A soli tre anni dalla chiusura in pompa magna, nell’aprile 2023, degli ultimi tre reattori nucleari (Isar 2, Emsland e Neckarwestheim 2), la Germania sta ora cambiando radicalmente rotta.
Da paese che per molti anni è stato in prima linea nel movimento antinucleare e ha promosso l’Energiewende, ovvero una vasta trasformazione energetica basata sulla chiusura delle centrali nucleari e sul rapido sviluppo delle fonti rinnovabili, sta diventando uno dei protagonisti più ambiziosi nel campo della fusione nucleare.
Dopo lo shock della crisi energetica provocata dall’aggressione russa in Ucraina nel 2022, la vulnerabilità della Germania è venuta pienamente alla luce. Si è manifestata in una combinazione di prezzi elevati dell’elettricità, crescente dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e tensioni nella rete a causa della produzione fluttuante da eolico e solare. Allo stesso tempo, si sente sempre più spesso l’opinione che l’abbandono del nucleare sia stato un errore che ha reso più costosa e rallentato la transizione energetica.
Invece di tornare alla tradizionale fissione nucleare, contro la quale persiste una forte opposizione sia politica che pubblica, Berlino sceglie una strada diversa. Vuole sfruttare l’infrastruttura esistente delle centrali dismesse per lo sviluppo della fusione nucleare. Si tratta di una tecnologia che promette energia pulita, sicura e praticamente illimitata, senza il rischio di una reazione a catena e con una quantità di scorie notevolmente inferiore.
Questo cambiamento è visibile anche nella politica europea. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen afferma già apertamente che trascurare il nucleare è stato un «errore strategico». La nuova legge per accelerare lo sviluppo industriale (Industrial Accelerator Act – IAA) del marzo 2026 e il piano d’azione tedesco dell’ottobre 2025 dovrebbero contribuire a portare la fusione nucleare dalla ricerca alla pratica, attraverso un processo di autorizzazione più rapido, il sostegno alla produzione europea e investimenti miliardari. L’Europa reagisce così agli Stati Uniti e alla Cina, che stanno investendo anch’essi nella fusione e cercano di ottenere un vantaggio tecnologico.
Cos’è la fusione nucleare e perché è interessante?
La fusione unisce nuclei atomici leggeri e libera un’enorme quantità di energia, lo stesso processo che avviene all’interno del Sole. A differenza dell’attuale fissione nucleare, produce pochissimi scarti ed è più sicura: se il processo viene interrotto, la reazione si arresta immediatamente. Allo stesso tempo, promette una fonte stabile di energia a basse emissioni di carbonio quasi illimitata, che non dipende dalle condizioni meteorologiche.
Per l’Europa sarebbe un vero e proprio jackpot tecnologico: un potenziale complemento alle fonti rinnovabili che potrebbe rafforzare l’indipendenza energetica.
I reattori a fusione hanno inoltre un forte argomento a loro favore agli occhi dell’opinione pubblica: sono intrinsecamente sicuri. A differenza della fissione, in caso di incidente non c’è il rischio di una reazione a catena incontrollata. Se il campo magnetico viene a mancare, il plasma si disgrega immediatamente e il processo si arresta.
Il problema è che la fusione è in ritardo già da decenni. È frenata da sfide tecniche ed economiche estreme.
Gli scienziati devono riuscire a mantenere il plasma a temperature di centinaia di milioni di gradi stabilmente “intrappolato” nel campo magnetico senza contatto con le pareti del reattore. Allo stesso tempo, devono sviluppare materiali in grado di sopportare tale carico a lungo termine senza subire danni. Si tratta anche della sostenibilità economica del progetto. L’intero sistema deve funzionare in modo che l’elettricità prodotta sia competitiva in termini di prezzo.
Germania e Francia: le due velocità della fusione europea
Il sogno europeo di padroneggiare l’energia delle stelle si sta oggi sviluppando in due direzioni tecnologicamente diverse. La prima direzione è il tokamak, un dispositivo con una forma più semplice a “anello” del campo magnetico, utilizzato ad esempio da ITER e che oggi rappresenta l’approccio più diffuso e meglio studiato alla fusione.
