Negli ultimi giorni, il Partito Progressista Serbo di Aleksandar Vučić ha riproposto una strategia ormai consolidata: rilanciare la “questione Vojvodina” per dipingere i propri oppositori come anti-serbi e presentarsi come l’unica forza patriottica del Paese.
Le autorità hanno sfruttato un annuncio piuttosto avventato della Piattaforma per una Serbia europea, iniziativa promossa da quattro partiti d’opposizione, iniziando ad alimentare le tensioni e ad accusare falsamente una parte dell’opposizione di promuovere la secessione della Vojvodina e la disgregazione della Serbia.
Prefisso telefonico
Il 23 luglio, lo stesso graffito è comparso in numerosi punti di Novi Sad: il numero +384 barrato. Il prefisso internazionale, non assegnato ad alcun Paese, era stato dipinto in nero e poi cancellato con una croce rossa. Secondo alcuni testimoni oculari, giovani con il volto coperto hanno realizzato il graffito su marciapiedi, edifici e recinzioni.
Sebbene il governo Vučić abbia negato di esserne il responsabile, vi sono pochi dubbi sul fatto che sia stato l’unico attore politico a trarne beneficio. Anche un post pubblicato sui social dalla presidente del Parlamento serbo, Ana Brnabić, poco prima della comparsa dei graffiti, lascia intendere che si sia trattato di un’operazione organizzata dal governo.
La Lega dei Socialdemocratici di Vojvodina, da tempo considerata la principale forza politica favorevole a una maggiore autonomia della provincia, ha accusato il Partito Progressista Serbo di Vučić di tentare di creare artificialmente tensioni politiche e di distogliere l’attenzione dai crescenti problemi economici e sociali attraverso una campagna organizzata di scritte e successive cancellazioni del numero +384.
“Quando finiscono i risultati e il consenso popolare, si fabbricano divisioni, si alzano le tensioni e l’opinione pubblica viene sommersa da questioni create artificialmente”, ha dichiarato il partito, guidato dal 2022 da Bojan Kostreš e fondato e diretto per decenni da Nenad Čanak.
Il prefisso +384 non è stato assegnato ad alcun Paese. Ciononostante, periodicamente circolano voci infondate e campagne di disinformazione secondo cui esso sarebbe stato “riservato” al Vojvodina, sebbene non vi sia alcun fondamento nei piani ufficiali dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU). La speculazione nasce dal fatto che il numero rientra nell’ex zona di numerazione jugoslava (+38), alla quale appartengono anche i prefissi di Serbia (+381), Montenegro (+382), Kosovo (+383), Croazia (+385), Slovenia (+386), Bosnia-Erzegovina (+387) e Macedonia del Nord (+389).
Nel 2016 comparvero a Novi Sad manifesti che annunciavano l’assegnazione del prefisso +384 al Vojvodina. I manifesti erano stati realizzati da Young Vojvodina, un’organizzazione che si definiva un “movimento repubblicano rivoluzionario stufo dei deboli e tiepidi politici autonomisti del Vojvodina”, con un chiaro riferimento ai dirigenti della Lega dei Socialdemocratici di Vojvodina e del Partito di Vojvodina.
Non è chiaro chi faccia parte di questa organizzazione non registrata, dove operi o se abbia un reale peso politico in Vojvodina. Le sue attività sembrano limitarsi a sporadici comunicati pubblici, interventi sui social network o graffiti, ma è difficile stabilire se l’organizzazione esista davvero o abbia una presenza concreta sul territorio.
La narrazione del governo
Per sfruttare politicamente la vicenda, il governo si è aggrappato a un annuncio della Piattaforma per una Serbia europea, secondo cui l’organizzazione avrebbe iniziato un tour nelle città e nei comuni nel Vojvodina per incontrare i cittadini.
