La condanna di Hashim Thaçi a 25 anni di carcere pronunciata dalle Camere Specializzate del Kosovo a L’Aia ha riaperto a Pristina una ferita che va ben oltre il destino giudiziario dell’ex presidente. Per una parte significativa dei kosovari, infatti, il processo all’ex comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) e agli altri tre imputati non intendesse tanto accertare la loro responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto con la Serbia tra il 1998 e il 1999, ma esprimere un giudizio sullo stesso.
Il 16 settembre Thaçi e i suoi ex commilitoni Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi sono stati dichiarati colpevoli di detenzione arbitraria, trattamento crudele, tortura e omicidio. Thaçi e Krasniqi sono stati condannati a 25 anni, Veseli a 18 e Selimi a 13. I quattro sono stati invece assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità, perché l’accusa non è riuscita a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza di un attacco generalizzato o sistematico contro la popolazione civile.
A emanare la sentenza sono state le Camere Specializzate del Kosovo. Create nel 2015 attraverso una legge approvata dall’Assemblea del Kosovo, queste fanno formalmente parte del sistema giudiziario kosovaro, ma hanno sede all’Aia e sono composte da giudici e personale internazionali. La scelta di collocarle fuori dal Kosovo è stata motivata anche dalla necessità di proteggere i testimoni da intimidazioni e interferenze.
La loro istituzione è stata a lungo controversa. Thaçi stesso sostenne la creazione del tribunale, ma lo fece in un contesto di forte pressione internazionale. Studi sulla percezione delle Camere Specializzate hanno evidenziato fin dall’inizio una scarsa legittimità percepita a livello locale e una conoscenza limitata del mandato dell’istituzione.
Chi è Hashim Thaçi
Dal giorno successivo alla sentenza, si sono sprigionate numerose proteste popolari in Kosovo, comprensibili solo approfondendo attentamente la figura di Thaçi. Nato nel 1968, negli anni Novanta divenne uno dei principali esponenti dell’UCK, la guerriglia albanese kosovara nata contro il controllo serbo della provincia. Il suo ruolo crebbe rapidamente e nel 1999 Thaçi guidò la delegazione kosovara ai negoziati di Rambouillet, organizzati dalle potenze occidentali per cercare una soluzione al conflitto.
Dopo la guerra divenne uno dei protagonisti della trasformazione dell’UCK in forza politica. Fondò il Partito Democratico del Kosovo (PDK), fu primo ministro e, dal 2016 al 2020, presidente della Repubblica. Nel febbraio 2008 fu proprio Thaçi, allora primo ministro, a proclamare l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia.
Per molti kosovari albanesi, dunque, Thaçi non è semplicemente un ex politico. È una delle figure associate alla lotta che ha portato alla fine del controllo serbo e alla nascita dello Stato indipendente del Kosovo. Ancora oggi immagini di Thaçi e degli altri ex comandanti sotto processo vengono esposte nel Paese con la scritta “Eroi della guerra e della pace”.
Perché è finito davanti ai giudici de L’Aia
L’accusa per la quale è stato giudicato a L’Aia riguarda crimini commessi durante e immediatamente dopo il conflitto del 1998-99. Secondo i giudici, Thaçi e gli altri imputati contribuirono in modo significativo a un comune progetto criminale rivolto contro persone considerate oppositori degli obiettivi politici e militari dell’UCK.
Tra le vittime individuate figuravano albanesi kosovari associati ad altre formazioni politiche o militari, persone ritenute legate alle autorità serbe e alcuni membri delle comunità rom e serba. Il tribunale ha accertato responsabilità per detenzione arbitraria di 385 persone, trattamento crudele di 49, tortura di 303 e omicidio di 96.
Il processo è iniziato nell’aprile 2023, dopo il trasferimento degli imputati a L’Aia nel novembre 2020. Sono stati esaminati migliaia di elementi di prova e 273 testimoni, mentre il fascicolo processuale ha raggiunto quasi 30mila pagine di trascrizioni. Thaçi ha sempre respinto le accuse e, nelle dichiarazioni finali, ha sostenuto la propria innocenza.