La seconda direzione è lo stellarator, un sistema tecnicamente più complesso con bobine magnetiche “attorcigliate”, che ha il vantaggio di poter mantenere il plasma in modo più stabile e potenzialmente in modo continuo.
La Germania punta sullo stellarator e intende basare il suo rapido sviluppo sull’utilizzo delle infrastrutture esistenti e sulla collaborazione tra lo Stato e le aziende. Il miglior esempio è la Baviera, dove, nell’area della centrale nucleare dismessa di Gundremmingen, la startup Proxima Fusion progetta di costruire una centrale a fusione commerciale, Stellaris.
Il piano prevede innanzitutto la costruzione dello stellaratore dimostrativo Alpha a Garching, vicino a Monaco, e successivamente della centrale commerciale Stellaris proprio a Gundremmingen. La scelta del sito è pragmatica: l’area offre un collegamento già pronto alla rete di trasmissione, un’infrastruttura di raffreddamento esistente e personale esperto con esperienza nella gestione di grandi impianti energetici.
Il governo tedesco ha stanziato oltre due miliardi di euro fino al 2029 con l’obiettivo di avviare la fusione commerciale intorno al 2040.
La Francia, dal canto suo, punta sulla ricerca approfondita, sulla cooperazione internazionale e sul tokamak classico. In qualità di potenza nucleare, ospita a Cadarache il più grande progetto di fusione al mondo, ITER, in cui l’UE ha già investito oltre 5,6 miliardi di euro. Il primo plasma è previsto intorno al 2034. La Francia detiene il record mondiale di mantenimento del plasma grazie all’esperimento WEST e sostiene anche startup private, come Renaissance Fusion, che sta sviluppando uno stellaratore semplificato.
Come Bruxelles sostiene la fusione
Nel marzo 2026 la Commissione europea ha presentato diversi documenti chiave che spostano in modo significativo la fusione nucleare dai laboratori scientifici direttamente nella strategia industriale europea. Lo strumento principale è la proposta di legge per accelerare lo sviluppo dell’industria IAA, un pacchetto legislativo volto ad accelerare lo sviluppo di tecnologie pulite strategiche.
L’IAA classifica ufficialmente la fusione tra le “tecnologie nucleari innovative” e la definisce una priorità strategica dell’Unione Europea. In questo modo intende eliminare gli ostacoli burocratici e creare in Europa un mercato per le tecnologie di fusione.
La legge introduce due meccanismi fondamentali: l’autorizzazione accelerata e rigide regole “Made in EU”.
Per quanto riguarda le autorizzazioni, la Commissione propone di abbreviare i processi. L’obiettivo indicativo è che le procedure amministrative per i progetti strategici non durino più di 18 mesi.
In pratica, tuttavia, non si tratta di una garanzia di approvazione completa del reattore a fusione in questo lasso di tempo, ma piuttosto di uno sforzo per accelerare le singole fasi di autorizzazione e ridurre i ritardi che oggi frenano i grandi progetti infrastrutturali. Bruxelles si pone così un obiettivo ambizioso, che nella pratica dipenderà dalla volontà degli Stati membri di accelerare i propri regimi di autorizzazione.
Il secondo pilastro consiste nel dare la priorità alle tecnologie e ai componenti di origine europea negli appalti pubblici, nelle sovvenzioni e nelle garanzie. Non si tratta però di un obbligo inderogabile, ma piuttosto di regole preferenziali con delle eccezioni, nel caso in cui le soluzioni europee rendessero il progetto significativamente più costoso o non fossero disponibili.
Nel caso della fusione nucleare, queste regole non riguardano ancora la costruzione di massa di centrali elettriche, ma piuttosto la formazione della futura catena di approvvigionamento. Poiché in Europa non esistono ancora reattori a fusione commerciali, i criteri “Made in EU” si applicano oggi soprattutto ai progetti di ricerca e dimostrazione finanziati con fondi pubblici.
Ciò significa che le aziende europee possono essere avvantaggiate nella produzione di componenti chiave come, ad esempio, i superconduttori per i magneti, i sistemi magnetici stessi o le tecnologie criogeniche per il raffreddamento estremo, che saranno utilizzati negli impianti pilota.
