Aveva già un nuovo Parlamento e un nuovo governo, ma sulla figura a cui attribuire oneri e onori della presidenza della Repubblica, il Kosovo sembrava non riuscire a trovare una quadra, con l’inevitabile conseguenza dell’ennesima crisi istituzionale. Alla fine, nelle prime ore di oggi (7 ottobre), il Parlamento ha optato per Justina Shiroka Pula, eletta con 81 voti su 120.
L’elezione è stata resa possibile da un’intesa politica tra Vetevendosje, il partito del primo ministro Albin Kurti, e il Partito Democratico del Kosovo, principale forza di opposizione. “Questo mandato non appartiene a una sola persona. Appartiene ai nostri cittadini. Sarò la presidente di tutti i cittadini”, ha dichiarato Shiroka Pula dopo l’elezione.
La nuova presidente, nata nel 1953, porta con sé un profilo prevalentemente accademico ed economico. Shiroka Pula è presidente dell’Accademia delle Scienze e delle Arti del Kosovo e docente di economia. Con la sua elezione, pare essere stato ricevuto il messaggio lanciato a Pristina la scorsa settimana dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che aveva posto l’accento sull’importanza di istituzioni stabili.
Formalmente, il presidente del Kosovo dispone di poteri limitati rispetto al primo ministro. Tuttavia, l’elezione del capo dello Stato richiede una maggioranza parlamentare dei due terzi, rendendo la presidenza un potenziale punto di blocco quando il Parlamento è politicamente frammentato.
È proprio questa difficoltà a raggiungere un accordo ad aver trasformato più volte l’elezione presidenziale in una fonte di instabilità istituzionale. Non si fosse trovato,il Kosovo sarebbe tornato alle urne per le elezioni parlamentari anticipate, come già accaduto a giugno.
Al centro dell’accordo tra le due forze politiche vi è anche il futuro del tribunale speciale per i crimini di guerra del Kosovo con sede all’Aia. Le parti hanno concordato di intervenire per limitarne i poteri, una questione particolarmente sensibile in un Paese in cui il conflitto con la Serbia continua a occupare un posto centrale nella memoria politica e nazionale.
Il tribunale dell’Aia, istituito proprio dall’organo legislativo kosovaro, su pressione degli alleati occidentali, per giudicare presunti crimini commessi dall’Esercito di liberazione del Kosovo e dalla Serbia durante e dopo il conflitto che ha avuto luogo sul finire degli anni Novanta, ha recentemente condannato l’ex presidente kosovaro Hashim Thaci. La sentenza ha dato luogo a proteste, nei palazzi delle istituzioni e nelle piazze.
Per i kosovari, la condanna di Hashim Thaçi è frutto di un processo alla loro storia
Lunedì (5 ottobre), il Parlamento avrebbe dovuto decidere di eventuali modifiche relative al tribunale. Tra le opzioni c’era lo spostamento delle sue attività sul territorio del Kosovo, in modo che possa accedere più facilmente a tutte le informazioni che il primo ministro Albin Kurti reputa storicamente affidabili, o la revisione delle sue copetenze.
La seconda opzione è apparsa prevalere, ma il Parlamento non è giunto ad alcuna decisione definitiva in merito. Alla notizia, tra i cittadini radunati davanti alla sede del legislativo è montata la protesta, tanto che la polizia kosovara ha utilizzato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti.
La nuova presidente dovrà vigilare sulla piega che prenderà il rapporto tra le istituzioni politiche e giudiziarie e assicurarsi che entrambe sappiano dare risposte giuste e soddisfacenti ai cittadini. L’imparzialità della stessa pare essere assicurata, sebbene nella sua carriera politica figuri un mandato da ministra dell’Economia svolto tra il 2008 e il 2011, quando il primo ministro del Kosovo era proprio Hashim Thaci.

