Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riferito il 5 agosto alla Camera sull’avvio della procedura di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, annunciando che il governo chiederà a Bruxelles il massimo della flessibilità disponibile per la sicurezza energetica e una quota inferiore al tetto massimo per la difesa.

“Sicuramente chiederemo tutto il massimo della sicurezza energetica, cioè lo 0,3% più 0,3% uguale 0,6%. Sulla parte difesa invece non prenderemo il massimo e ci fermeremo allo 0,9%”, ha detto il titolare del Mef, spiegando che “la clausola originaria era sulla difesa ed era l’1,5% all’anno” e che la novità consiste nella possibilità di destinare fino a 0,3 punti percentuali l’anno, per un massimo di 0,6%, alla sicurezza energetica nell’ambito dello stesso spazio di bilancio.

Il meccanismo e i tempi della procedura

Giorgetti ha ricordato che “la Commissione europea ha invitato a presentare la richiesta di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale entro la metà di agosto 2026”, corredata da un elenco delle misure di massima e da una stima preliminare dei costi attesi. La Commissione valuterà le richieste “nel mese di settembre, eventualmente raccomandandone l’approvazione al Consiglio, che dovrebbe formalizzare la raccomandazione nella riunione Ecofin di ottobre”. Solo a seguito di tale raccomandazione si potrà procedere, tramite la procedura prevista dall’articolo 6 della legge 243 del 2012, al cosiddetto scostamento di bilancio, con la ripartizione delle risorse nella prossima manovra.

Il ministro ha inoltre chiarito che gli Stati che attivano la clausola dovranno garantire un doppio monitoraggio della spesa, con informazioni da fornire alla Commissione entro il 15 aprile e il 15 ottobre di ogni anno. Per la difesa l’anno di riferimento per il calcolo dell’incremento di spesa sarà il 2024, quando l’aggregato Cofog rilevante si è attestato all’1,3% del Pil italiano; nella flessibilità rientrano anche le eventuali misure finanziate con i prestiti del programma Safe. Per l’energia, ha precisato Giorgetti, “dalle informazioni allo stato disponibili non sembrerebbero ammissibili” le spese registrate dopo il 2028, a differenza della clausola difesa, anche se sono in corso interlocuzioni tecniche con le istituzioni Ue sul punto. Restano escluse dalla clausola energetica le misure di carattere provvisorio, come tagli alle accise o sussidi diretti e indiretti al settore privato privi di effetti strutturali.

Il ministro ha infine collegato la partita della clausola alla procedura per deficit eccessivo tuttora aperta per l’Italia, segnalando che un mancato rientro sotto la soglia del 3% del Pil, anche se dovuto a spese ammissibili alla clausola, manterrebbe il paese nella procedura fino al rientro dei conti.

Nella sua massima estensione, la clausola può garantire all’Italia uno spazio di bilancio complessivo fino a circa 36 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, di cui 14,4 miliardi per la sicurezza energetica e 21,7 miliardi per la difesa. La risoluzione di maggioranza, sottoscritta dai partiti di centrodestra, impegna il governo a “rafforzare la resilienza del sistema energetico e la sicurezza del relativo approvvigionamento” entro il limite dello 0,6% del Pil e a valutare, per la difesa, entro lo 0,9% del Pil, “il ricorso alle migliori condizioni di finanziamento quali quelle di cui al programma Safe”.

Le opposizioni si dividono sulla spesa militare

Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno presentato una risoluzione unitaria che impegna il governo a destinare le risorse derivanti dall’eventuale scostamento esclusivamente a misure sociali, sanitarie ed energetiche, escludendo la spesa per la difesa dal perimetro della clausola.

Italia Viva non ha sottoscritto il testo: i senatori riformisti del Pd hanno preso pubblicamente le distanze, sostenendo di aver appreso il contenuto della risoluzione dalle agenzie di stampa e definendolo “non condivisibile”. Il governo ha espresso parere contrario sia sulla risoluzione unitaria delle opposizioni sia su quella presentata separatamente dal resto del fronte di minoranza, che non sono state messe ai voti.

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