Un altro elemento significativo emerge dall’analisi del rischio di povertà. Utilizzando una soglia ancorata al 2019 e aggiornata per l’inflazione, Eurostat rileva che la quota di popolazione europea a rischio di povertà è passata dal 16,5% del 2019 al 13% del 2025. Il miglioramento complessivo non cancella, tuttavia, le forti differenze territoriali, ed è proprio in Italia che queste contraddizioni assumono una dimensione particolarmente evidente.

Tra le otto regioni dell’Unione europea con percentuali di popolazione a rischio di povertà comprese tra il 30,1% e il 39,3% figurano Calabria, Campania e Sicilia. Si tratta di territori che condividono questa condizione con alcune regioni ultraperiferiche francesi, le città autonome spagnole di Ceuta e Melilla e il Peloponneso greco.

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La situazione più critica nell’Unione si registra nella Guyana francese, dove il rischio di povertà raggiunge il 50,7% della popolazione.

Allo stesso tempo, l’Italia presenta anche sei regioni tra le 28 europee nelle quali il rischio di povertà rimane inferiore al 10%: Valle d’Aosta, Lombardia, Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Il contrasto è netto. Nello stesso Paese convivono territori che si collocano tra quelli europei con la minore incidenza della povertà e regioni che figurano tra le aree maggiormente esposte al disagio economico.

La sfida europea: ridurre le distanze, non soltanto aumentare la ricchezza

I dati Eurostat mostrano che il miglioramento degli indicatori europei non si traduce automaticamente in una riduzione uniforme delle disuguaglianze all’interno dei singoli Paesi. Per l’Italia, il coefficiente di Gini superiore alla media comunitaria e la forte polarizzazione territoriale rappresentano due aspetti distinti, ma strettamente collegati, della questione distributiva.

Il confronto con Spagna, Grecia e altri Paesi mediterranei e balcanici evidenzia come le disparità di reddito costituiscano una sfida condivisa da economie differenti. La particolare ampiezza dei divari regionali italiani aggiunge però un ulteriore elemento di complessità.

La riduzione del coefficiente di Gini europeo è un segnale incoraggiante, ma non sufficiente a descrivere le condizioni economiche di milioni di cittadini. Per comprendere quanto una società sia effettivamente più equa occorre guardare anche ai livelli assoluti di reddito, al costo della vita, all’accesso ai servizi e alle opportunità economiche offerte nei diversi territori. La fotografia che emerge è dunque quella di un’Europa in cui le disuguaglianze si attenuano lentamente, ma nella quale il luogo in cui si vive continua a incidere profondamente sulle condizioni economiche delle persone.

In questo senso si inserisce il dibattito in corso fra le istituzioni europee sulle risorse del prossimo bilancio settennale dell’UE, relativo al periodo 2028-2034, da destinare alla politica di coesione. L’obiettivo di questi fondi è proprio quello di ridurre le disparità economiche, sociali e territoriali fra le regioni europee, sostenendo investimenti, infrastrutture, occupazione e opportunità di sviluppo nelle aree più svantaggiate. Una questione sulla quale il Comitato europeo delle regioni sta dando battaglia, soprattutto di fronte al rischio di una maggiore centralizzazione delle decisioni nelle mani dei governi nazionali.

La settimana europea: dai fondi di coesione al bilancio UE, il confronto tra Bruxelles e le Regioni

Il tema è stato al centro dell’ultima riunione congiunta del 2026 tra la commissione per lo sviluppo regionale (REGI) del Parlamento europeo e la commissione Politica di coesione territoriale e bilancio dell’UE (COTER) del Comitato europeo delle regioni, svoltasi in concomitanza con il Consiglio europeo dedicato anche ai negoziati sul futuro bilancio comunitario. Al centro del confronto, la proposta di riorganizzare la gestione dei finanziamenti attraverso nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali, insieme alla revisione delle regole del Fondo europeo di sviluppo regionale, del Fondo di coesione e di Interreg. A preoccupare i rappresentanti territoriali è soprattutto la prospettiva di concentrare la programmazione degli investimenti in 27 piani nazionali, ridimensionando il ruolo delle amministrazioni regionali e locali.

[Crediti: Bert Kaufmann from Roermond, Netherland, WikimediaCommons – CC 2.0]

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