L’ex presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, prova a imprimere una nuova accelerazione all’agenda europea sulla competitività. A quasi due anni dalla presentazione del rapporto sul futuro della competitività europea commissionato dalla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, l’ex premier italiano ha dato vita al Rhine Group, un’organizzazione indipendente che riunisce economisti, imprenditori, accademici ed ex responsabili politici con l’obiettivo di trasformare le proposte elaborate negli ultimi anni in riforme concretamente realizzabili.
Draghi ha fondato l’iniziativa insieme a Patrick Collison, imprenditore irlandese, cofondatore e amministratore delegato della società di pagamenti digitali Stripe. I due sono cofondatori e copresidenti del Rhine Group, mentre la direzione operativa è affidata all’economista spagnolo Luis Garicano, professore alla London School of Economics ed ex eurodeputato di Renew Europe.
Il gruppo è stato costituito a Ginevra e mira a creare un collegamento tra il dibattito economico sulla competitività e le decisioni di governi e istituzioni europee. La home page del sito ufficiale si apre con la frase “We are not too late to change Europe’s trajectory, if we take the right steps today”.
Non si tratta di un organismo dell’Unione europea e non dispone quindi di poteri decisionali. In base a quanto si evince dalla presentazione pubblicata sul sito ufficiale, l’ambizione è piuttosto quella di selezionare alcune delle riforme considerate prioritarie, approfondirne gli aspetti tecnici e individuare le condizioni politiche necessarie per realizzarle.
Gli incontri riuniranno esponenti del mondo delle istituzioni, dell’università e delle imprese. Le discussioni saranno preparate attraverso documenti di ricerca distribuiti preventivamente ai partecipanti e si svolgeranno secondo la Chatham House Rule, che permette di utilizzare le informazioni emerse durante gli incontri senza attribuirle pubblicamente ai singoli partecipanti.
Economisti, manager e imprenditori: chi fa parte del Rhine Group
La composizione del Rhine Group riflette l’intenzione di mettere allo stesso tavolo competenze ed esperienze molto diverse.
Tra gli economisti figurano Philippe Aghion, premio Nobel per l’Economia per i suoi studi sull’innovazione e la crescita, e Bengt Holmström, anch’egli premio Nobel, oltre a Beatrice Weder di Mauro, presidente del Centre for Economic Policy Research, Pierre-Olivier Gourinchas, già capo economista del Fondo monetario internazionale, e Benoît Cœuré, già membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea.
Ci sono poi personalità provenienti dalla politica e dalle istituzioni, come l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves e l’ex ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire, insieme a figure del mondo dell’informazione economica internazionale come Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, e Roula Khalaf, direttrice del Financial Times.
Particolarmente forte è la componente imprenditoriale e tecnologica. Oltre a Collison, fanno parte del gruppo Tobi Lütke, fondatore e amministratore delegato di Shopify, Sebastian Siemiatkowski, cofondatore e amministratore delegato di Klarna, Niklas Zennström, fondatore della società di venture capital Atomico, e l’imprenditore francese Xavier Niel.
L’Italia è rappresentata, oltre che da Draghi, da Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group; dagli economisti Lucrezia Reichlin, Francesco Giavazzi e Francesco Decarolis; dall’ex amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao e da Luca Ferrari, cofondatore e amministratore delegato di Bending Spoons.
Il problema dell’attuazione del Rapporto Draghi
Nel settembre 2024 Draghi ha presentato alla Commissione europea il rapporto The Future of European Competitiveness, nel quale ha individuato alcuni dei principali ostacoli alla crescita dell’Unione: produttività debole, frammentazione del mercato unico, costi energetici elevati, mercati dei capitali incompleti, difficoltà delle imprese innovative a raggiungere dimensioni globali e crescente dipendenza dall’estero in settori tecnologici e industriali strategici.
Il rapporto indica la necessità di mobilitare 750-800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno e conteneva oltre 170 proposte che interessano energia, industria, innovazione, infrastrutture digitali, mercati finanziari, difesa e governance economica.
Molte di quelle indicazioni sono entrate nell’agenda della seconda Commissione von der Leyen, ma la loro adozione sta andando a rilento con divergenze tra gli Stati membri sulle riforme più profonde.
Secondo l’aggiornamento di luglio del Draghi Implementation Index, elaborato dallo European Innovation Council attraverso l’osservatorio DraghiWatch, soltanto 60 delle 383 misure esaminate, pari al 15,7%, risultano pienamente attuate.
Il Rhine Group intende quindi restringere il campo, individuando alcune priorità sulle quali elaborare documenti operativi destinati a governi e decisori europei. Il modello dichiarato è, almeno in parte, quello dell’Aspen Economic Strategy Group statunitense, che riunisce economisti, imprenditori ed ex responsabili politici per discutere problemi strutturali dell’economia e formulare proposte basate sull’analisi economica.
Competere, crescere e costruire di nuovo
Dietro l’iniziativa c’è una preoccupazione più ampia sulla posizione dell’Europa nell’economia mondiale. Uno dei dati richiamati dal Rhine Group che riprende le preoccupazioni espresse da Draghi nel suo rapporto è particolarmente significativo: soltanto quattro delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche mondiali sono europee.
La questione non riguarda semplicemente il numero delle grandi aziende digitali. Nei settori destinati a determinare una parte crescente della produttività e della crescita futura – dall’intelligenza artificiale alle infrastrutture digitali, dalle biotecnologie alle tecnologie emergenti – Europa, Stati Uniti e Cina stanno procedendo a velocità differenti.
L’Unione dispone ancora di un enorme mercato interno, università e centri di ricerca di primo livello, capitale e competenze industriali. Il problema individuato dal gruppo è la difficoltà nel trasformare queste risorse in nuove imprese capaci di crescere rapidamente e raggiungere dimensioni globali.
La posta in gioco è esistenziale. Se la stagnazione continua, il continente perderà progressivamente la capacità di finanziare gli obblighi fondamentali di uno stato moderno: difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti per il clima e reti di sicurezza per chi perde il lavoro.
Come sottolineato dal gruppo sul sito, “il modello di crescita europeo sta svanendo e siamo sempre più in balia di eventi esterni che non controlliamo”. Per il Rhine Group, tuttavia, questo declino “non è inevitabile, ma è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo se non agiamo con urgenza”. Il testo prosegue sottolineando che “l’alternativa è fare ciò che l’Europa ha fatto in passato: competere, costruire e crescere di nuovo” e conclude: “Non siamo una potenza di medio livello, ma il secondo mercato più grande del mondo”.


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