Una campagna di lobbying delle grandi aziende tecnologiche, sostenuta da Germania e Irlanda, rischia di indebolire la protezione dei dati in Europa. È la conclusione di un’inchiesta pubblicata il 28 ottobre dall’organizzazione tedesca LobbyControl insieme al Corporate Europe Observatory. L’oggetto è il Digital Omnibus, il pacchetto di semplificazione delle norme digitali presentato dalla Commissione europea nel novembre 2025. Mercoledì 21 ottobre il Consiglio dell’Ue, sotto la presidenza irlandese, ha approvato la propria posizione negoziale sulla parte che riguarda protezione dei dati, privacy e segnalazione degli incidenti informatici.
Il Consiglio sostiene di aver mantenuto alti livelli di protezione dei dati personali. Secondo il comunicato il mandato conserva la definizione di dato personale del Gdpr, chiarisce le regole sulla pseudonimizzazione, prevede garanzie per il trattamento di dati sensibili per lo sviluppo e il funzionamento di sistemi di intelligenza artificiale e allunga il termine per notificare le violazioni dei dati. La ministra irlandese degli Esteri Helen McEntee ha parlato di una semplificazione che mantiene alti standard di privacy e diritti dei cittadini. Il negoziato con il Parlamento europeo inizierà quando gli eurodeputati avranno fissato la loro posizione.
Per LobbyControl e CEO il testo va nella direzione opposta. Il Consiglio avrebbe riconosciuto come legittimo interesse non solo l’addestramento dei sistemi di IA con dati personali, previsto già dalla Commissione, ma anche il loro funzionamento, senza che gli utenti possano opporsi. Un articolo 25a esenterebbe inoltre i dati pseudonimizzati dall’ambito del Gdpr quando vengono ceduti a terzi, per esempio ai data broker. La modifica della definizione di dato personale è stata eliminata, ma l’effetto pratico sarebbe in parte analogo. L’organizzazione per la privacy Noyb sostiene che le imprese potrebbero fare quasi tutto con i dati personali, purché “in connessione con l’IA”. L’associazione europea dei consumatori Beuc ha avvertito che il pacchetto potrebbe rendere il Gdpr praticamente inutilizzabile.
La campagna di lobbying
Il caso da cui parte l’inchiesta è un’email inedita inviata a marzo 2026 da Martin Ruby, responsabile lobbying di Meta per i Paesi nordici, a un funzionario danese. Ruby chiedeva se fosse vero che il Consiglio, sotto la presidenza cipriota, stesse ritirando alcune proposte della Commissione. Quella presidenza aveva effettivamente tentato di annullare le parti più controverse, e a dicembre 2025 aveva avvertito che la semplificazione non deve portare alla deregolamentazione. Anche il Garante europeo e il Comitato europeo per la protezione dei dati avevano criticato la nuova definizione di dato personale in un parere congiunto. Secondo l’inchiesta, la spinta è però durata poco. Tra fine maggio e giugno le associazioni di categoria hanno chiesto agli Stati di non accelerare l’accordo. Entro fine giugno la Germania aveva raccolto una minoranza di blocco con Italia, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Portogallo e Austria, e il dossier è passato alla presidenza irlandese.
Il governo tedesco, guidato da Friedrich Merz, ha sostenuto in modo esplicito la linea della deregolamentazione. Secondo le risposte del governo a due interrogazioni parlamentari, tra maggio 2025 e settembre 2026 ci sono stati 85 appuntamenti con 103 incontri con rappresentanti di 11 aziende tecnologiche extraeuropee, in media 1,5 a settimana. Google è in testa con 28 incontri, seguita da Microsoft con 18, Amazon con 16 e OpenAI con 11. Il ministro del Digitale Karsten Wildberger ne ha avuti 18, e l’amministratore delegato di OpenAI Sam Altman ha avuto cinque incontri di alto livello in quattro mesi, tre con lo stesso Wildberger. Il contenuto resta ignoto, perché i registri parlano di “scambio su temi di politica digitale”. Il documento di posizione tedesco dell’ottobre 2025 propone di limitare il diritto di accesso ai propri dati per un “onere sproporzionato” per le aziende, la stessa formulazione usata da Google in un documento di lobbying dell’agosto 2025. A fine settembre 2026 il sottosegretario all’Interno Bernd Krösser si è detto soddisfatto di aver portato a Bruxelles molte istanze “comuni” e ha assicurato che “la semplificazione auspicata arriverà”, in un intervento alla conferenza sulla privacy dell’associazione Bitkom, sponsorizzata tra gli altri da Amazon, Google e Meta.
Anche sull’Irlanda l’inchiesta documenta una forte attività. Dal maggio 2025 Meta ha avuto contatti con 41 decisori irlandesi ed eurodeputati, di cui nove sul sostegno dell’Irlanda alla semplificazione delle regole digitali, mentre Google ne ha avuti con 30. A febbraio 2026 rappresentanti di Meta hanno partecipato a una cena privata con il ministro dell’Economia Peter Burke nella residenza dell’ambasciatore statunitense, secondo l’Irish Independent. Una portavoce dell’ambasciata ha confermato che si è parlato dell’allentamento delle regole digitali europee. Nella consultazione sulle priorità della presidenza Meta aveva chiesto una “revisione fondamentale” del quadro digitale e la sospensione dell’attuazione delle nuove leggi. A luglio un gruppo di economisti, tra cui Shoshana Zuboff e Mariana Mazzucato, aveva chiesto all’Irlanda di tirarsi fuori dai negoziati su digitale e fisco per conflitto di interessi.
Il Parlamento europeo
La partita si sposta ora a Strasburgo, dove il voto sulla posizione dell’Assemblea è atteso all’inizio del 2027. Secondo l’inchiesta, sul Digital Omnibus ci sono già stati 655 incontri di lobbying con gli eurodeputati, circa tre per giorno lavorativo. L’83% è con rappresentanti delle imprese e l’11% con società civile e sindacati. Google ha avuto 21 incontri e Meta 19.
L’eurodeputata Aura Salla, ex lobbista di Meta e relatrice per la commissione Industria, ne ha avuti con 110 aziende, il numero più alto, e ha sostenuto che il Gdpr deve subire “cambiamenti brutali” per consentire alle imprese europee di accedere ai dati per addestrare l’IA. Secondo l’analisi di Noyb su oltre mille emendamenti, le proposte più incisive vengono dal Partito popolare europeo e dai Conservatori e riformisti.
LobbyControl e CEO chiedono al Parlamento di fermare quello che definiscono un attacco alla protezione dei dati e alla regolazione dell’IA.

