Le Regioni chiedono un potere di codecisione sulla riprogrammazione dei fondi di coesione dirottati verso il caro energia, e mettono in guardia sul rischio che l’emergenza diventi il precedente per tagliare in modo permanente le risorse della politica di coesione nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea.

Lo dice a Focus Europe Italia Matteo Luigi Bianchi, vicepresidente del Comitato europeo delle Regioni e consigliere comunale di Varese, commentando la lettera che il commissario Raffaele Fitto ha inviato ai 27 Stati membri per invitarli a riprogrammare le risorse ancora disponibili del Fondo europeo di sviluppo regionale, del Fondo di coesione e del Fondo per la transizione giusta a sostegno di famiglie e imprese colpite dai prezzi elevati dell’energia. Per l’Italia la cifra mobilitabile è stimata in circa 7 miliardi di euro.

Bianchi non entra nel merito della proposta di Fitto senza prima criticarne il metodo. “La politica di coesione nasce come una politica condivisa tra Unione europea, Stati membri e Regioni, in un principio multilivello”, spiega. “Il principio di partenariato non lo ritengo un dettaglio procedurale ma uno dei pilastri per la sua efficacia”. Per questo, sostiene, le Regioni devono essere coinvolte “fin dall’inizio delle scelte di questa programmazione” e non “soltanto chiamate a ratificare decisioni già prese altrove”.

Il vicepresidente del Comitato delle Regioni collega il tema del metodo a un timore più ampio, quello di un progressivo svuotamento del ruolo regionale nella riforma della coesione in discussione a Bruxelles. “Uno dei dubbi principali su questa nuova riforma è che le Regioni siano sempre più messe da parte”, afferma, “e questa decisione di metodo, al di là della proposta, può avere solo incrementato la paura in questo confronto”.

I progetti a rischio in Italia

Sul fronte italiano, Bianchi indica quali interventi rischiano di essere sacrificati per liberare risorse verso il caro energia: “Il rischio riguarda soprattutto quegli interventi che non sono ancora stati giuridicamente impegnati”, elenca, citando rigenerazione urbana, mobilità sostenibile, digitalizzazione dei comuni, innovazione delle piccole imprese, efficientamento energetico degli edifici pubblici e formazione.

Bianchi non contesta la necessità di affrontare l’emergenza energetica, ma avverte sul rischio di una contrapposizione tra priorità. “Se rinunciamo agli investimenti strutturali rischiamo di ritrovarci tra qualche anno con territori meno competitivi e meno resilienti”, dice. Per il vicepresidente del Comitato delle Regioni, l’obiettivo di fondo della politica di coesione resta quello di “non lasciare indietro nessun territorio”, rendendo i territori “i più competitivi possibili”.

Codecisione, non diritto di veto

Sulla richiesta di un ruolo da “primo attore” per le Regioni, Bianchi precisa che lo strumento rivendicato non è il veto ma la codecisione. “Le Regioni devono avere una sorta di potere di codecisione”, spiega, riservando l’ipotesi di un diritto di veto ai soli casi in cui il Comitato delle Regioni ritenesse che i principi di sussidiarietà sanciti dal Trattato di Lisbona non vengano rispettati. “Non è utile per nessuno andare a un braccio di ferro di natura istituzionale”, aggiunge.

La richiesta concreta del Comitato delle Regioni è che “ogni riprogrammazione significativa sia definita attraverso un accordo istituzionale tra Stato, Regioni e Commissione europea”, nel rispetto del principio di partenariato previsto dai trattati. Bianchi motiva la richiesta con la conoscenza diretta dei territori da parte delle amministrazioni regionali, che gestiscono la gran parte dei programmi di coesione insieme ai Comuni, e sostiene che “la governance multilivello non rallenta le decisioni, le rende più efficaci”.

Varese e i territori lombardi

Applicato al proprio territorio, il ragionamento di Bianchi assume contorni più concreti. La provincia di Varese, quasi 900mila abitanti e un tessuto manifatturiero rilevante, rischia di vedere rallentati “investimenti strategici per la competitività” se una quota consistente dei fondi di coesione finisse sulle bollette invece che su infrastrutture e sviluppo locale: innovazione, ricerca, collegamenti infrastrutturali, riqualificazione urbana, servizi ai cittadini e formazione, quest’ultima definita “assolutamente importante” per imprese che già faticano a trovare personale.

“Le bollette rappresentano una necessità assolutamente contingente, ma le infrastrutture e gli investimenti generano crescita per decenni”, dice Bianchi, che indica come sfida principale trovare risorse aggiuntive per l’emergenza “senza sacrificare lo sviluppo dei territori”.

Le richieste per il prossimo bilancio UE

Guardando al negoziato sul quadro finanziario pluriennale post 2027, Bianchi chiede che la politica di coesione resti “una politica autonoma con risorse dedicate”, non utilizzabile “come un serbatoio da cui attingere per qualsiasi esigenza o emergenza del momento”. La richiesta concreta è distinguere, nella prossima programmazione, tra strumenti dedicati alla gestione delle crisi e strumenti della politica di coesione.

“La politica di coesione non deve diventare il bancomat delle crisi”, conclude Bianchi, “ma rimanere il principale strumento con cui l’Unione europea costruisce la competitività, riduce il divario territoriale e rafforza il legame tra i cittadini e l’Europa”.

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