L’allargamento dell’Unione europea passa anche dalla politica estera. Nella giornata di oggi (3 novembre), il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e l’alta rappresentante Kaja Kallas hanno incontrato a Bruxelles i rappresentanti di Albania, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Montenegro, Macedonia del Nord e Ucraina, che hanno confermato il loro allineamento con l’Unione europea su tre decisioni del Consiglio dell’Unione europea riguardo le sanzioni contro la Russia, adottate tra settembre e ottobre. Anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia hanno espresso sintonia con le decisioni.
Non si tratta soltanto di una questione tecnica legata all’applicazione delle sanzioni. L’allineamento alla politica estera e di sicurezza comune (PESC) rappresenta infatti uno degli indicatori attraverso cui l’Unione valuta la capacità dei Paesi candidati di condividere le proprie priorità strategiche e di assumere posizioni coerenti con quelle dell’Unione europea sulla scena internazionale.
Il segnale è particolarmente significativo nel caso dei Balcani occidentali e della Moldova, per i quali l’integrazione europea rappresenta una priorità strategica. Ancora più evidente è il caso dell’Ucraina, il cui percorso di adesione si intreccia direttamente con la guerra di aggressione russa e con il sostegno politico, economico e militare garantito dall’Unione.
Le decisioni del Consiglio dell’Unione europea rafforzano infatti la pressione europea sulla Russia su più fronti. Le misure adottate il 28 settembre hanno colpito persone ed entità ritenute responsabili di politiche legate alla deportazione e al trasferimento forzato di minori ucraini verso la Russia e nei territori temporaneamente occupati, oltre che alla loro adozione forzata e rieducazione.
Il 12 ottobre è arrivato invece uno dei più ampi pacchetti di nuove designazioni mai adottati dall’Unione: 826 imprese appartenenti al complesso militare-industriale russo e 743 persone, in particolare dirigenti di queste società, sono state inserite nelle liste sanzionatorie. L’obiettivo è colpire la rete industriale che sostiene la capacità militare di Mosca e, in particolare, i fornitori di componenti destinati a sistemi d’arma come missili, droni e aeromobili.
Infine, il 15 ottobre, il Consiglio ha adottato nuove misure contro soggetti coinvolti nell’importazione in Russia di beni sottoposti a sanzioni e nei meccanismi di elusione delle restrizioni europee, comprese quelle relative al petrolio e alle transazioni finanziarie. Tra i destinatari figurano anche soggetti legati alla cosiddetta “flotta ombra” utilizzata per aggirare le restrizioni sul petrolio russo.
La scelta dei Paesi candidati di seguire Bruxelles su tutte e tre le decisioni assume così un peso politico che va oltre il singolo pacchetto di sanzioni. È un segnale di convergenza concreta, in un momento in cui l’Unione sta cercando di rilanciare il processo di allargamento e di trasformarlo in uno degli strumenti della propria strategia politica internazionale. Per i Paesi candidati, allinearsi alla PESC significa infatti dimostrare che l’avvicinamento all’Unione non è soltanto un progetto istituzionale o economico, ma anche una scelta politica e strategica.
E per Bruxelles, il fatto che un gruppo sempre più ampio di partner scelga di adottare le proprie posizioni sulla Russia rappresenta un elemento incoraggiante: l’Europa che prepara il prossimo allargamento sembra già iniziare a costruire, almeno sul terreno della politica estera, una comunità politica più ampia dei suoi attuali confini.
Il processo di allargamento va chiaramente oltre aspetti formali come quello di allineamento alla strategia estera comunitaria. La Commissione europea ha infatti recentemente proposto di rafforzare gli strumenti di integrazione graduale dei Paesi candidati, individuando settori strategici – dall’energia ai trasporti, dal digitale alla difesa – nei quali avvicinare progressivamente i futuri membri all’Unione anche prima della piena adesione.
Tuttavia, l’impegno dimostrato oggi dai nove Paesi candidati – oltre ai tre del gruppo EFTA – dimostra all’Unione europea una convergenza politica non scontata, viste le grandi differenze dettate da geografia, posizionamento politico e rapporti con Paesi esteri degli stessi. Bruxelles non può che accogliere con favore questo fatto e proseguire spedita nel proprio lavoro di allargamento.
Oggi, il Paese più vicino a raggiungere lo status di Paese membro è il Montenegro. Podgorica ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e, con le ultime chiusure provvisorie, ne aveva già completati 21 prima della decisione annunciata oggi sul capitolo 1, relativo alla libera circolazione delle merci.
“Posso confermare che tutti gli Stati membri dell’Unione hanno concordato di chiudere i negoziati sul capitolo 1 (libera circolazione delle merci) per il Montenegro. Venerdì (6 novembre) presiederò una conferenza intergovernativa per formalizzare tale decisione”, ha infatti dichiarato nel pomeriggio di oggi il ministro irlandese per gli Affari europei Thomas Byrne, che rappresenta la presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea.
Non è però soltanto Podgorica a guardare a Bruxelles. Domani (4 novembre), la Commissione europea presenterà il nuovo Pacchetto sull’Allargamento, con le valutazioni sullo stato delle riforme e sui progressi compiuti dai dieci Paesi candidati e potenziali candidati. La presentazione, affidata alla commissaria per l’Allargamento Marta Kos, offrirà una fotografia aggiornata dei diversi percorsi di adesione e delle distanze ancora da colmare.

