Dodici Paesi – tra cui otto membri dell’UE (Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia), insieme a Canada, Islanda, Norvegia e Regno Unito – hanno imposto sanzioni ai coloni israeliani, interrompendo le importazioni dai territori occupati, in risposta alle continue violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi e alla creazione di nuovi insediamenti israeliani in territorio palestinese. Il governo italiano non è tra loro.

Attraverso il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il governo ha auspicato una decisione dell’UE in materia, sostenendo che il Regno Unito agisce come vuole perché è fuori dall’UE. Peccato, però, che anche otto Stati membri dell’UE abbiano aderito all’iniziativa. E, soprattutto, peccato che l’UE decida all’unanimità in materia di sanzioni.

La domanda cui il governo dovrebbe dunque rispondere è: come voterebbe in Consiglio se fosse chiamato a deliberare sulle sanzioni ai coloni? Perché è troppo comodo non esprimersi sulla sostanza e auspicare una decisione europea senza dire quale sarebbe la propria posizione rispetto a tale decisione. Specialmente se tale posizione fosse dirimente, in virtù del potere di veto.

Ed è proprio questa situazione di stallo nell’UE – dovuta alla regola dell’unanimità – che ha spinto alcuni Paesi membri ad associarsi all’iniziativa partita dal Regno Unito e alla quale hanno aderito anche altri Stati.

Tanto più che, rispetto alla proposta della Commissione di sospendere l’accordo di associazione con Israele – decisione diversa e più ampia, che non riguarderebbe soltanto i coloni e che potrebbe essere approvata a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri, cioè 15, purché rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’UE) –, l’opposizione congiunta di Germania e Italia è stata decisiva per impedirne l’approvazione. Basterebbe che uno dei due Paesi modificasse la propria posizione perché la decisione potesse essere approvata, alla luce delle posizioni espresse finora dagli altri Stati membri.

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