DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell’autore/autrice.
Il Presidente Trump sta seguendo con estrema precisione il programma di governo suggerito nel documento Mandate for Leadership. The Conservative Promise. Project 2025. Fra i tanti temi che esso solleva, lo smantellamento del sistema di governo federale e l’accorpamento di funzioni in capo al Presidente. Ma gli Americani l’hanno votato, quindi si presume che sappiano a cosa vanno incontro e se ne siano assunte le relative responsabilità. Il problema sono gli effetti che il Progetto 2025 può avere sul resto del mondo, e che richiedono una riflessione da parte nostra.
Perché tra le indicazioni operative più preoccupanti di quel testo troviamo quanto segue: “Le organizzazioni internazionali come OECD, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale esprimono teorie e politiche economiche ostili al libero mercato dell’America e dei principi di governo minimale… Gli USA… dovrebbero ritirarsi da entrambe e mettere fine ai contributi finanziari alle istituzioni come Banca Mondiale e Fondo Monetario” (nostra traduzione, pp. 701-2).
Gli Stati Uniti hanno gestito negli ultimi 80 anni le istituzioni economiche e finanziarie internazionali come se fossero loro proprietà. Possono esercitare, unico paese al mondo, il diritto di veto sulle decisioni collettive più importanti. Hanno goduto (e continuano a godere) di quello che De Gaulle definiva il “privilegio esorbitante” di poter essere sistematicamente in deficit interno ed esterno senza dover subire aggiustamenti macroeconomici. Un privilegio derivante dall’uso esclusivo del dollaro come sistema di pagamento e riserva internazionale.
Un privilegio che il neonominato Presidente del Council of Economic Advisors Stephen Miran è riuscito a definire un danno, come se non fossero stati gli USA ad imporre al resto del mondo infrastrutture finanziarie con al centro gli Stati Uniti, per meglio controllare (ed eventualmente punire) paesi non in linea con le loro scelte strategiche. Miran & Co stanno riscrivendo la storia, e quindi la realtà.
Ora, nel caso in cui gli USA dovessero ritirarsi dalle istituzioni di Bretton Woods, il quasi trilione di diritti speciali di prelievo (DSP, la valuta internazionale emessa dal FMI) depositati presso le banche centrali di tutto il mondo diventerebbero carta straccia, non essendo più redimibili in dollari; nè d’altronde è pensabile che le altre 4 valute del DSP si prestino a cambiare DSP in euro, yen, sterline e renminbi. Si tratterebbe di uno shock alla liquidità internazionale senza precedenti, che metterebbe in ginocchio intere economie, soprattutto nel Sud del mondo.
Ma c’è di più. Miran, nel suo documento, esplicita gli obiettivi dell’Amministrazione USA: costringere con le ritorsioni commerciali il resto del mondo ad accettare una svalutazione del dollaro. Anche in questo caso, poiché si tratta di oltre 12 trilioni di dollari nelle riserve mondiali, si verificherebbe una perdita di valore che, ancora una volta, metterebbe in ginocchio paesi con problemi già acuti di bilancia dei pagamenti.
Trump conta sulla forza delle testate nucleari e sulla potenza militare convenzionale per ricondurre tutti ad accettare le sue nuove regole del gioco. In cui l’insostenibile debito USA diventa sostenibile grazie al ricatto dell’uso della forza, costringendo gli altri paesi a farsi carico del costo di un’egemonia USA che nessuno più riconosce loro. Può darsi che l’operazione gli riesca, vista soprattutto la risibilità dei tentativi di risposta europei che, come al solito, ragionano con tempi non coerenti con quelli dell’attualità. Ma può anche darsi che qualcuno degli attori globali si metta di traverso. E allora, chi può, abbandoni il Titanic del dollaro prima che affondi definitivamente.

