Il segretario generale della NATO Mark Rutte è sempre più criticato per quello che molti considerano un atteggiamento eccessivamente accomodante nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. I suoi elogi pubblici e la riluttanza a contestarlo apertamente hanno sollevato perplessità nelle capitali alleate, soprattutto mentre le tensioni globali si intensificano.

Eppure, l’approccio di Rutte non è né impulsivo né senza precedenti. Riflette una strategia deliberata già adottata in passato all’interno della NATO per affrontare fasi di forte tensione: privilegiare la coesione rispetto allo scontro.

Mentre crisi si sviluppano simultaneamente – dal Venezuela al Medio Oriente, passando per le dispute sulla Groenlandia e le frizioni commerciali – i leader hanno adottato approcci diversi nei confronti di un presidente statunitense imprevedibile.

Alcuni hanno scelto la critica aperta, tra cui il premier spagnolo Pedro Sánchez e la premier danese Mette Frederiksen, mentre altri come Giorgia Meloni e Friedrich Merz hanno adottato recentemente toni più fermi.

All’estremo opposto si trovano i leader che evitano il confronto diretto, cercando invece di mantenere influenza attraverso relazioni di lavoro. Il presidente finlandese Alexander Stubb e, soprattutto, Rutte rientrano in questa categoria.

L’olandese è finito sotto accusa dopo il vertice NATO dello scorso anno all’Aia, dove il suo tono accomodante verso Trump ha suscitato forti reazioni. Un riferimento scherzoso al presidente statunitense come figura “paterna” capace di calmare le dispute tra alleati è stato ampiamente giudicato eccessivo e lesivo della sua stessa autorità.

Le critiche sono proseguite mentre Trump, insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, porta avanti azioni militari contro l’Iran. Mentre sempre più leader iniziano a mettere apertamente in discussione il ruolo di Washington in Medio Oriente, Rutte ha continuato a difendere la posizione degli Stati Uniti.

Tuttavia, descrivere il capo della NATO come allineato acriticamente a Trump rischia di trascurare la logica di fondo. La sua prudenza non nasce da lealtà politica, ma da calcolo. Rutte è ben consapevole dei possibili effetti negativi delle decisioni statunitensi, ma sceglie di non contestarle pubblicamente per preservare l’unità dell’Alleanza.

Un approccio simile si rivelò decisivo durante il primo mandato di Trump. Nel 2018, la NATO affrontò una delle sue crisi interne più gravi, quando il presidente statunitense minacciò il ritiro a causa dell’insufficiente spesa per la difesa da parte degli alleati europei.

Le tensioni culminarono nel vertice NATO di luglio di quell’anno, quando il rischio di un’uscita degli Stati Uniti apparve concreto. Gli alleati si erano già impegnati nel 2014 ad aumentare la spesa per la difesa al 2% del PIL, ma i progressi erano lenti. Trump intensificò la pressione, criticando apertamente la NATO e chiedendo aumenti immediati – arrivando persino a evocare un obiettivo del 4%.

All’epoca, l’allora segretario generale Jens Stoltenberg e i leader europei compresero la gravità della minaccia. Trump aveva già dimostrato la disponibilità a ritirarsi da importanti accordi internazionali, incluso quello sul nucleare iraniano, alimentando il timore che la NATO potesse essere la prossima.

Invece di affrontarlo direttamente, gli alleati optarono per una strategia pragmatica. Ribadirono gli impegni ad aumentare la spesa per la difesa, che Stoltenberg presentò come un successo per Trump. Il presidente statunitense lasciò il vertice convinto che le sue pressioni avessero rafforzato la NATO – e, soprattutto, senza dare seguito alle sue minacce.

Questo episodio è stato poi considerato un punto di svolta, dimostrando come una gestione politica attenta potesse evitare una rottura più profonda. L’obiettivo non era vincere un confronto, ma mantenere intatta l’Alleanza.

Rutte sembra applicare oggi la stessa logica, sebbene in modo più visibile. Il suo passato politico come premier olandese di lungo corso gli ha fornito gli strumenti per gestire coalizioni complesse e interessi divergenti. Il suo approccio attuale riflette questa esperienza più che una qualsiasi affinità personale con Trump.

In effetti, episodi passati suggeriscono il contrario. Durante una riunione NATO del 2019, Rutte fu colto fuori microfono mentre criticava il presidente statunitense – segno che il suo tono attuale è dettato dalla responsabilità istituzionale piuttosto che da convinzioni personali.

Per gli alleati europei, le opzioni strategiche restano limitate. Hanno poca influenza sulla politica interna statunitense ed è improbabile che possano costruire nel breve termine un’alternativa credibile alla NATO. In questo contesto, mantenere la coesione dell’Alleanza diventa prioritario.

Mentre alcuni leader continuano a confrontarsi apertamente con Trump, altri cercano di influenzare gli esiti attraverso il dialogo. I due approcci coesistono nella relazione transatlantica, riflettendo diverse valutazioni su come gestire al meglio il rischio.

Il ruolo stesso di segretario generale della NATO aiuta a spiegare il comportamento di Rutte. La posizione è pensata meno per prese di posizione politiche e più per facilitare compromessi tra alleati con interessi divergenti.

In questo senso, la condotta di Rutte è coerente con la logica istituzionale del suo incarico. Come Stoltenberg prima di lui, agisce non tanto come uno statista tradizionale, quanto come un mediatore, concentrato a evitare fratture all’interno dell’Alleanza in una fase di forte incertezza.

In definitiva, l’efficacia di questa strategia sarà giudicata non dalla retorica, ma dai risultati. Se la NATO uscirà intatta da questa fase, l’approccio di Rutte potrà essere visto meno come acquiescenza e più come gestione pragmatica della crisi.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

, , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *