DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell’autore/autrice.
Prepariamoci al ritorno dell’inflazione. Non siamo ancora riusciti a debellarla completamente, dopo il rimbalzo dell’attività economica col covid, la distruzione delle catene globali del valore, l’impennata dei prezzi energetici che ha seguito l’invasione russa in Ucraina; ma rialzerà inevitabilmente la testa.
La guerra commerciale iniziata da Trump, che ha visto immediatamente una risposta da parte cinese e minacce di ritorsioni da parte di altri paesi, ad iniziare dall’Europa, avrà come conseguenza immediata la riduzione degli scambi commerciali e l’aumento del prezzo di alcuni beni. Data l’interconnessione spinta delle catene del valore, nonostante le recenti manovre di friendshoring, l’intera economia mondiale ne risentirà.
Bertold e Buti sul Sole hanno scritto che l’Europa ha solo tre scelte: 1) evitare ritorsioni ed assorbire eventuali effetti negativi accomodando l’offerta di moneta; 2) misure di ritorsione selettive; 3) una ritorsione commerciale su vasta scala. Ma non è vero, ne abbiamo una quarta ed è forse la migliore, almeno nell’immediato: accompagnare eventuali azioni ritorsive con l’aumento dei consumi privati interni, con politiche dei redditi espansive in tutti i paesi europei (possibilmente riequilibratrici delle attuali divergenze, non dipendenti dalla produttività) o una riduzione generalizzata dell’Iva; per controbilanciare la diminuzione di domanda per esportazioni verso gli USA e scongiurare disinvestimenti da parte delle imprese. Naturalmente congiuntamente ad accordi commerciali con tutto il resto del mondo.
Conseguenze negative: un effetto inflattivo probabilmente identico (o anche maggiore) alle soluzioni 1 (più modulabile) e 3; mentre nel caso 2 l’effetto apparentemente potrebbe essere minore, ma se accompagnato da moderate espansioni monetarie l’effetto netto si allineerebbe alle altre due.
Mentre però una ritorsione e/o espansione monetaria andrebbe a colpire direttamente i consumatori, nel quarto caso lascerebbe alle scelte individuali se cedere alla tentazione di accrescere i consumi o privilegiare i risparmi che, in un’auspicabile effettiva ed efficiente Savings and Investment Union annunciata dalla Commissione pochi giorni fa, compenserebbe gli effetti potenzialmente negativi e spingerebbe in alto l’intero livello dell’attività economica europea. Dobbiamo dunque scegliere quale inflazione preferiamo: se da dazi, se da politica monetaria accomodante, se da aumento dei salari o una riduzione delle imposte sui consumi. La prima è più spendibile per la propaganda di una rinnovata identità europea. La seconda più semplice da implementare e più agevole da calibrare. La terza/quarta riscuoterebbe presumibilmente maggiore consenso.
Tutto questo, naturalmente, vale nel breve-medio periodo. Nel medio-lungo il punto vero è un altro: l’Europa ha bisogno di rendersi indipendente dalle infrastrutture militari, satellitari, finanziarie USA. I BRICS, grazie ad una leadership cinese che ci sta lavorando da decenni, sono all’avanguardia in questo, ed hanno appena lanciato un sistema di pagamenti basato sullo yuan digitale. Noi no. Adattarsi alle nuove condizioni richiede tempo; e risorse. Che la ricca Europa, per quanto ricca, non ha. Per questo è necessario un cambio ideologico radicale, che consenta un’emissione massiccia di titoli del debito pubblico europeo e l’abbandono del mito della sovranità nazionale, ultimamente sbandierato ma impossibile da conseguire. Alcune competenze strategiche possono essere affidate ormai solo ad un livello continentale: sicurezza, difesa e politica estera; transizione verde; piattaforme digitali; infrastrutture di comunicazione e trasporto. Con le politiche industriali che ciò comporta.
Si tratta di un compito arduo. Ma l’alternativa è un vassallaggio politico, militare ed economico che, in mano ad un monarca non più illuminato né benevolo, può trasformarsi in prigionia da incubo ed in un inesorabile declino.