La Piattaforma per una Serbia europea riunisce il Partito della Libertà e della Giustizia di Dragan Đilas, Serbia Centro di Zdravko Ponoš, il Movimento dei Cittadini Liberi di Pavle Grbović e il Movimento Civico Solidarietà di Goran Ješić. Pur non essendo ancora una coalizione elettorale formale, le quattro organizzazioni dovrebbero presentarsi insieme alle prossime elezioni. La possibile alleanza viene indicata pubblicamente come il “fronte pro-europeo”.
Goran Ješić descrive a Focus Europe una Serbia in cerca di una nuova storia
Il 19 luglio, Marinika Tepić, vicepresidente del partito di Đilas, ha annunciato che la Piattaforma per una Serbia europea avrebbe iniziato a visitare città e comuni del Vojvodina per presentare ai cittadini il proprio piano “per una vita normale”. I punti principali del programma comprendono l’accelerazione del percorso di adesione della Serbia all’Unione europea, una vera lotta alla corruzione, la giustizia, la priorità all’istruzione e alla sanità e il rafforzamento dell’agricoltura come pilastro dello sviluppo.
L’annuncio non è stato particolarmente ponderato, poiché era del tutto prevedibile che il governo avrebbe sfruttato qualsiasi attenzione rivolta esclusivamente al Vojvodina per rilanciare una campagna già collaudata. Infatti, nello stesso giorno, Ana Brnabić del Partito Progressista Serbo ha accusato la Piattaforma per una Serbia europea di aver posto al primo posto della propria agenda la richiesta di riservare il prefisso telefonico +384 al Vojvodina.
“Per amore della precisione: stanno attraversando il Vojvodina proprio per promuovere questo piano e raccogliere un ampio sostegno”, ha affermato Brnabić. Con questa dichiarazione insinuava che la Piattaforma sostenesse l’indipendenza del Vojvodina, riattivando ancora una volta il tema del separatismo della provincia.
Il Partito della Libertà e della Giustizia ha definito le affermazioni di Brnabić “stupide e pericolose”. Il vicepresidente del partito di Đilas, Borko Stefanović, ha dichiarato che il governo “usa tradizionalmente le menzogne per creare conflitti e divisioni” in Serbia. “Per loro ogni messaggio e ogni dichiarazione servono soltanto a una politica dell’odio, del sangue e della terra. Del resto, nessuno conosce meglio di Ana Brnabić e dei suoi compari del regime criminale la questione dell’assegnazione dei prefissi telefonici, visto che sono stati proprio loro ad assegnare al Kosovo il prefisso internazionale +383”, ha dichiarato Stefanović.
Campagne periodiche
Ogni volta che ciò si adatta ai propri interessi politici, il governo rilancia periodicamente il tema del separatismo in Vojvodina per screditare i propri oppositori e distogliere l’attenzione da altri avvenimenti. È accaduto anche nel febbraio dello scorso anno, quando, durante una manifestazione del Partito Progressista Serbo a Sremska Mitrovica, in occasione della Festa della Statualità della Serbia, è stata approvata per acclamazione una Dichiarazione sul Vojvodina nella Serbia, che metteva in guardia contro presunte ambizioni separatiste.
La dichiarazione è stata presto dimenticata, poiché il suo unico scopo era quello di presentare falsamente la rivolta studentesca e civica, che allora aveva raggiunto il suo apice, come un movimento “anti-serbo”, e gli organizzatori dei blocchi studenteschi come “separatisti di Vojvodina”. Proprio come nella campagna dei graffiti della scorsa settimana, anche nel febbraio dell’anno scorso gli attivisti del Partito Progressista appesero a Novi Sad striscioni con la scritta “Repubblica del Vojvodina”, attribuendone il messaggio all’opposizione e agli studenti in protesta.
