A metà luglio, durante la riunione informale dei ministri della Giustizia e degli Affari interni dell’Ue, sotto la presidenza irlandese, le due agenzie europee Frontex ed Europol hanno siglato un nuovo accordo operativo che sostituisce il precedente del 2015. L’obiettivo è innalzare il livello di guardia contro il traffico di migranti, la tratta di esseri umani, il terrorismo e la criminalità transfrontaliera.

Il principio alla base del patto è che la gestione dei confini e il contrasto alla criminalità organizzata sono due facce della stessa medaglia, poiché i gruppi criminali transnazionali sono i principali responsabili del contrabbando di merci illecite e del traffico di esseri umani attraverso le frontiere esterne dell’Unione europea. Condividendo informazioni, creando un quadro aggiornato degli eventi frontalieri tramite la rete EUROSUR e coordinando operazioni congiunte, le due agenzie mirano a non lasciare alcun punto cieco a disposizione delle organizzazioni illegali.

“Frontex vede il confine. Europol vede le reti criminali che ci stanno dietro. Ognuno di noi ha in mano pezzi dello stesso puzzle e questo accordo li mette sullo stesso tavolo”, ha spiegato Hans Leijtens, Direttore Esecutivo di Frontex. “I nostri agenti e analisti lavorano già fianco a fianco; ora, ciò che un’agenzia vede, l’altra può usarlo per agire in modo rapido ed efficiente”.

L’efficacia di questa sinergia ha già dato frutti tangibili. Nel dicembre 2025, ad esempio, settimane di monitoraggio marittimo da parte di Frontex in stretta collaborazione con Europol hanno supportato un’indagine guidata dalla Grecia, conclusasi con l’intercettazione di una nave per il traffico di droga nei Caraibi e dieci arresti. Il nuovo accordo, già in vigore, fornirà una base ancora più solida per queste operazioni, e si pone perfettamente in linea con la logica sottostante al nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo scattato il 12 giugno 2026.

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Le autorità presenti alla firma hanno ribadito la necessità di colpire il portafogli delle organizzazioni criminali. “Il traffico di migranti è più di un crimine: è una delle principali fonti di reddito per le reti criminali organizzate. Se vogliamo smantellare queste reti, dobbiamo tagliare i loro profitti”, ha dichiarato categoricamente Magnus Brunner, Commissario europeo per gli Affari interni e la Migrazione. Un concetto ripreso anche da Jim O’Callaghan, Ministro irlandese per la Giustizia, il quale ha sottolineato come la partnership sia “cruciale per supportare gli sforzi degli Stati membri” e come l’accordo rivisto “consolidi la relazione esistente e migliorerà ulteriormente la collaborazione inter-agenzia attraverso lo scambio di dati e azioni congiunte”.

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A fare da sfondo a questo rafforzamento della cooperazione ci sono i recenti dati preliminari pubblicati da Frontex relativi alla prima metà del 2026, che dipingono uno scenario in forte mutamento. Nei primi sei mesi dell’anno, gli attraversamenti irregolari delle frontiere europee sono diminuiti del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi a poco più di 49.000 rilevamenti. Questo declino, spiega l’agenzia, è in gran parte attribuito alla cooperazione sostenuta con i Paesi partner e alle misure preventive nei principali Stati di partenza.

Tuttavia, le singole rotte continuano a mostrare dinamiche fortemente differenziate. Il Mediterraneo Orientale e Centrale rimangono i corridoi più attivi, assorbendo insieme oltre il 60% degli ingressi irregolari totali nell’Ue. Nello specifico, il Mediterraneo Orientale ha registrato oltre 16.600 attraversamenti, con un calo del 20%, mentre il Mediterraneo Centrale ha visto gli arrivi dimezzarsi a circa 14.300. Il calo più drastico si è verificato lungo la rotta dell’Africa Occidentale, che ha segnato un impressionante -67% dovuto alle misure preventive attuate da paesi come Mauritania e Senegal.