Cittadini e politici kosovari reputano inaccettabile la sentenza contro Thaçi
“Hanno giudicato la nostra guerra”
Come sottolineato dal presidente del collegio, Charles L. Smith III, l’obiettivo dell’indipendenza del Kosovo non era di per sé criminale. Ciò che il tribunale ha giudicato sono le condotte criminali commesse contro persone considerate nemiche o oppositori dell’UCK. Il verdetto stesso, inoltre, mostra che i giudici non hanno accolto integralmente la tesi dell’accusa: le accuse di crimini contro l’umanità sono state respinte. La procura ha quindi presentato la sentenza come una vittoria dello Stato di diritto e come giustizia per le vittime.
La percezione in Kosovo è però molto diversa, soprattutto tra gli albanesi kosovari. Thaçi e gli altri imputati restano legati nell’immaginario collettivo alla liberazione dalla repressione serba. Migliaia di persone erano già scese in piazza a Pristina nei giorni precedenti il verdetto, chiedendo l’assoluzione dei quattro, dopo la condanna, nuove manifestazioni hanno attraversato la capitale, con proteste anche davanti alla sede della missione dell’Unione europea in Kosovo.
Durante una delle manifestazioni, l’organizzatore Clirimtar Haziri ha sintetizzato questa percezione sostenendo che gli imputati “non sono lì come individui” e che all’Aia è stata giudicata “una parte della nostra storia, la nostra guerra”. È precisamente questa sovrapposizione tra responsabilità individuale e memoria collettiva a spiegare gran parte della reazione kosovara.
Anche il governo ha criticato il verdetto. Il primo ministro Albin Kurti ha sostenuto che le conclusioni dei giudici contengano “inesattezze fattuali, incomprensioni storiche ed errori giuridici”, auspicando che vengano corrette in appello.
Il problema di fondo riguarda quindi anche la legittimità delle Camere Specializzate agli occhi della popolazione. Una ricerca condotta nel 2017 rilevava che il 76,4% degli albanesi kosovari intervistati considerava ingiusto il focus della corte sui crimini dell’UCK. Un’altra indagine evidenziava inoltre che circa sei albanesi kosovari su dieci ritenevano di non ricevere informazioni sufficienti sul tribunale.
La distanza tra istituzione e società non significa che in Kosovo vi sia un rifiuto generalizzato dell’idea che membri dell’UCK possano aver commesso crimini. Il punto controverso è piuttosto il significato politico e storico attribuito al tribunale: per molti albanesi kosovari, processare esclusivamente crimini attribuiti all’UCK rischia di produrre una rappresentazione incompleta della guerra e di mettere sullo stesso piano la guerriglia kosovara e le forze serbe responsabili di altre gravi violazioni.
Il tema è emerso nel corso di una conferenza stampa alla Corte, durante la quale è stata messa in dubbio l’indipendenza della stessa e la terzietà di fronte ai crimini commessi nella guerra tra Serbia e Kosovo, facendo riferimento al differente peso dei due Paesi nel tutelare i vertici militari coinvolti. I giudici hanno chiarito di avere sempre seguito attentamente il mandato assegnato loro alla fondazione della Corte e promesso di approfondire gli altri casi pendenti, senza distinzioni tra serbi e albanesi kosovari.
Il PDK vuole riportare il processo a casa
Dopo la sentenza, il PDK ha proposto di modificare la legge sulle Camere Specializzate affinché, in caso di nuovo processo, questo possa svolgersi in Kosovo anziché a L’Aia. Il partito sostiene che il Parlamento non possa ignorare una questione che coinvolge direttamente la società kosovara. Al tempo stesso, l’ex difensore civico Hilmi Jashari ha avvertito che una completa abrogazione della legge sarebbe difficilmente praticabile dal punto di vista giuridico.
La vicenda, dunque, è tutt’altro che conclusa. Thaçi e gli altri imputati possono ancora affrontare il procedimento d’appello, mentre le Camere Specializzate hanno avviato anche la fase relativa alle riparazioni per le vittime.

