Ieri (3 novembre), in Repubblica Ceca è iniziata una protesta senza precedenti nel settore dei media pubblici. I dipendenti della Televisione ceca (ČT) e della Radio ceca (ČRo) hanno indetto uno sciopero di 24 ore contro le modifiche previste al sistema di finanziamento delle due emittenti.
Al centro della protesta c’è un disegno di legge promosso dal governo del primo ministro Andrej Babiš, che prevede l’abolizione dei canoni obbligatori per radio e televisione e la loro sostituzione con finanziamenti diretti a carico del bilancio statale.
Parallelamente, i finanziamenti destinati ai media pubblici verrebbero ridotti di circa il 15%. La protesta sta già avendo ripercussioni sulla programmazione televisiva e radiofonica: in particolare, sono state sospese le trasmissioni in diretta e ridotti i notiziari. Come già riferito dalla Televisione ceca, alcuni programmi popolari saranno inoltre rimossi dal palinsesto durante lo sciopero.
La Radio ceca sta trasmettendo un palinsesto ridotto, composto principalmente da musica e brevi annunci che illustrano le ragioni della protesta. La televisione, invece, trasmette filmati d’archivio e notiziari in formato ridotto.
Gli organizzatori sottolineano che lo sciopero coinvolge tutti i canali della televisione pubblica. La responsabilità per le modifiche definitive alla programmazione resta tuttavia in capo alla direzione delle singole emittenti.
Il governo vuole modificare le regole di finanziamento
Attualmente, le famiglie ceche versano un canone mensile complessivo di 205 corone ceche per il servizio pubblico radiotelevisivo. Il governo intende abolire questo sistema e trasferire il finanziamento della televisione e della radio direttamente al bilancio statale.
Secondo le autorità, il provvedimento punta ad allinearsi alle tendenze in corso in Europa e a permettere ai cittadini di non dover più effettuare pagamenti diretti. Il primo ministro Andrej Babiš sostiene inoltre che la riforma rappresenti l’attuazione di una promessa elettorale e assicura che l’obiettivo non sia assumere il controllo dei media pubblici.
I dipendenti delle emittenti, sostenuti dall’opposizione ceca, temono invece che legare i finanziamenti alle decisioni politiche possa rendere radio e televisione più vulnerabili alle pressioni del governo.
Secondo i critici della riforma, il taglio del 15% potrebbe tradursi in licenziamenti, nella cancellazione di alcuni programmi e in una riduzione delle attività dei media pubblici. I tagli proposti riporterebbero il budget nominale della Televisione ceca ai livelli del 2008 e quello della Radio ceca ai livelli del 2005.
Non sono solo i giornalisti a protestare
Lo sciopero è accompagnato da manifestazioni e iniziative di solidarietà. A Praga è prevista una manifestazione in piazza San Venceslao, mentre si prevede che alle proteste partecipino anche cittadini di altre città ceche.
I lavoratori dei media hanno ricevuto il sostegno di sindacati, ambienti accademici, rappresentanti della Chiesa, organizzazioni internazionali per la libertà di stampa e personalità del mondo dello sport.
Tra le organizzazioni che si sono opposte alle modifiche proposte figurano Reporters Without Borders, l’International Press Institute e l’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU). Secondo queste organizzazioni, il nuovo modello di finanziamento potrebbe rendere i media pubblici più vulnerabili alle pressioni politiche.
I critici della riforma richiamano inoltre gli esempi di Ungheria e Slovacchia, dove cambiamenti al sistema dei media pubblici hanno alimentato forti controversie sulla loro indipendenza.
La bozza di emendamento ha già superato un primo passaggio alla Camera dei Deputati ceca ed è ora in attesa di un ulteriore esame parlamentare. La coalizione di governo, dominata dalla nazionalista Azione dei Cittadini Insoddisfatti (ANO | PfE) di Andrej Babiš, intende portare avanti rapidamente la riforma.
I professionisti dei media chiedono il ritiro del disegno di legge nella sua forma attuale e l’apertura di un dibattito più ampio sul futuro del finanziamento della televisione e della radio pubbliche. Non escludono una revisione dell’attuale sistema, ma chiedono garanzie giuridiche sull’indipendenza delle emittenti e sulla stabilità dei loro finanziamenti.
Lo sciopero rappresenta una delle più significative proteste nella storia dei media pubblici cechi. In gioco, sostengono i promotori della mobilitazione, non ci sarebbe soltanto il futuro dei giornalisti che vi lavorano, ma anche l’indipendenza di istituzioni chiamate a garantire un servizio pubblico al di là degli orientamenti dell’attuale maggioranza parlamentare.
La procedura parlamentare scatena la protesta
La causa immediata della protesta è stata anche la modalità con cui il disegno di legge è stato portato avanti in Parlamento.
Venerdì 23 ottobre, la coalizione di governo, composta dal partito ANO, dal partito di destra Libertà e Democrazia Diretta (SPD | ESN) e dal partito dei Motoristi (AUTO | NI), ha inaspettatamente inserito il disegno di legge tra le priorità dell’ordine del giorno della Camera dei Deputati.
Per limitare l’ostruzionismo dell’opposizione, il tempo di parola è stato contingentato e la votazione era stata fissata per sabato mattina. Alle 4:36, infine, la maggioranza parlamentare ha votato per rinviare il disegno di legge alla commissione competente, dando così avvio alla successiva fase dell’iter legislativo.
“Babiš, l’SPD e i Motoristi hanno fatto passare in prima lettura una legge volta a prendere il controllo della televisione e della radio pubbliche, violando probabilmente tutte le possibili regole di funzionamento della Camera dei Deputati e portando avanti l’iter legislativo sabato alle cinque del mattino”, ha denunciato l’ex vice primo ministro e storico leader del Partito Pirata ceco, Ivan Bartoš, sul social network X.
I Pirati in prima linea contro la riforma
Il Partito Pirata ceco si oppone con particolare fermezza alla riforma. Il partito ha annunciato che presenterà emendamenti e continuerà a utilizzare tutti gli strumenti parlamentari a sua disposizione per contrastare il provvedimento.
“Capisco che ad alcuni possa sembrare allettante non dover più pagare 205 corone. Ma non è così. Pagheremo tutti, non solo chi lavora, ma anche, per esempio, gli anziani. Non risparmieremo nulla”, ha dichiarato l’attuale leader del partito, Zdeněk Hřib.
Il timore dei Pirati è che, una volta trasferito il finanziamento al bilancio statale, il costo dei media pubblici diventi parte integrante della spesa pubblica e finisca quindi per ricadere direttamente sui contribuenti.
Hřib ha inoltre paragonato l’iniziativa del governo alla situazione dei media pubblici in Ungheria sotto Viktor Orbán. “È una tattica tipica di Viktor Orbán. Continueremo a lottare. Sapete com’è andata a finire per Viktor Orbán? Babiš farà la stessa fine”, ha avvertito.
Foto di: Andrej Babiš © European Union, 2026
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

