Per quasi trent’anni, nei Balcani occidentali, Stati Uniti ed europei hanno condiviso lo stesso obiettivo strategico: impedire che la regione tornasse a essere il principale focolaio di instabilità del continente. Oggi quell’equilibrio sembra incrinarsi. Le dimissioni annunciate da Christian Schmidt dalla guida dell’ufficio dell’alto rappresentante (OHR) in Bosnia-Erzegovina rappresentano infatti molto più di un normale avvicendamento diplomatico. Dietro la formula ufficiale della “decisione personale” emergono segnali di un cambiamento geopolitico profondo, con Washington che non appare più allineata con l’Unione europea nella difesa dell’ordine nato dagli accordi di Dayton.

La questione è stata affrontata anche dai ministri degli Esteri dell’Unione europea come sottolineato in conferenza stampa dall’Alta rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas. Rispondendo alle domande dei giornalisti al termine del Consiglio esteri a Bruxelles, Kallas ha affermato i ministri hanno concordato sulla necessità che il Paese si non allontani dall’Unione. Secondo Kallas è necessario “restare uniti per trovare un successore”, perché la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente. Per questo, ha aggiunto, Bruxelles sta “discutendo su come fornire supporto”.

Schmidt, ex ministro tedesco e figura centrale dell’architettura internazionale bosniaca dal 2021, ha confermato oggi, 11 maggio 2026, l’intenzione di lasciare l’incarico dopo quasi cinque anni, pur restando formalmente in funzione fino alla scelta di un successore. Secondo quanto riportato da Reuters e da diversi media tedeschi, dietro le dimissioni vi sarebbero però forti pressioni statunitensi legate ai nuovi equilibri nei Balcani e a interessi energetici americani nella regione.

L’episodio sarebbe già di per sé rilevante. Ma ciò che rende la vicenda particolarmente significativa è il contesto politico in cui avviene. Durante il suo mandato, Schmidt è stato il principale argine istituzionale contro le spinte separatiste di Milorad Dodik, il presidente della Republika Srpska e storico alleato regionale di Vladimir Putin. Dodik ha costruito la propria strategia politica sulla delegittimazione delle istituzioni centrali bosniache, sulla minaccia costante di secessione dell’entità serba e su una retorica nazionalista che richiama direttamente le tensioni degli anni Novanta.

Negli anni recenti Schmidt ha utilizzato più volte i cosiddetti “Bonn Powers“, i poteri straordinari attribuiti all’alto rappresentante, per bloccare decisioni della leadership serbo-bosniaca, modificare norme elettorali e tentare di preservare il fragile equilibrio costituzionale della Bosnia-Erzegovina. Queste iniziative lo hanno reso una figura fortemente divisiva, sostenuto dai bosgnacchi e da gran parte delle cancellerie europee, ma contestato dalla leadership serba della Republika Srpska e da Mosca.

Il punto centrale è che, fino a poco tempo fa, anche Washington sosteneva questa linea. Gli Stati Uniti erano stati l’architetto principale degli accordi di Dayton del 1995 e, pur riducendo progressivamente il proprio impegno diretto nei Balcani, avevano continuato a garantire insieme all’Unione europea la tenuta dell’ordine postbellico. Oggi, invece, la situazione appare radicalmente diversa. Secondo Reuters, l’amministrazione guidata da Donald Trump avrebbe progressivamente rivalutato Dodik come interlocutore strategico. Le sanzioni statunitensi contro il leader serbo-bosniaco sarebbero state revocate negli ultimi mesi, mentre Donald Trump Jr. avrebbe visitato la Republika Srpska poche settimane fa. Parallelamente, starebbe avanzando un progetto energetico sostenuto dagli Stati Uniti: un gasdotto da circa 1,5 miliardi di euro destinato a collegare Croazia e Bosnia per l’importazione di gas americano nella regione.

È in questo quadro che le dimissioni di Schmidt assumono un significato più ampio. Diversi osservatori leggono infatti la sua uscita come il prezzo politico di un riassetto regionale in cui Washington privilegia relazioni pragmatiche con gli attori locali, anche a costo di indebolire le strutture internazionali costruite dopo la guerra. Per l’Europa, invece, la stabilità bosniaca resta una questione esistenziale.

La Bosnia-Erzegovina continua infatti a essere uno Stato estremamente fragile. Le istituzioni centrali rimangono deboli, il sistema politico è paralizzato da veti etnici incrociati e il processo di integrazione europea procede lentamente. In questo contesto, le spinte separatiste della Republika Srpska rappresentano da anni il principale fattore di destabilizzazione. Secondo anticipazioni del suo ultimo rapporto alle Nazioni Unite, Schmidt avrebbe addirittura avvertito del rischio di una “disintegrazione” della Bosnia-Erzegovina e di un progressivo “smantellamento” dello Stato centrale.

Le tensioni etniche e politiche continuano infatti a segnare profondamente il Paese. Soltanto tra le generazioni più giovani, cresciute dopo le guerre jugoslave o troppo piccole per averne memoria diretta, sembra emergere con maggiore forza una capacità di superare le narrazioni nazionaliste che ancora dominano gran parte della vita politica bosniaca.

Neppure la Serbia del presidente Aleksandar Vučić sembra intenzionata a contribuire a una reale distensione. Al contrario, Belgrado continua a mantenere un rapporto privilegiato con la leadership della Republika Srpska, spesso utilizzato anche in chiave propagandistica interna. Non è un caso che Vučić, così come altri esponenti del potere politico serbo, appaia sempre più frequentemente a Banja Luka, capitale politica dell’entità serbo-bosniaca, piuttosto che a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina.

Per Bruxelles, il problema è strategico oltre che regionale. I Paesi dei Balcani occidentali non solo sono partner privilegiati in quanto tutti candidati all’adesione all’Unione europea, sono completamente circondati dal territorio dell’Unione. Qualunque crisi politica o etnica nell’area avrebbe inevitabili ripercussioni sulla sicurezza europea, sui flussi migratori e sulla competizione geopolitica con Russia e Cina. Per questo motivo, l’eventuale convergenza tra Washington e Dodik rappresenta un cambio di paradigma potenzialmente destabilizzante.

Mosca osserva con evidente soddisfazione questa evoluzione. Da anni il Cremlino sostiene politicamente Dodik e utilizza la Bosnia-Erzegovina come uno dei principali strumenti per ostacolare l’allargamento euro-atlantico nei Balcani. Il fatto che gli Stati Uniti sembrino ora meno interessati a contenere queste dinamiche apre uno scenario inedito: una convergenza informale tra interessi americani e russi che finisce per indebolire proprio quell’ordine regionale che Washington aveva contribuito a costruire dopo le guerre jugoslave.

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