Focus Europe ha intervistato il professor Romano Prodi – Presidente della Fondazione per la collaborazione tra i popoli, già Presidente della Commissione europea e Presidente del Consiglio dei Ministri in Italia – sulla situazione internazionale e le prospettive per l’Europa. Di fronte a una situazione complessa il punto di cambiamento fondamentale identificato da Prodi per rendere l’Europa capace di agire è chiaro: il superamento dell’unanimità e dei veti nazionali.
Come vede le prospettive per l’Iran e il Medio Oriente dopo l’attacco portato da Israele e Stati Uniti e l’uccisione di Khamenei e di alcuni altri alti dirigenti iraniani?
Premetto che sono andato in Iran la prima volta nel 1978, quando c’era lo Scià, a fare qualche lezione all’Università di Tehran e mi sono accorto di un odio totale, profondo, globale di tutti nei confronti dello Scià. Pensai che ci sarebbe stata una rivoluzione marxista. Invece è avvenuta una rivoluzione che ha portato a un’autorità totale come non ho mai visto in vita mia: un’autorità religiosa prima di tutto, ma che controlla assolutamente il paese sotto l’aspetto militare, economico, culturale.
Adesso è stata uccisa la guida suprema, che non era solo un leader politico, ma anche il leader religioso di oltre 70 milioni di fedeli sciiti. Quando con Kofi Annan in un convegno inter-religioso andammo a visitare la guida suprema, lo trovammo in una piccola stanza con un letto di legno, un tavolo di legno, una seggiola di legno, e basta. Noi eravamo in piedi, per dire l’aspetto incredibile di questo regime, durissimo e nello stesso tempo con una caratteristica religiosa quasi metafisica. Ora il cambiamento che gli americani e gli israeliani vogliono fare, sarà molto complicato proprio per la complessità della situazione rispetto alle altre. Non è una semplice sostituzione di un leader come è stato in Venezuela. Inoltre, bisogna capire perché l’Iran abbia rivolto offensive anche verso i paesi arabi, anche se chiaramente dirette verso le basi americane.
Sembra che adesso ci sia un potere assoluto di Israele e Stati Uniti nel Medio Oriente. E questo costituirà un problema nel futuro perché, anche se i governi dei Paesi islamici che gli stanno attorno potranno fare degli accordi con Israele – e me lo auguro – sarà molto complicato per i popoli della regione accettare uno strapotere di Israele su tutto questo mondo musulmano, sia sciita che sunnita. Quindi temo purtroppo fortissimi conflitti nel futuro, spero non il terrorismo. Mentre non mi aspetto grandi sconvolgimenti nel campo petrolifero nel medio periodo, anche se probabilmente ci sarà una destabilizzazione del breve periodo, forse anche con prezzi molto alti.
Questo conflitto peggiore ulteriormente la situazione internazionale e acuisce il bisogno di sicurezza dell’Europa? Come si potrebbe arrivare a un vero sistema europeo di difesa?
Ho teorie abbastanza semplici, ma abbastanza difficili da applicare. L’Europa è sempre andata avanti con un motore a due pistoni: Francia e Germania, con l’Italia importantissima per prendere la decisione finale. Non penso il mio paese come motore, ma storicamente è stato determinante per le decisioni. E la divisione del lavoro era che la Francia comanda in politica estera – per il diritto di veto all’ONU e l’arma nucleare – e la Germania nell’economia. Ma adesso è cambiato tutto. La Germania ha messo sul tavolo – in un giorno solo con l’adesione dell’80% del paese – un bilancio per la difesa che è più del doppio di quello francese. Allora i francesi oggi possono ancora avere una superiorità tecnologica e l’arma nucleare, ma per pochi anni. Qui c’è il rischio di un’Europa a una sola dimensione ed è un problema serio per la Francia, e per tutti.
Allora, se si vuole la difesa comune, l’atto meraviglioso sarebbe che la Francia mettesse a disposizione dell’Unione l’arma nucleare e il diritto di veto all’ONU. Ne guadagnerebbe la Francia grandemente, che ora sta perdendo tanti poteri e anche l’Europa. E saremmo tranquilli che la forza oggettiva della Germania non causerebbe problemi all’UE. Questo è ben difficile che avvenga. Allora sarà una cooperazione parziale con passi in avanti in cooperazioni industriali, ma anche in questo caso complesse, perché proprio nel settore dell’industria militare c’è il più grande dissidio in corso fra Francia e Germania sull’aereo della nuova generazione. Proprio i due paesi leader non si intendono sull’arma più costosa. Allora l’esercito europeo se non avvengono questi salti in avanti che esigono forti leadership, avverrà con cooperazioni progressive lente, complicate – ma speriamo che vadano avanti – e rimarranno i 27 ministri della difesa, 27 capi di stato maggiore con un coordinamento che tra l’altro comporta un aumento delle spese militari a cui non corrisponde un contemporaneo aumento dell’efficienza militare. Perché oggi il rischio è la Russia. Ma il bilancio tedesco da solo è superiore al bilancio russo della difesa. Quindi se ci mettessimo minimamente uniti potremmo investire decentemente le risorse. Con l’attuale stato di incertezza, invece spediamo di più e abbiamo meno efficacia.
