Si è tenuto questa mattina il Consiglio informale dei ministri dell’Interno dell’Unione europea, convocato d’urgenza dopo la pressione migratoria che nei giorni scorsi ha investito Ceuta. Al termine dei lavori, il Commissario europeo agli Affari interni e alla Migrazione, Magnus Brunner, ha incontrato la stampa definendo quanto accaduto “un test della nostra resilienza europea e della sicurezza dei nostri confini”.

Tra il 30 e il 31 luglio oltre 70mila persone, ma i dati sono incerti, hanno attraversato il confine tra Marocco e Ceuta nel giro di poche ore, in quella che il Commissario ha descritto come una pressione senza precedenti sulla frontiera esterna dell’Unione, alimentata – a suo dire – da reti di trafficanti e da campagne di disinformazione. Le autorità spagnole hanno indicato in circa 49mila persone gli ingressi nell’arco delle 24 ore più critiche, una cifra pari a oltre la metà degli 85mila abitanti dell’enclave. Il bilancio delle vittime resta ancora incerto: la Spagna ha confermato il recupero di 67 corpi nelle proprie acque, mentre fonti marocchine ne hanno segnalati almeno altri 17 sul lato opposto del confine, per un totale di almeno 84 vittime accertate, cifra che alcune fonti di sicurezza citate dall’agenzia Efe collocano diversamente. Brunner ha parlato di 75 vite perse, attribuendo le morti “ai trafficanti che hanno spinto le persone verso il confine”.

Il Commissario ha comunque sottolineato che, “per il momento, l’Europa ha superato questo test”: nessuno dei migranti giunti a Ceuta è entrato nell’area Schengen. “L’integrità dello spazio Schengen è stata preservata”, ha dichiarato, ringraziando la Spagna per aver “ripristinato l’ordine” con il supporto di Frontex.

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Il nodo Schengen e la sospensione italiana

Interrogato dai giornalisti sulla decisione dell’Italia di reintrodurre i controlli alle frontiere con la Spagna – misura in vigore dal 1° agosto per la durata di un mese, disposta dal governo di Roma e definita “necessaria” dal ministro degli Esteri Antonio Tajani – Brunner ha ricordato che il nuovo Codice frontiere Schengen consente agli Stati membri di reintrodurre controlli in via eccezionale e temporanea per fronteggiare minacce alla sicurezza pubblica. Il Commissario ha evitato di esprimersi sulla proporzionalità della misura italiana, limitandosi a osservare che si tratta di una prerogativa degli Stati membri e che “la situazione si è chiarita nei giorni scorsi”, con la Spagna che ha confermato il rimpatrio di persone verso il Marocco. “I cittadini europei erano preoccupati” ha detto “ed è per questo che alcuni Stati membri hanno inviato una lettera congiunta, mentre altri hanno fatto ricorso a questa possibilità”, riferendosi alla sospensione disposta da Roma.

La decisione italiana ha aperto una frizione diplomatica con Madrid: il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha definito “indegna” la posizione di Tajani, mentre il governo spagnolo ha convocato l’ambasciatore italiano per chiarimenti. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha criticato una migrazione “fuori controllo”, mentre Brunner, commentando la regolarizzazione di oltre un milione di lavoratori immigrati decisa da Madrid, l’ha giudicata “non un buon segnale per gli altri Stati europei”.

La proposta italiana di estendere il “modello Albania” a livello Ue

Nel corso della riunione, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha presentato la proposta italiana di estendere a livello europeo il cosiddetto “modello Albania”: nuovi centri per il rimpatrio dei migranti irregolari da realizzare in Paesi terzi considerati sicuri, finanziati con risorse comunitarie. Secondo diverse fonti giornalistiche esisterebbe già una lista preliminare di Paesi terzi presi in considerazione per ospitare le nuove strutture, tra cui Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Ruanda, Montenegro ed Etiopia. Da Bruxelles, senza sbilanciarsi, fanno sapere che la Commissione è “pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica”.

Brunner ha confermato che sei Stati membri stanno già lavorando con Paesi terzi su meccanismi di questo tipo – i cosiddetti “return hub” – con l’obiettivo di svolgere le procedure d’asilo al di fuori del territorio dell’Unione in Paesi considerati sicuri. Il quadro giuridico di riferimento è il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, approvato definitivamente dal Parlamento europeo il 17 giugno scorso con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, che introduce l’ordine di rimpatrio europeo e la possibilità di trattenere i migranti da rimpatriare fino a 24 mesi, oltre al trasferimento verso centri extra-Ue sulla base di accordi bilaterali che rispettino diritti umani e principio di non respingimento.

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L’iniziativa, già anticipata da Meloni a fine giugno dopo l’approvazione del regolamento europeo sui rimpatri, è sostenuta da una lettera firmata da 22 Stati membri – capeggiata da Danimarca e Italia – indirizzata al Consiglio europeo per “rafforzare le frontiere esterne, contrastare l’immigrazione irregolare, combattere i trafficanti di esseri umani, rendere più efficaci i rimpatri ed eliminare ogni fattore che possa incentivare nuovi ingressi illegali”, come scritto da Meloni su X.

Le responsabilità di Rabat

Alla domanda sul possibile coinvolgimento del governo di Rabat nell’innesco della crisi, Brunner non ha attribuito responsabilità dirette, parlando piuttosto di “strumentalizzazione da parte dei trafficanti” e rimandando alle conclusioni dell’indagine avviata dalle autorità spagnole. Il Commissario ha precisato che i negoziati per un partenariato strategico globale con il Marocco proseguono senza modifiche: “Sappiamo che c’è stata un’interferenza da parte di trafficanti e disinformazione, ma questo non ha nulla a che vedere con i nostri negoziati con il Marocco”, ha detto, definendo il Paese nordafricano un partner “chiave e affidabile” dell’Unione.

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Interpellato sul paragone con la crisi ucraina e con la visita della presidente von der Leyen a Lampedusa nel 2023, Brunner ha respinto l’idea di un doppio standard nella risposta della Commissione: “Non vedo differenze, abbiamo reagito con fermezza in entrambi i casi; oggi abbiamo un sistema che prima non avevamo”, ha detto, aggiungendo che il Marocco è considerato “Paese di origine sicuro” e che la situazione resta comunque differente caso per caso.

Il ricatto del Marocco

Sullo sfondo della crisi resta la disputa tra Marocco e Algeria sul Sahara occidentale, ex colonia spagnola da cui Madrid si ritirò nel 1976. Una crisi simile, nel 2021, aveva portato oltre 8mila persone a entrare a Ceuta dopo che il Marocco aveva allentato i controlli in seguito alla decisione della Spagna di ricoverare in un ospedale spagnolo Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. Da allora i rapporti tra Madrid e Rabat si sono progressivamente ricomposti, culminati nel sostegno spagnolo, nel marzo 2022, al piano marocchino di autonomia per il Sahara occidentale – scelta che aprì invece una crisi diplomatica con Algeri. Alcune analisi pubblicate sulla stampa spagnola nei giorni scorsi hanno collegato l’attuale crisi anche alla recente visita di Sánchez in Algeria, la prima dal 2022, avvenuta il 20 luglio scorso nell’ambito di un processo di riavvicinamento tra Madrid e Algeri. Il governo spagnolo ha comunque escluso qualsiasi nesso diretto tra il viaggio e gli arrivi di massa a Ceuta.

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