Il continuo ricorso alla “questione Vojvodina” e al presunto pericolo della secessione della provincia, che non rappresenta una prospettiva realistica, risponde anche a un altro obiettivo: usare la paura come carburante politico per mobilitare consenso e voti. Evocando “nemici interni” in assenza di nemici esterni, il governo Vučić alimenta deliberatamente divisioni e sfiducia tra i cittadini nel tentativo di conservare il proprio elettorato, attrarre nuovi votanti e presentare ancora una volta il presidente serbo come il garante dell’integrità territoriale del Paese.
Sebbene alcuni cittadini desiderino vivere in un Vojvodina indipendente, essi sono ben lontani dal costituire la maggioranza della popolazione della provincia. Inoltre, negli ultimi decenni non vi sono stati appelli pubblici all’indipendenza del Vojvodina, ma soltanto richieste di ripristinare la sua autonomia e di tornare allo status di cui godeva tra il 1974 e il 1989.
La Lega dei Socialdemocratici di Vojvodina e il Partito di Vojvodina sono sempre stati noti per sostenere queste posizioni, ma la loro influenza è notevolmente diminuita negli ultimi anni. La disillusione degli elettori nei confronti di questi “partiti autonomisti” ha probabilmente contribuito anche al forte calo del numero di cittadini che si dichiarano vojvodinesi: dai 28.567 registrati nel censimento del 2011 ai soli 9.985 del censimento del 2022.
Autonomia senza autonomia
Dal 1974, quando fu promulgata l’ultima Costituzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, le province autonome di Vojvodina, Kosovo e Metohija avevano goduto di un elevato livello di autonomia all’interno dello Stato allora esistente. Dal 1974 al 1989, le due province autonome erano formalmente parti della Serbia, ma di fatto disponevano dei poteri propri delle repubbliche federate, compresi gli organi legislativo, esecutivo e giudiziario.
La situazione cambiò radicalmente poco dopo l’ascesa al potere di Slobodan Milošević in Serbia nel 1987. Le manifestazioni di massa nelle strade organizzate dai sostenitori di Milošević (l’unica vera “rivoluzione colorata” avvenuta nella storia della Serbia) del 5 ottobre 1988 rovesciarono la leadership “autonomista” del Vojvodina e la sostituirono con esponenti provenienti dalla cerchia ristretta del nuovo leader serbo.
Questo fatto abolì di fatto l’autonomia del Vojvodina, mentre i suoi poteri furono anche formalmente e significativamente ridotti con l’approvazione degli emendamenti alla Costituzione della Serbia nel marzo 1989. L’approvazione di tali modifiche, successivamente confermate da una nuova Costituzione nel 1990, annullò anche l’autonomia del Kosovo e Metohija.
Queste decisioni costituiscono il principale argomento di coloro che sostengono che fu proprio Milošević a disgregare la Jugoslavia, perché, eliminando l’autonomia delle province, egli assunse il controllo della Presidenza della RSFJ. Questo organo, che svolgeva il ruolo di capo collettivo dello Stato, all’epoca era composto da otto membri, uno per ciascuna repubblica e provincia. Dopo le mosse dell’autocrate, quattro di essi erano suoi uomini: i rappresentanti della Serbia, del Vojvodina, del Kosovo e Metohija e del Montenegro, su cui Milošević aveva assunto il controllo nel gennaio 1989.
In questo modo, “attraverso la porta di servizio”, Milošević ottenne il diritto di veto su qualsiasi decisione adottata dalla Presidenza della RSFJ, che rappresentava l’organo più importante dello Stato.
La Costituzione della Serbia del 2006, adottata in un periodo in cui il governo era composto da partiti di orientamento democratico, non restituì alla Vojvodina i suoi precedenti poteri, né prese in considerazione tale possibilità, e si limitò a mantenerne formalmente lo status di provincia autonoma.
L’unico partito politico rilevante che ha continuato a chiedere con costanza il ripristino dei poteri legislativi, esecutivi e giudiziari del Vojvodina è stata la Lega dei Socialdemocratici di Vojvodina, che nel frattempo ha però perso l’importanza politica che aveva negli anni Novanta e Duemila.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

