Gli arrivi irregolari nell’Ue diminuiscono del 32% e le procedure alle frontiere accelerano. Il Commissario europeo Brunner rivendica il successo del nuovo Patto, ma Italia, Grecia, Spagna e Cipro continuano a sostenere la pressione migratoria, mentre Bruxelles rafforza i controlli, la crisi demografica rende sempre più urgente una politica europea di ingressi regolari.

“Il Patto funziona”, è questo il messaggio che Magnus Brunner, commissario europeo agli Affari interni e alle migrazioni, ha rivendicato con forza durante la conferenza stampa di oggi (venerdì 6 novembre) di presentazione del secondo ciclo annuale di gestione delle migrazioni nell’Unione europea. A sostegno della sua posizione, il commissario ha richiamato il drastico calo degli ingressi irregolari, la diminuzione delle richieste di asilo e l’accelerazione delle procedure alle frontiere esterne dell’Ue.

Il secondo European Annual Asylum and Migration Report, presentato oggi dalla Commissione europea, conferma una riduzione significativa dei flussi: tra luglio 2025 e giugno 2026, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione sono stati 151.877, il 32% in meno rispetto ai 223.621 registrati nei dodici mesi precedenti. Le domande di protezione internazionale sono scese a circa 730.800, con una diminuzione del 16%, mentre i movimenti secondari non autorizzati tra Stati membri si sono ridotti del 13%.

La contrazione riguarda quasi tutte le principali rotte migratorie. Quella atlantica verso le Canarie registra il calo più consistente, pari al 73,9%, seguita dalle frontiere orientali dell’Unione, con una riduzione del 34,1%, e dalla rotta dei Balcani occidentali, in diminuzione del 29,8%. Gli attraversamenti nel Mediterraneo centrale, che interessa soprattutto l’Italia, scendono del 28,4%, attestandosi a 50.827, mentre quelli del Mediterraneo orientale diminuiscono del 24,5%, con 49.136 rilevazioni. In controtendenza il Mediterraneo occidentale, dove gli ingressi aumentano del 13,4%, raggiungendo quota 20.579.

Numeri che Bruxelles presenta come la dimostrazione dell’efficacia della propria strategia, eppure, la diminuzione dei flussi precede l’entrata in applicazione del Patto, avvenuta soltanto il 12 giugno 2026. Attribuire, dunque, integralmente il calo alle nuove disposizioni significa trascurare il ruolo delle politiche già in vigore, degli accordi con i paesi terzi e delle trasformazioni delle rotte migratorie.

Il rapporto evidenzia anche un’accelerazione delle procedure alle frontiere esterne. Dall’entrata in applicazione del Patto, infatti, oltre un terzo delle domande di protezione internazionale registrate è stato trattato attraverso procedure accelerate o di frontiera: circa 7.000 domande sono state esaminate attraverso la specifica procedura di asilo alla frontiera tra il 12 giugno e la fine di agosto. Brunner ha inoltre richiamato il dato di circa 15.000 procedure fino a ottobre, sottolineando che il nuovo sistema dovrebbe consentire decisioni più rapide e rimpatri più tempestivi per le persone che non hanno diritto a rimanere nell’Unione.

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Ha ricordato che tutti gli Stati membri risultano collegati al nuovo sistema Eurodac, mentre lo screening degli ingressi irregolari prevede identificazione, registrazione e controlli sanitari e di sicurezza. Resta però aperta la questione delle garanzie individuali e della capacità dei sistemi nazionali di applicare procedure accelerate senza compromettere il diritto a un esame effettivo delle domande di protezione.

Anche sul fronte dei rimpatri Bruxelles rivendica progressi, con oltre 450.000 ordini di rimpatrio emessi tra luglio 2025 e giugno 2026, il 5% in meno rispetto al periodo precedente, mentre i rimpatri effettivamente eseguiti sono saliti a 142.000, con un aumento dell’11% – il tasso europeo di rimpatrio è passato dal 26% al 31% -, un miglioramento che, tuttavia, lascia ancora un ampio divario tra i provvedimenti amministrativi e il loro effettivo seguito.

