Cinque anni dopo l’omicidio di Giorgos Karaivaz, cronista di nera greco è stato giustiziato fuori dalla sua abitazione, in pieno giorno, ancora nessuno è stato condannato. Il caso è ormai un banco di prova per la libertà di stampa, lo stato di diritto e la credibilità politica non solo della Grecia, ma dell’Unione europea.
Era un venerdì pomeriggio. Giorgos Karaivaz aveva appena terminato il suo turno nel programma quotidiano di Star TV e stava tornando a casa. Ha parcheggiato la sua auto in via Themon Anninou, nel sobborgo ateniese di Alimos, intorno alle 14:30 del 9 aprile 2021. Due uomini su una motocicletta nera si sono affiancati. Hanno utilizzato un’arma con silenziatore. I vicini non hanno sentito nulla. Karaivaz è stato colpito da tredici proiettili ed è morto sul posto.
L’esecuzione è stata professionale. I killer avevano tracciato i suoi spostamenti fin dallo studio televisivo. Le immagini delle telecamere di sicurezza hanno poi mostrato che avevano sorvegliato in anticipo l’area attorno al suo edificio, confermando che si trattava di un omicidio pianificato. Sono fuggiti immediatamente. Nessuno li ha fermati.
Karaivaz aveva 52 anni. Per tre decenni aveva seguito cronaca nera e polizia per giornali greci, televisione e il suo sito, bloko.gr. Conosceva il sottobosco criminale greco dall’interno. Aveva fonti sia nella criminalità organizzata sia nelle forze dell’ordine. Era anche un testimone chiave in un importante processo contro la mafia greca e avrebbe dovuto testimoniare prima di essere ucciso. I suoi collaboratori più stretti ritengono che sia questo il motivo per cui è stato preso di mira.
Ciò che ha prodotto l’indagine
La polizia greca ha inizialmente descritto l’omicidio come un’esecuzione su commissione legata alla criminalità organizzata. Questa valutazione era corretta. È stata anche, col senno di poi, quasi l’ultima cosa che l’indagine ha fatto bene.
La prima svolta significativa è arrivata nell’aprile 2023, due anni dopo l’omicidio, quando la polizia greca ha arrestato due individui sospettati di coinvolgimento. L’operazione è stata presentata come il primo passo concreto dopo un lungo periodo di stallo che aveva suscitato critiche internazionali. I due fratelli sono stati incriminati e il caso è arrivato a processo.
Il processo è crollato. Il 31 luglio 2024, la Corte d’Assise mista di Atene ha assolto entrambi gli imputati, stabilendo che il reato non era stato provato oltre ogni ragionevole dubbio. L’accusa aveva chiesto la condanna. Tuttavia, ciò che è emerso durante il procedimento è andato oltre il verdetto.
Reporter Senza Frontiere (RSF) ha rilevato che il processo si è svolto in quelle che ha definito “condizioni preoccupanti”. Una prova, un compact disc contenente i dati telefonici del giornalista, è stata trovata graffettata e danneggiata. La catena di custodia di una delle prove più critiche del caso era stata compromessa. Questo elemento ha gettato un’ombra sull’intero impianto probatorio e non è mai stato spiegato ufficialmente.
Il Media Freedom Rapid Response (MFRR), meccanismo europeo che monitora le violazioni della libertà di stampa negli Stati membri, ha rilevato che prove chiave erano state misteriosamente distrutte durante l’indagine. La famiglia ha fatto ricorso contro l’assoluzione, sostenendo che prove e testimonianze non erano state adeguatamente valutate. Il ricorso è stato respinto in Cassazione e il caso è stato portato davanti alla più alta corte penale greca. Anche questa strada si è chiusa.
Nel dicembre 2024, il procuratore della Corte suprema ha emesso un certificato di decisione definitiva per i due imputati assolti, chiudendo di fatto quella linea d’accusa.