Quali riforme sarebbero necessario per superare l’attuale debolezza e cacofonia e avere una vera politica estera europea?
Lo strumento giuridico e condizione immediata e necessaria per ricominciare a decidere è la fine dell’unanimità. Con l’unanimità, che è lo strumento più antidemocratico che esista, l’Europa non può decidere niente. Vede come l’aiuto all’Ucraina, prima approvato in modo generico da tutti, adesso viene bloccato dall’Ungheria, perché basta un solo voto contrario per bloccare il tutto.
Il fatto nuovo è che Merz si è improvvisamente dichiarato in favore di un possibile abbandono dell’unanimità, e per un possibile maggior accordo sui punti che ho descritto prima. Ma le dichiarazioni di Merz sulla difesa e sull’economia sottolineano la leadership tedesca e nasce il sospetto che l’abolizione dell’unanimità favorisca la creazione di una coalizione tedesco-centrica come punto di riferimento dell’Europa. Non è certo un fatto assodato, sono solo riflessioni in base alle dichiarazioni che ho ascoltato.
Dopo la presentazione dei Rapporti di Letta e Draghi se n’è discusso molto, ma si è implementato poco. Quali sono le prospettive e le urgenze per rilanciare la competitività dell’economia europea in questa fase di tensioni internazionali, di dazi, e incertezza?
I rapporti di Letta e Draghi sono strumenti formidabili. Quello di Draghi per la sua completezza, quello di Letta per i suggerimenti concreti che offre. Mi auguro che con la fine dell’unanimità di cui le ho parlato – o perlomeno con la crisi dell’unanimità – si possa finalmente affrettare il cammino. C’è bisogno di uno slancio europeo. Questi rapporti sono indispensabili, utilissimi passi in avanti, ma di fronte alle opposizioni che si presentano continuamente occorre proprio uno slancio di emozione dell’Europa. Occorrono leader che sappiano di nuovo far sentire la portata anche emotiva del progetto europeo, senza il cui completamento non vi sarà futuro: è questo l’elemento fondamentale per la nostra sopravvivenza, per la nostra vita.
Occorre un’emozione di nuovo sull’Europa, come c’era nella prima generazione, che ho vissuto quando è stato fatto l’euro, e l’allargamento, che hanno provocato emozione perché discutevano di una decisione profonda, su una cosa che era dentro la propria vita, e allora la gente si schierava in favore dell’Europa perché vedeva il futuro. È difficile schierarsi in modo emotivo in favore dell’Europa per una differenza di 0,50% del tasso di interessi oppure per la condivisione di un debito, che pure sono necessarie. Quando stavamo costruendo l’euro, ero primo ministro italiano, quindi faticavo tanto perché l’Italia fosse dentro. La Confindustria tedesca fece un comunicato duramente contro l’euro. Poche ore dopo Helmut Kohl, che era fortemente sostenuto dalla Confindustria, fece una bellissima dichiarazione in favore dell’euro. Lo chiamai e mi spiegò: “Io voglio l’euro perché mio fratello è morto in guerra”. Non era una risposta tecnica, o che badava alle piccole cosa, ma l’emozione e la volontà per fare qualcosa di grande, di diverso rispetto al passato.
O noi ci mettiamo in mente che costruire il nuovo significa fare qualcosa di grande e diverso rispetto al passato, oppure faremo dei piccoli passi in avanti, ma avremo sempre la crescita di chi non vuole l’Europa. Perché gli antieuropei – in modo falso e violando la storia – riportano il mito del passato, il patriottismo, il nazionalismo, cioè si rifanno a un’emozione che è contraria allo spirito europeo. E allora noi europeisti non possiamo limitarci ad azioni solo tecniche, ma dobbiamo cercare di suscitare interesse e partecipazione anche emotiva e completare il progetto politico dell’Unione.
Da presidente della Commissione ha guidato l’ultimo grande allargamento, vissuto come la riunificazione dell’Europa. Come vede la prospettiva del futuro allargamento ai Balcani occidentali, all’Ucraina e alla Moldavia, ed eventualmente alla Turchia che rimane sempre lì sullo sfondo come paese candidato?
Quando abbiamo lavorato per l’allargamento – unico caso di successo di esportazione della democrazia, perché la democrazia si esporta non imponendola, ma se te la chiedono gli altri – abbiamo discusso con tutti i parlamenti per 2 anni ogni pezzo della legislazione con pazienza. In quel momento ho avuto il solenne impegno informale che avremmo anche cambiato il modo di lavorare delle istituzioni europee, cioè che avremmo lavorato a maggioranza, superando l’unanimità. Allora, io voglio l’allargamento e mi ero impegnato io stesso allora verso le repubbliche della ex Jugoslavia e l’Albania, perché i Balcani occidentali sono parte dell’Europa per definizione. E portano pochi problemi, costituiscono l’1-2% del prodotto lordo europeo. Però onestamente diventa complicato se noi non passiamo al voto a maggioranza qualificata, perché con oltre trenta Stati membri diventa ancora più difficile decidere all’unanimità. Quindi questo è il primo lavoro.