La solidarietà europea resta un’incognita

“Responsabilità e solidarietà devono andare di pari passo” ha dichiarato Brunner, sostenendo che sono i principi attorno ai quali dovrebbe ruotare il nuovo sistema europeo di gestione delle migrazioni, peccato che, almeno per il momento, la pressione continui a concentrarsi sugli Stati di primo ingresso, mentre la redistribuzione effettiva delle responsabilità rimane limitata. Il rapporto della Commissione individua Italia, Grecia, Spagna e Cipro come i quattro Stati membri sottoposti a pressione migratoria, e quindi potenziali beneficiari del meccanismo europeo di solidarietà per il 2027.

La Grecia registra una diminuzione del 23% degli attraversamenti irregolari, pur continuando ad essere il Paese con la pressione migratoria più elevata in rapporto alla popolazione e al prodotto interno lordo, con oltre la metà degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo orientale verso la Grecia che si concentra a Creta, dove i flussi sono aumentati significativamente. Cipro, nonostante un calo del 34% degli ingressi irregolari, rimane tra gli Stati maggiormente esposti in termini relativi, anche per il peso delle richieste di protezione internazionale sul sistema nazionale. La Spagna rappresenta circa il 20% degli attraversamenti irregolari registrati nell’Unione. Il Paese ha beneficiato del forte calo degli arrivi attraverso la rotta atlantica, ma continua a essere esposto alle oscillazioni dei flussi nel Mediterraneo occidentale. La decisione della Commissione di classificarlo tra gli Stati sotto pressione migratoria tiene conto anche degli ingressi eccezionali registrati a Ceuta alla fine di luglio, successivamente al periodo statistico di riferimento. L’Italia, invece, continua a sostenere una quota sproporzionata degli sbarchi successivi alle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo: il 42% del totale europeo, nonostante una diminuzione del 33% rispetto all’anno precedente.

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Il nuovo Patto dovrebbe correggere questi squilibri attraverso un meccanismo di solidarietà obbligatorio, ma flessibile nelle modalità, poiché gli Stati membri possono scegliere di accogliere richiedenti asilo attraverso i ricollocamenti, assumersi la responsabilità dell’esame di alcune domande, fornire contributi finanziari oppure offrire altre forme di sostegno operativo. Il problema è che l’obbligo di contribuire non coincide con quello di accogliere. Uno Stato può partecipare economicamente senza necessariamente prendere in carico persone arrivate sulle coste italiane, greche o spagnole.

A complicare ulteriormente il quadro intervengono le deroghe previste dal nuovo ciclo. Polonia, Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca ed Estonia sono state riconosciute dalla Commissione come Paesi che affrontano una situazione migratoria significativa, sulla base della pressione accumulata negli ultimi cinque anni e, se lo vorranno, potranno quindi chiedere al Consiglio una riduzione parziale o totale dei propri contributi alla solidarietà per il 2027. Tuttavia, non si tratta di un’esclusione automatica, ma della possibilità di essere esonerati, in tutto o in parte, dagli obblighi contributivi. Nel caso della Polonia, Brunner ha richiamato il peso dell’accoglienza dei cittadini ucraini beneficiari della protezione temporanea, sostenendo che questo impegno debba essere riconosciuto nel calcolo della solidarietà europea.

Resta così irrisolta la questione centrale, ovvero chi si farà effettivamente carico delle persone che arrivano alle frontiere dell’Unione.

La Commissione ha presentato una proposta per il nuovo fondo annuale di solidarietà, la Solidarity Pool 2027, ma il documento non è pubblico, sarà, infatti, il Consiglio a stabilire l’ammontare complessivo dei contributi e la loro distribuzione tra gli Stati membri. Nel frattempo, il primo ciclo di solidarietà, relativo al 2026, è ancora in fase di attuazione: i ricollocamenti e le compensazioni di responsabilità sono stati avviati, mentre la distribuzione dei contributi finanziari ai paesi beneficiari è prevista all’inizio del 2027.

La distanza tra solidarietà proclamata e condivisione effettiva degli oneri rimane dunque uno dei principali punti deboli del nuovo Patto.

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Mentre Bruxelles celebra la diminuzione degli ingressi irregolari, un’altra emergenza continua ad avanzare quasi indisturbata: la crisi demografica europea.

Secondo i dati Eurostat, al 1° gennaio 2026 la popolazione dell’Unione europea ha raggiunto circa 452 milioni di abitanti, con un aumento di 706.000 persone rispetto all’anno precedente, pari a una crescita di appena lo 0,2%. Un incremento che nasconde però una realtà molto diversa: senza immigrazione, la popolazione europea sarebbe già in diminuzione. Nel 2025 nell’Unione sono nati circa 3,46 milioni di bambini, mentre i decessi hanno raggiunto i 4,81 milioni, il dato segna un saldo naturale negativo per 1,35 milioni di persone. Soltanto il saldo migratorio positivo, pari a circa 2,05 milioni, ha permesso alla popolazione complessiva di continuare a crescere.