Nello stesso mese, la Corte d’Assise di Atene ha emesso una decisione separata che ha stabilito qualcosa di giuridicamente rilevante ma praticamente inutile: ha riconosciuto in modo definitivo che Karaivaz era stato ucciso a causa del suo lavoro giornalistico. La magistratura greca ha individuato il movente. Non ha condannato nessuno. Due altri sospetti restano ricercati. Non sono stati effettuati ulteriori arresti.
Roy Pavlea, avvocato della madre e della sorella di Karaivaz, è stato diretto nel quinto anniversario: “Lo Stato non ha intrapreso alcuna azione per indagare sui mandanti del brutale omicidio di Giorgos Karaivaz. Il caso non è chiuso, dato che i mandanti non sono stati identificati. L’intera famiglia chiede allo Stato di non dimenticare Giorgos e di affrontare la questione della responsabilità morale; ci chiediamo perché non lo abbia fatto.”
La moglie, Statha Karaivaz, ha scritto una sola frase sui social il 9 aprile 2026: “Cinque anni lontano da noi.”
Il problema sistemico
Il caso Karaivaz non è un’anomalia nel sistema giudiziario greco. È un dato all’interno di uno schema.
Tra il 90 e il 95 per cento degli omicidi legati alla criminalità organizzata in Grecia rimane irrisolto, secondo dati citati dall’International Press Institute (IPI). Anche l’omicidio del giornalista Sokratis Giolias, ucciso nel luglio 2010 davanti alla sua casa ad Atene da uomini travestiti da guardie di sicurezza, non è mai stato risolto. Due omicidi di giornalisti, a quindici anni di distanza, entrambi legati alla criminalità organizzata, entrambi irrisolti. Non è una coincidenza. È un fallimento strutturale.
Il MFRR ha sollevato una domanda a cui le autorità greche non hanno mai risposto pubblicamente: perché Europol non è stata coinvolta nell’indagine? Europol ha esperienza nei casi di omicidi legati alla criminalità organizzata a livello transnazionale. Ha capacità e mandato. La mancata attivazione non è mai stata spiegata.
Il MFRR ha inoltre sottolineato un aspetto ancora più delicato. Karaivaz aveva indagato sulla corruzione tra polizia greca e reti criminali. Le sue fonti erano in entrambi gli ambienti. L’organizzazione ha affermato esplicitamente che non si può escludere che alcuni elementi all’interno della polizia possano aver avuto interesse a ostacolare l’indagine. È un’accusa straordinaria per uno Stato membro dell’UE. Non è mai stata affrontata formalmente.
L’Unione dei giornalisti ateniesi (ESIEA) ha dichiarato nel quinto anniversario: “Finché l’omicidio Karaivaz resterà irrisolto, sarà una spina nel fianco della legalità e dello stato di diritto.”
Lo Stato e la stampa
Per comprendere il contesto in cui Karaivaz è stato ucciso e in cui il caso si è arenato, bisogna guardare oltre il singolo omicidio. La Grecia non solo non è riuscita a proteggere i propri giornalisti dalla criminalità organizzata. Le prove suggeriscono che li abbia anche sorvegliati attivamente con spyware di livello statale.
Il 26 febbraio 2026, un tribunale di Atene ha condannato quattro persone legate alla società Intellexa per la sorveglianza illegale di almeno 87 individui tramite il software Predator. Tra gli imputati figuravano il fondatore Tal Dilian, la partner Sara Hamou, l’azionista Felix Bitzios e il proprietario di Krikel Yiannis Lavranos. Le pene complessive ammontavano a 126 anni e otto mesi, ridotte a otto anni in base alla legge greca sui reati minori. Tutti sono liberi in attesa dell’appello.
