L’operazione americana in Iran, culminata nei recenti colpi chirurgici che hanno neutralizzato gran parte del vertice dei Pasdaran senza un successore affidabile per l’Occidente pronto a subentrare, ha colto di sorpresa molti osservatori geopolitici. L’assenza russa, motivata da vincoli pratici economici, e il disimpegno cinese – rivelato dai modesti investimenti in Teheran rispetto ai miliardi versati nella Penisola Araba – lasciano il Medio Oriente in un limbo diplomatico, con la stabilizzazione affidata a spontanee dinamiche interne iraniane e a un futuro negoziato multilaterale incerto. Più intrigante è decifrare le motivazioni interne di Donald Trump, che ha autorizzato l’attacco a soli otto mesi dalle midterm del novembre 2026, contraddicendo la sua stessa recente National Security Strategy che subordinava l’impegno americano alla volontà delle popolazioni alleate locali e affidava il medio oriente agli alleati regionali in primissima battuta.

L’ipotesi che Trump, alle prese con una sconfitta sul fronte dei dazi – culminata nella sentenza della Corte Suprema del 20 febbraio che ha invalidato le tariffe globali imposte invocando illegittimamente l’International Emergency Economic Powers Act – abbia optato per una virata hawkish per riconquistare il vecchio establishment repubblicano (i neoconservatori bushiani) e attrarre swing voters liberal-globalisti, a rischio di alienare la base MAGA delusa dall’inflazione persistente, merita almeno di essere considerata. I dati macroeconomici la supportano parzialmente: il Producer Price Index core è balzato dello 0,8% a gennaio, tanto che l’inflazione alla produzione resta ostinatamente sopra il 3%, anche per il dollaro indebolito. I dazi non piacciono alle piccole imprese dove si annidano molti sostenitori di Trump. La Corte Suprema ha costretto Trump a un nuovo regime tariffario al 15%, temporaneo, ampliando le crepe nella sua agenda protezionista, con l’approvazione presidenziale scivolata al 36-39%.

La tesi regge però sul piano tattico-economico – Trump, vedendo i dazi fallire e l’inflazione erodere il sostegno della middle class impoverita, potrebbe aver scommesso su un “rally-around-the-flag effect” per compattare i falchi repubblicani storici, numericamente marginali ma influenti nei territori. Nonostante questo, la scommessa al momento non è stata vinta perché i poll la confutano sul versante elettorale: la fedeltà MAGA persiste nonostante le difficoltà economiche, mentre gli swing voters – chiave per le midterm – premierebbero i democratici nei sondaggi generici, con Statista che indica un vantaggio Dem del 5-7% nelle intenzioni di voto. L’attacco iraniano, lungi dal rivitalizzare la coalizione tipica che sosteneva Trump, rischia di frammentarla, alienando i non-interventisti senza conquistare i globalisti democratici, il cui astensionismo beneficia paradossalmente il GOP frammentato.

In sintesi, la mossa iraniana può avere avuto una origine nel tentativo di coprire le falle del sostegno interno ma su questo punto appare più un azzardo impulsivo che una ricalibrazione calcolata: in un’economia appesantita da dazi residui e prezzi roventi, Trump recupera solo qualche punto di ex-GOP deluso e questo non basta per colmare lo svantaggio in vista delle MID term. Uno smottamento del fronte liberal è improbabile e non sostenuto dai flussi elettorali che si sono mossi in passato mentre è noto che l’ interventismo internazionale nei polls recenti sia stato certificato come “troppo lontano”. Le midterm incombono, e la vera scommessa sarà se i delusi MAGA boicotteranno le urne o se i falchi repubblicani basteranno a tamponare l’emorragia. La storia suggerisce cautela: le avventure mediorientali erodono consensi più che costruirli nella base elettorale americana. Che lascerebbe certi equilibri volentieri in mano alla diplomazia, e non vuole raccogliere i cocci sui mercati azionari delle operazioni militari, visto che dai mercati dipende pressoché tutto il risparmio pensionistico degli americani.

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