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Il fenomeno non è nuovo, dal 2012, infatti, l’Unione europea registra sistematicamente più morti che nascite. Il tasso di fecondità, sceso a 1,34 figli per donna nel 2024, rimane ben al di sotto della soglia di sostituzione generazionale di 2,1, e nel frattempo, la quota di cittadini con almeno 65 anni è passata dal 17% nel 2005 al 22% nel 2025.

Le prospettive di lungo periodo sono ancora più preoccupanti. Secondo le proiezioni Eurostat, la popolazione europea potrebbe raggiungere il proprio massimo nel 2029, con 453,3 milioni di abitanti, per poi diminuire progressivamente fino a circa 398,8 milioni nel 2100.

È una trasformazione che mette direttamente in discussione la sostenibilità del modello sociale europeo: pensioni, sanità pubblica e sistemi di assistenza dipendono da un equilibrio tra popolazione attiva e persone che beneficiano delle prestazioni sociali, ma con l’invecchiamento progressivo della popolazione, una quota sempre più ridotta di lavoratori rischia di dover sostenere una spesa pubblica crescente.

Il grande assente del Patto: i canali di ingresso regolari

Il problema di fondo è che il nuovo Patto europeo continua a considerare la migrazione principalmente come una questione di controllo delle frontiere, sicurezza e rimpatri, dedicando uno spazio molto più limitato all’apertura di canali di ingresso regolari. Contrastare l’immigrazione irregolare è fondamentale, anche per ridurre il numero di persone costrette ad attraversare il Mediterraneo, considerato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) il confine più mortale al mondo, ma contenere i flussi attraverso accordi con Paesi terzi come Libia, Turchia e Marocco significa anche rendere l’Unione europea dipendente dalla collaborazione di governi che possono utilizzare la gestione delle frontiere come strumento di pressione diplomatica.

È il fenomeno spesso definito “migration power”, ossia la capacità di sfruttare il controllo dei movimenti migratori per ottenere concessioni politiche, economiche o diplomatiche, con la possibilità di facilitare o ostacolare le partenze che può trasformarsi in una leva negoziale nei confronti degli Stati europei.

Una strategia fondata sull’apertura di canali sicuri e legali direttamente dai paesi di origine potrebbe contribuire a ridurre il ricorso alle reti dei trafficanti, alleggerire la pressione sui paesi di primo ingresso e rispondere contemporaneamente alle esigenze del mercato del lavoro europeo, come ricordato da Alessandro Zan, eurodeputato del Partito democratico, durante l’evento organizzato da Focus Europe sul nuovo patto migrazione e asilo.  Non si tratterebbe di rinunciare ai controlli, ma di sostituire una parte della migrazione irregolare con percorsi programmati, trasparenti e sicuri, accompagnati da politiche di integrazione e riconoscimento delle competenze professionali.

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“Il Patto non supera affatto Dublino, perché resta il criterio del primo paese d’ingresso”, ha osservato Zan, contestando un sistema che continua a concentrare le responsabilità sui paesi mediterranei. L’eurodeputato ha definito il nuovo meccanismo una solidarietà “di Pinocchio”, denunciando il rischio che i contributi economici diventino un’alternativa alla reale condivisione dell’accoglienza. La sua critica riguarda anche l’efficacia delle politiche di deterrenza. “Meno arrivi non significa affatto meno morti”, ha ricordato, sottolineando che il successo delle politiche migratorie non può essere misurato soltanto attraverso la riduzione degli attraversamenti irregolari.

L’Europa che oggi celebra il calo degli arrivi è la stessa che, secondo le proprie statistiche, continua a invecchiare e dipende già dall’immigrazione per mantenere positiva la crescita della popolazione. La vera sfida non è soltanto dimostrare che il Patto funziona nel fermare gli ingressi irregolari, ma è costruire una politica migratoria capace di governare i flussi, distribuire equamente le responsabilità e riconoscere che il futuro economico e sociale dell’Unione dipenderà anche dalla capacità di accogliere e integrare nuovi lavoratori.

[Foto da: CE – Service audiovisuel, Jennifer Jacquemart, European Union , 2026]

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