Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e tra i principali esperti di coesione territoriale in Italia, mette in guardia sul futuro incerto della politica di coesione dopo il 2027, schiacciata dalle nuove priorità dell’Unione europea, dalla competitività alla difesa. Secondo Viesti, la proposta di bilancio della Commissione, che non prevede né un aumento dei contributi né nuove forme di indebitamento comune, rischia di minare la coesione tra i cittadini europei con ricadute politiche preoccupanti.

“Il futuro della politica è molto incerto”, spiega Viesti in un’intervista con Focus Europe Italia, “perché l’Unione è nel pieno delle grandi congiunture politiche del momento” e ha “tre grandi priorità che non corrispondono alla coesione”: competitività, futuri allargamenti e la questione del riarmo e della difesa. Queste priorità, osserva il professore, “si rispecchiano nella proposta di bilancio avanzata a luglio dell’anno scorso dalla Commissione europea”, che “mette molto in sordina la politica di coesione”, puntando a “perseguire gli stessi obiettivi con le stesse risorse”.

Per Viesti il nodo più critico è l’assenza di nuove risorse: “Non soltanto non viene chiesto un aumento dei contributi, cosa difficile per gli Stati membri, ma soprattutto non si prevedono nuove forme di indebitamento comune”. Una scelta che, a suo avviso, “è un grande rischio”, perché “la politica di coesione è fondamentale e la sua assenza rischia di minare la coesione fra i cittadini all’interno dell’Europa, con ricadute politiche anche molto preoccupanti”.

Il piano unico e la lezione del PNRR

Viesti riconosce che “la centralizzazione indebolisce la coesione”, ricordando che si tratta di “una politica necessariamente multilivello”, che coinvolge livello europeo, nazionale, regionale e locale, e il cui funzionamento “non è ottimale”. Per questo, precisa, “ogni iniziativa di riforma e miglioramento è ben accetta”, richiamando anche il rapporto del gruppo di esperti di alto livello guidato da un collega della London School of Economics, consegnato alla commissaria Ferreira. Nel caso italiano, aggiunge, “le politiche sono diventate troppo regionalizzate, troppo in mano agli esecutivi delle diverse regioni”.

Ciò detto, il professore giudica critica la soluzione del piano unico proposta dalla Commissione: è “un unico contenitore nel quale ci sono anche le politiche agricole” e “non ci sono più le regole europee per suddividere le risorse tra i diversi livelli di sviluppo delle regioni”. Viesti richiama l’esperienza del Next Generation EU, di cui si è occupato direttamente: “La programmazione delle politiche e la loro realizzazione è stata molto centralizzata sugli esecutivi nazionali”, con conseguenze precise: “scarsa attenzione alla differenziazione locale, scarsa attenzione alle diverse esigenze territoriali”, e persino “esigenze politiche di breve termine”. Ricorda che “il piano italiano è stato modificato sette volte” ed è oggi “completamente diverso da quello iniziale”. La sua conclusione è netta: “Passare da un eccesso di regionalizzazione a un assoluto eccesso di rinazionalizzazione non è corretto”.

Condizionalità e stato di diritto

Interrogato sul rischio che le nuove condizionalità trasformino la coesione in leva politica, Viesti risponde affermativamente, richiamando “un continuo abbraccio di ferro tra la Commissione europea e i governi nazionali” fin dal Patto di stabilità. Pressioni che, avverte, sono “del tutto indipendenti da che cosa viene fatto e da chi svolge i propri ruoli all’interno della politica di coesione”, e rischiano di introdurre “condizionalità o pressioni del tutto indipendenti dagli obiettivi e dagli strumenti della politica stessa”.

Il professore distingue questo approccio da quello storico della coesione, che “ha sempre avuto sue condizionalità, a mio avviso molto opportune”, legate per esempio “alla condivisione con gli Stati membri e con le regioni di alcune riforme, sugli appalti o sulla transizione verde”, pensate “come preparazione o accompagnamento” verso il miglioramento. “In questo caso”, conclude, “siamo molto diversi, e la politica ha anche obiettivi molto diversi”.

Una discussione viva a Bruxelles, cauta a Roma

Viesti descrive un confronto acceso a livello europeo: “La discussione è molto viva in sede di Parlamento europeo. La commissione REGI se ne sta occupando molto” e i gruppi parlamentari “stanno facendo pressione sulla Commissione affinché vi siano modifiche”. Diverso il quadro nei singoli Paesi: “Molto modesta è la discussione all’interno dei Paesi”, dove “non si è colta la portata del grande cambiamento” in atto.

Sul ruolo del governo italiano il professore è esplicito: “La mia impressione è che il governo italiano stia facendo meno di quanto ci si aspetterebbe”, data “l’importanza cruciale della coesione nel nostro caso” e il possibile “conflitto di interessi fra il mondo della coesione e il mondo dell’agricoltura”. Viesti segnala inoltre un elemento politico che complica il quadro: “Il vicepresidente della Commissione che ha competenza sulla politica di coesione è dello stesso partito dell’attuale presidente del Consiglio italiano, e questo rende il tutto più difficile”. A pesare, aggiunge, è anche il calendario politico: “Il 2027 è un anno elettorale in Italia, e questo tema rischia di andare in secondo piano”.

Agricoltura organizzata, coesione frammentata

Per Viesti, il confronto tra i due mondi non è alla pari: “Il mondo dell’agricoltura è storicamente molto in grado di difendere le proprie posizioni, è molto ben organizzato e molto capace di fare pressione sulla politica”. Al contrario, “il mondo della coesione è molto frammentato, perché i beneficiari sono in ultima analisi tutti i cittadini”, ed è “vittima di una narrazione come strumento di sussidio”, incentrata “sugli sprechi della coesione” più che sui risultati.

Il professore lega questa debolezza anche alla collocazione dei partiti italiani in Parlamento europeo: molti, ricorda, “hanno votato per la Commissione”, e questo li porta a battersi “con un po’ più di forza a livello di Parlamento e di commissioni a Bruxelles” che “nelle piazze e tra i cittadini”. Un problema, sottolinea, non tanto per i beneficiari quanto “per l’Europa”: “Se l’Europa esce dai cuori degli europei”, avverte, il rischio è che “i cittadini si rivolgano altrove per la propria rappresentanza politica”, e “quello che stiamo vedendo in tutta Europa è che si rivolgono principalmente a forze anti-europee”.

Allargamenti e competitività: il nodo dei territori

Sul possibile impatto dei futuri allargamenti dell’Unione, Viesti richiama il precedente del 2004: “Ha avuto un impatto profondissimo, e in particolare un impatto molto negativo sull’Europa meridionale”. Questo, chiarisce, “non significa affatto che non si debba fare” un nuovo allargamento, “ma bisogna prepararlo bene” e “mettere in campo misure” per le fasce di popolazione e i territori più deboli della vecchia Unione a 27, con “molta cautela, molta attenzione” nell’accompagnare il processo.

Lo stesso vale, per il professore, sul rapporto tra competitività e coesione: “Se tu le sleghi completamente dai territori, stai facendo un’azione molto forte per un’ulteriore polarizzazione delle attività economiche”. Il rischio, sintetizza, è che “con una mano indebolita cerchi di aiutare la coesione, ma con l’altra la metti a rischio”.

Viesti segnala infine un proprio contributo su questi temi al rapporto “European Public Investment Outlook”, curato con un capitolo dedicato alle politiche europee di coesione e disponibile in accesso libero da novembre 2026.

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