L’obiettivo è che l’UE si costruisca già in questa fase una propria base industriale e non sia costretta a ricorrere all’importazione di tecnologie nel momento in cui la fusione inizierà a decollare commercialmente.
Allo stesso tempo, la Commissione ha integrato il sostegno alla fusione anche nella nuova Strategia per i reattori modulari di piccola taglia (SMR) del marzo 2026. Sebbene la strategia si concentri principalmente sulla fissione, ovvero sui reattori convenzionali, nella stessa proposta la Commissione sostiene esplicitamente anche le «tecnologie nucleari innovative», compresa la fusione.
Nel programma di ricerca dell’Euratom, l’Unione ha stanziato circa 220 milioni di euro per lo sviluppo e la dimostrazione delle tecnologie di fusione.
L’Unione Europea ha quindi scelto un approccio a due binari: la scommessa sui piccoli reattori modulari dovrebbe portare nuova elettricità a basse emissioni di carbonio nei prossimi decenni, mentre la fusione è vista come una promessa tecnologica per il periodo successivo al 2040.
I documenti ufficiali sottolineano inoltre esplicitamente la necessità di costruire catene di approvvigionamento europee per le “tecnologie nucleari innovative”. Un esempio concreto è la già citata Alpha Alliance di Monaco, fondata nel febbraio 2026. Essa riunisce più di 30 aziende europee, tra cui Siemens Energy, Framatome, RWE Nuclear e Air Liquide, e il suo obiettivo è quello di trasferire dalla ricerca alla produzione la tecnologia dello stellaratore di Proxima Fusion. Allo stesso tempo, l’alleanza deve garantire che i componenti chiave vengano prodotti direttamente in Europa.
Voci scettiche
Mentre l’élite politica europea parla di una svolta tecnologica, l’entità degli investimenti necessari è sbalorditiva. Il documento strategico dell’8° Programma PINC (Programma Indicativo Nucleare) costituisce di fatto la mappa degli investimenti della Commissione europea nel settore dell’energia nucleare.
La Commissione stima che, per realizzare le proprie ambizioni nucleari, l’Europa avrà bisogno di 241 miliardi di euro entro il 2050. La Commissione ha così elevato la fusione a parte integrante della sicurezza energetica e la Banca europea per gli investimenti l’ha ufficialmente inserita tra le tecnologie a basse emissioni di carbonio da sostenere in via prioritaria per il periodo dal 2026 al 2030.
Nonostante questo entusiasmo politico, a Berlino si levano voci freddamente lucide che mettono in guardia dall’«euforia della fusione». Claudia Kemfert, responsabile del dipartimento energetico dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), sottolinea che la promessa della fusione come nuova fonte di energia “tra pochi anni” viene ripetuta ormai da decenni, mentre la tecnologia rimane irrilevante nel settore energetico.
Secondo la loro analisi, la fusione arriverà probabilmente solo nel 2040 o nel 2050, quando la transizione energetica sarà già in una fase così avanzata che questa costosa tecnologia non avrà più un ruolo fondamentale.
L’istituto DIW definisce quindi irrealistico l’obiettivo del governo tedesco di costruire il primo reattore a fusione funzionante al mondo proprio in Germania. Gli scettici sottolineano che, sebbene la fusione prometta sicurezza senza il rischio di una reazione a catena, gli ostacoli tecnici rimangono enormi. Gli scienziati non hanno ancora risolto le questioni chiave relative alla stabilità del plasma a temperature estreme né allo sviluppo di materiali in grado di resistere a lungo termine al bombardamento distruttivo dei neutroni.
Questi dubbi sottolineano inoltre le difficoltà dell’Europa nel trasformare i piani in realtà.
Sebbene l’Europa sia tra i leader mondiali per numero di progetti annunciati per la decarbonizzazione dell’industria, i dati della Commissione mostrano che quasi la metà dei progetti annunciati non è stata ancora realizzata e meno di un terzo (circa il 28%) è entrato nella fase di costruzione o di esercizio.
Senza una radicale eliminazione delle barriere burocratiche e una significativa riduzione dei costi, la fusione rischia di rimanere un costoso esperimento scientifico piuttosto che una soluzione concreta per l’industria europea.
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