L’unica vera eccezione in questa tendenza al ribasso è rappresentata dalla rotta del Mediterraneo Occidentale, che ha registrato un aumento del 17%, per un totale di circa 7.900 rilevamenti. Tale incremento, guidato principalmente dalle partenze dall’Algeria verso le Isole Baleari. Anche i tentativi di uscita verso il Regno Unito attraverso la Manica hanno subito una forte contrazione, calando del 44% a quota 18.400, complici i recenti accordi franco-britannici.

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“Meno barche partono verso l’Europa, ed è il risultato della cooperazione”, ha ricordato il Direttore Leijtens, “ma dietro ogni numero c’è una persona, e la gente continua a morire in mare”. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, quasi 1.300 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo da inizio anno, spinte su imbarcazioni sovraffollate.

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Ciò che criticano le ONG e le agenzie internazionali rispetto a questa gestione dei flussi migratori è che i confine viene semplicemente spostato più in là, a sud o ad est, e la responsabilità di “contenere” le persone viene affidata a Stati terzi. è questo il caso della Turchia, della Libia, ma anche dello stesso Marocco – i cui eventi recenti ne hanno dimostrato la problematicità, sono tutti Stati che vengono pagati per non far arrivare le persone sul suolo europeo. Tutto ciò ha dei costi umani altissimi.

A confermare questo scenario drammatico è un rapporto pubblicato lo scorso febbraio dall’agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCR) e dalla Missione di supporto dell’ONU in Libia (UNSMIL), il quale denuncia che i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo in Libia sono vittime di violazioni dei diritti umani e abusi spietati e sistematici, tra cui omicidi, torture, violenze sessuali e tratta di esseri umani.

Il report rileva che le persone in movimento vengono radunate e rapite da reti criminali dedite alla tratta, spesso legate alle stesse autorità libiche e a reti criminali all’estero. I migranti vengono separati dalle loro famiglie, arrestati e trasferiti in centri di detenzione senza un regolare processo, spesso sotto la minaccia delle armi, in quella che equivale a una detenzione arbitraria. Durante la prigionia, sono sistematicamente sottoposti a terribili violazioni, tra cui schiavitù, tortura, lavoro forzato, prostituzione coatta, richieste di riscatto, estorsioni, nonché la confisca e la rivendita dei loro effetti personali.

Il rapporto, che copre il periodo da gennaio 2024 a dicembre 2025 e si basa su interviste a quasi 100 persone provenienti da 16 Paesi, mette in luce un “modello di sfruttamento che prende di mira migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di elevata vulnerabilità”, un sistema diventato ormai “la normalità, una realtà brutale e normalizzata”.

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Le testimonianze raccolte dall’UNHCR sono agghiaccianti. “Avrei voluto morire. È stato un viaggio infernale”, ha raccontato una donna eritrea detenuta per oltre sei settimane a Tobruk. “Uomini diversi mi hanno violentata molte volte. Ragazze di appena 14 anni venivano violentate ogni giorno”. Un’altra donna eritrea, che in passato aveva subito mutilazioni genitali, ha descritto come lei e un’amica siano state costrette a subire un’incisione per poi essere violentate; l’amica è successivamente morta per una grave emorragia. Un’altra sopravvissuta ha raccontato di essere stata violentata davanti alle sue figlie e di come un uomo sudanese, intervenuto per aiutarla, sia stato picchiato selvaggiamente.

Il rapporto evidenzia anche i rischi dei tentativi di traversata: “Gli intercettamenti da parte di soggetti libici erano spesso pericolosi e comportavano minacce, manovre rischiose e uso eccessivo della forza”, si legge. Chi viene intercettato viene rimpatriato con la forza in Libia, affrontando lo stesso ciclo di abusi. L’UNHCR denuncia inoltre le frequenti espulsioni collettive dalla Libia verso altri Paesi, condotte “senza l’esame del caso individuale” e “abbandonando le persone in condizioni che mettono a rischio la loro vita, senza accesso ad acqua, cibo e assistenza sanitaria”.

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