I bersagli non erano casuali: politici, giornalisti, ufficiali militari e imprenditori. L’Autorità ellenica per la protezione dei dati ha identificato attività di sorveglianza che coinvolgevano ministri, collaboratori del primo ministro Mitsotakis, parlamentari di maggioranza e opposizione, il Parlamento, il Ministero della Difesa e la Presidenza del governo. Secondo RSF, almeno 40 bersagli del Predator potrebbero essere stati contemporaneamente sorvegliati anche dai servizi segreti (EYP). Nessuna conferma ufficiale è arrivata.
Durante il processo, il fondatore di Intellexa ha dichiarato che la tecnologia di sorveglianza era fornita esclusivamente a governi e forze dell’ordine. Queste affermazioni contrastano con la posizione del governo greco, secondo cui Predator sarebbe stato utilizzato da attori privati.
I casi Karaivaz e Predator condividono più di un contesto. Durante il processo per l’omicidio, RSF ha riportato che tra i contatti telefonici del giornalista figuravano l’ex direttore dell’EYP Panagiotis Kontoleon e Grigoris Dimitriadis, allora segretario generale del primo ministro e suo nipote. Il tribunale non ha stabilito alcun collegamento diretto, ma la presenza di questi nomi ha aumentato la sensibilità politica del caso.
Dimitriadis è anche figura centrale nello scandalo Predator. Si è dimesso nel 2022 dopo rivelazioni giornalistiche sui suoi legami con Intellexa e ha intentato cause per diffamazione contro i media. Una è stata respinta nel 2024, mentre un’altra è ancora in corso. Organizzazioni internazionali le hanno classificate come SLAPP.
Il quadro che emerge mettendo insieme Karaivaz e Predator non è quello di episodi isolati. È quello di uno Stato che non riesce o non vuole proteggere i giornalisti, che ha tollerato o partecipato alla loro sorveglianza e che ha utilizzato strumenti legali contro chi indagava. Tre meccanismi distinti di pressione sulla stampa attivi nello stesso Paese nello stesso periodo.
Bruxelles osserva, Bruxelles aspetta
Le istituzioni europee non sono rimaste in silenzio, ma parole e azioni non coincidono.
Il Parlamento europeo ha adottato nel febbraio 2024 una risoluzione che esprimeva gravi preoccupazioni sullo stato di diritto in Grecia, citando il caso Karaivaz e l’uso di spyware. La Commissione europea, nel rapporto 2025 sullo stato di diritto, ha classificato la Grecia come “stagnante”. Non regressione, ma nemmeno progresso.
Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha respinto le critiche, affermando che non esiste un problema di libertà di stampa in Grecia. L’indice RSF 2025 colloca la Grecia all’89° posto su 180 Paesi, ultimo nell’UE.
Cosa sapeva Karaivaz
È ormai stabilito che Karaivaz è stato ucciso per il suo lavoro giornalistico. Ma ciò su cui stava lavorando resta in gran parte nell’ombra.
Negli ultimi mesi di vita, stava approfondendo le reti della cosiddetta “mafia greca”, coinvolta in estorsioni, protezione di bordelli e gioco d’azzardo, con legami nella polizia e nelle istituzioni. Era anche testimone in un processo chiave contro questa rete. È stato ucciso prima di poter testimoniare.
Il costo dell’impunità
L’impunità non riguarda solo il passato. Diventa un messaggio per il presente.
Un giornalista ha raccontato di aver ricevuto una minaccia diretta: lasciare il Paese o fare la fine di Karaivaz. Questo è l’effetto di un omicidio senza giustizia. Non silenzia solo una voce, ma intimorisce tutte le altre.
La Grecia presenta tre livelli di pressione sulla stampa: giornalisti che possono essere uccisi, sorvegliati o trascinati in tribunale. Tutti e tre si sono verificati negli ultimi cinque anni.
Cinque anni. Due assoluzioni. Due sospetti ancora ricercati. Una famiglia che chiede giustizia. Un movente riconosciuto ma senza colpevoli.
Giorgos Karaivaz è stato ucciso per ciò che sapeva. L’Europa non ha ancora risposto a ciò che continua a ignorare.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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