Nella serata di ieri (5 ottobre), un folto gruppo di manifestanti si è riunito davanti al Parlamento kosovaro, a Pristina, per contestare la condanna per crimini di guerra dell’ex presidente Hashim Thaçi e di tre suoi ex commilitoni nell’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK). La polizia ha represso la protesta usando gas lacrimogeni e un cannone ad acqua.
La sede delle Camere Specializzate per il Kosovo (KSC), che hanno emanato la sentenza, si trova a L’Aia, nei Paesi Bassi. Così era stato stabilito dallo stesso Parlamento kosovaro, su pressione dei partner occidentali, all’epoca dell’indipendenza del Paese. Secondo i manifestanti e alcuni membri delle istituzioni nazionali, tuttavia, nell’ultima sentenza vi sono state irregolarità storiche che non sarebbero emerse se il processo si fosse svolto in Kosovo.
Quest’ultimo tema è stato al centro del dibattito parlamentare di ieri. I cittadini kosovari si aspettavano una decisione in merito, che almeno riaprisse la discussione sulla legittimità di una corte esterna al Paese chiamata a giudicare fatti avvenuti sul suo territorio. Nessuna proposta di legge è stata infine approvata definitivamente.
L’unico provvedimento attualmente in esame mira a ridurre considerevolmente la competenza delle Camere Specializzate. In particolare, la proposta priverebbe il tribunale della possibilità di giudicare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto tra i guerriglieri albanesi dell’UÇK e le forze serbe.
La sua competenza verrebbe in questo modo circoscritta ai crimini commessi sul territorio del Kosovo nel periodo immediatamente successivo alla guerra.
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Per gran parte della giornata, diverse centinaia di manifestanti avevano presidiato l’area circostante l’edificio, minacciando di impedirne l’accesso e l’uscita fino all’approvazione del provvedimento. Al termine della seduta, alcuni manifestanti si sono avvicinati alle linee della polizia nel tentativo di impedire ai parlamentari di lasciare il Parlamento.
Le forze dell’ordine hanno quindi fatto ricorso ai gas lacrimogeni e a un cannone ad acqua. Alcuni manifestanti hanno lanciato petardi e altri oggetti contro gli agenti, mentre alcuni cassonetti sono stati incendiati nei pressi dell’edificio. La polizia ha successivamente impiegato anche veicoli blindati per contenere gli scontri.
Per il Parlamento di Pristina, la questione delle KSC rischia ora di trasformarsi anche in un confronto politico interno. La prima lettura della proposta non è infatti bastata a chiudere il dossier e le proteste di lunedì mostrano quanto il tema resti divisivo.
Il futuro del provvedimento dipenderà dunque dai prossimi passaggi parlamentari, mentre il governo e le forze politiche kosovare dovranno confrontarsi con una questione che intreccia giustizia, memoria della guerra e rapporti con le istituzioni internazionali.

