Nel pieno di una fase segnata da guerra, frammentazione geopolitica e crisi della democrazia liberale, l’Europa si pone come possibilità ancora viva di emancipazione politica e sociale, e, per questo motivo, raccoglie l’ostilità dei nuovi imperialismi. È questo il quadro tracciato dal filosofo sloveno Slavoj Žižek in un lungo intervento pronunciato mercoledì 25 marzo al Campidoglio durante l’evento “Se vuoi la Pace, prepara l’Europa”, promosso dal Berggruen Institute e momento di avvio Europa 2057, iniziativa che assume come orizzonte simbolico il centenario dei Trattati di Roma.
All’evento hanno preso parte la premier Nobel per la pace Oleksandra Matviichuk, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il direttore del Berggruen Institute Europe Lorenzo Marsili e la deputata del Partito democratico (PD) Lia Quartapelle. L’iniziativa si colloca esplicitamente nel solco di una riflessione sull’Europa come soggetto politico, capace di tenere insieme pace, libertà e sovranità democratica, in una fase in cui il dibattito pubblico è segnato anche dall’ascesa di visioni tecnocratiche e autoritarie del potere.
Nel suo intervento, il filosofo sloveno ha evocato il famoso incipit del Manifesto del Partito comunista che recitava “uno spettro si aggira per l’Europa”, osservando che oggi è l’Europa stessa ad agitare il mondo, come possibilità ancora viva di emancipazione politica e sociale. Žižek ha insistito soprattutto su un punto: l’Europa continua a essere oggetto di ostilità trasversali proprio perché conserva, nonostante tutto, un potenziale politico che altrove si sta rapidamente erodendo.
Secondo l’influente filosofo sloveno, a contestare l’idea europea sarebbero attori molto diversi tra loro, da Donald Trump alle destre nazionaliste, fino a settori ideologicamente lontanissimi ma accomunati dal rifiuto di ciò che l’Europa rappresenta nella sua versione migliore: una costruzione transnazionale, imperfetta ma ancora capace di pensarsi oltre la sola sovranità statale.
“Trump, Putin, Le Pen e Orbán hanno in comune una cosa: tutti odiano l’Europa”, ha affermato. Per Žižek, l’ostilità verso il progetto europeo nasce anche da ciò che l’Unione continua a rappresentare, pur tra contraddizioni e arretramenti: uno spazio politico ancora fondato su regole, diritti e mediazioni democratiche.
Il filosofo sloveno ha quindi attaccato frontalmente Donald Trump, accusandolo di accelerare “con la sua politica caotica” il declino degli Stati Uniti e di incarnare un più generale “imbarbarimento della vita pubblica”. Secondo Žižek la destra trumpiana, si sarebbe appropriata del tema della libertà di parola svuotandolo del suo significato liberale: per i trumpiani, ha affermato, il “freedom of speech” diventa “il diritto di offendere in modo volgare chi non la pensa come te”.
In questo contesto, per Žižek l’idea europea si è corrotta, si è appannata, è stata in parte dimenticata, ma non è affatto morta. Anzi, proprio l’ossessione con cui viene attaccata dimostrerebbe che continua a contenere una promessa politica irrisolta. In questo senso Žižek non ha proposto un ritorno nostalgico alla vecchia Europa sociale del secondo dopoguerra, né una semplice difesa dell’esistente. Al contrario ha suggerito piuttosto la necessità di una rifondazione, di un salto in avanti capace di preservare lo “spirito europeo” nella sua forma più esigente: quella autocritica, universalista e democratica.
In questo quadro, Žižek ha attribuito un valore centrale a quello che ha definito il nucleo di “socialdemocrazia oggettiva” che l’Europa ha sedimentato nella propria storia: sanità universale, istruzione pubblica, diritti sociali, garanzie fondamentali che resistono oltre l’alternanza politica. Non come identità già compiuta, ma come base materiale e culturale da cui ripartire.
Il passaggio più politico arriva però quando Žižek lega questa riflessione alla necessità di una vera autonomia europea. L’Europa, ha osserva, è ancora una potenza economica, ma non agisce come tale. Per questo invoca una sorta di “proclamazione di indipendenza” dell’Europa unita, non in senso militarista o aggressivo, ma come capacità di decisione autonoma in un mondo che si sta riorganizzando in blocchi di potere. Il bersaglio polemico, qui, è anche la postura europea che alterna senso di inferiorità, auto-colpevolizzazione e passività strategica. La sua tesi è che l’Europa non sia semplicemente debole: sarebbe piuttosto impaurita dalle conseguenze del proprio stesso potenziale emancipativo.
Žižek ha legato il destino europeo alla crisi della governance globale, osservando che i problemi decisivi del nostro tempo, a partire dall’ecologia, richiedono coordinamento transnazionale, ma l’ordine fondato esclusivamente sulle economie di mercato non è in grado di fornirlo. Anche per questo, nella sua lettura, reinventare l’Europa non significa solo salvarne l’eredità storica, ma tentare di riaprire uno spazio politico oggi quasi scomparso: quello in cui democrazia, solidarietà e capacità di azione comune possano tornare a misurarsi con sfide che nessuno Stato nazionale può affrontare da solo.