Poi ci sono problemi specifici per Ucraina, Moldavia e Turchia. La Moldavia ha una parte, la Trasnistria, sotto controllo russo stretto e russofona e quindi presenta qualche problema in più. Sull’Ucraina la Russia si può opporre fino a un certo punto, però occorrerà un certo rapporto con la Russia. Nella mia esperienza, ma erano altri tempi, quando ci fu l’allargamento, come Presidente della Commissione avevo un dialogo continuo con la Russia perché otto Paesi erano appartenenti all’Unione Sovietica. La posizione di Putin non era contraria all’allargamento dell’Unione Europea, ma della NATO, che non voleva ai confini. Se si arrivasse a una tregua questo discorso si potrebbe forse riprendere per l’Ucraina.
L’allargamento all’Ucraina però pone altri problemi perché è un paese con una superficie agricola grandissima, meravigliosa. Se tenessimo la politica agricola come oggi, metà degli aiuti andrebbero all’Ucraina e ci sarebbe un’opposizione di tanti altri paesi, come ha visto per il Mercosur con gli agricoltori francesi. A cominciare soprattutto da Francia, Polonia e da coloro che ricevono adesso molti aiuti. Quindi non è solo un problema di rapporto con la Russia e di inquadramento politico, ma anche di cambiamento delle regole economiche attuali.
Con la Turchia il caso è diverso. Fin dall’inizio sull’adesione della Turchia c’era una coalizione favorevole, ma molto prudente. Da Presidente della Commissione alla televisione turca dissi che ci sarebbero voluti 20 o 30 anni, perché la storia pesa, ma che si era iniziato un processo. Ora, questa prospettiva è molto più lontana da quanto è cambiata la Turchia, non solo per l’autoritarismo crescente di Erdogan, ma perché la Turchia è diventata una potenza regionale con una politica estera totalmente diversa e molto in contrasto con l’Europa.
L’integrazione differenziata e a più velocità – che si stanno manifestato in vari formati, dalla coalizione dei volenterosi agli E6, le 6 maggiori economie europee – può essere lo strumento per procedere?
Le più velocità sono un cammino indispensabile, se vogliamo andare avanti, con i condizionamenti che le ho descritto. L’Europa ha un disegno di costruttore di pace, perciò proponevo che accanto all’Unione Europea, sia provvisoriamente che per scommessa sul futuro, si creasse quello che io chiamavo l’anello degli amici, cioè che tutti i paesi confinanti con l’Unione Europea potessero singolarmente avere un rapporto diretto e privilegiato con l’Unione, diversificato per ogni paese, ma in modo da creare appunto l’anello degli amici, in un sistema internazionale innovativo. Purtroppo, ora è diventato l’anello dei nemici, e ricostruirlo diventa difficile. Però se oggi Francia, Germania, Italia, più la Spagna e la Polonia, proponessero di creare qualcosa in comune più forte, altri paesi seguirebbero. Come con l’euro, che iniziammo in 11 paesi e adesso siamo 21.
Quattro anni di invasione di Putin all’Ucraina non sono bastati a spingere gli europei verso una difesa europea e l’unione politica. La pressione congiunta – sebbene con modalità diverse – di Putin, Trump e Xi Jinping riuscirà secondo lei a spingerci in questa direzione?
Le condizioni erano già abbastanza con la guerra d’Ucraina. Il problema siamo noi. Decidiamoci a fare grandi progetti perché allora i cittadini ci seguono. Ma come vede Merz e Macron, un giorno si danno la mano, l’altro giorno si stringono l’occhio, l’altro giorno litigano sull’aereo. Per fare un matrimonio bisogna volersi bene.
Secondo l’eurobarometro circa 2/3 dei cittadini europei vorrebbero una difesa europea e un’unione politica. Quindi il problema è l’assenza di leadership adeguate oggi in Europa?
Sì. E del fatto che ognuno dà priorità alla sua politica interna. Quando io dicevo alla Francia “Ma scusate, perché non mettiamo l’arma nucleare e il diritto di veto al servizio di tutti, che ne guadagnate anche voi fratelli?” La loro risposta era no, perché poi si favorisce la Le Pen. Ma ogni proposta coraggiosa, fatta per il futuro, favorisce l’Europa. Come hanno fatto i nostri padri fondatori. Hanno avuto dalla guerra l’insegnamento più tragico che ci fosse – e non dobbiamo aver bisogno di questo – e capivano che costruire il futuro dipendeva dal cambiare strada. Lavoriamo pure per i miglioramenti dell’attuale rapporto fra paesi europei, ma cerchiamo di pensare in grande, perché le grandi decisioni hanno bisogno di grandi disegni.

