La proposta della Commissione europea per il Quadro finanziario pluriennale 2028–2034 segna una delle trasformazioni più radicali della politica di coesione degli ultimi trent’anni, ma secondo il Parlamento europeo il nuovo modello rischia di comprometterne la natura stessa. È quanto emerge da uno studio commissionato dalla commissione per lo sviluppo regionale, che analizza la riforma con cui Bruxelles intende accorpare in un unico grande fondo i principali strumenti a gestione concorrente (Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo Plus, Fondo di coesione, Politica agricola comune, pesca e affari interni) da attuare attraverso i nuovi Piani di Partenariato Nazionali e Regionali (NRPP).
L’analisi, elaborata da Eulalia Rubio dell’Jacques Delors Institute e Cinzia Alcidi del Centre for European Policy Studies per il Dipartimento Politiche per lo sviluppo regionale, agricoltura e pesca del Parlamento europeo, riconosce che la fusione dei fondi promette semplificazione amministrativa, maggiore integrazione strategica e più flessibilità. Ma avverte che il prezzo potrebbe essere una centralizzazione senza precedenti della governance, a vantaggio degli Stati membri e a scapito delle Regioni.
Il rischio della centralizzazione
Secondo lo studio, l’assenza di una destinazione regionale rigorosa delle risorse, combinata con la logica integrata dei nuovi piani, “indica un modello di governance più centralizzato” che rischia di trasformare la coesione da politica territoriale in politica settoriale nazionale.
In altre parole, ciò che finora era pensato per ridurre i divari tra territori potrebbe diventare uno strumento gestito prevalentemente dai governi centrali, meno attento alle disparità interne e più subordinato alle priorità nazionali. Il nodo principale riguarda proprio il ridimensionamento del ruolo regionale: le Regioni, che oggi partecipano direttamente alla programmazione e attuazione dei fondi, vedrebbero ridursi il proprio spazio decisionale in favore degli Stati.
Per gli autori questo comporta tre conseguenze immediate: minore capacità di affrontare squilibri territoriali interni, riduzione della visibilità e dell’impatto delle strategie regionali, e crescente competizione tra priorità territoriali e priorità nazionali in un contesto di risorse reali decrescenti.
Il rapporto insiste su un principio politico preciso: la coesione non è una politica settoriale ma territoriale. Senza una regia forte dei territori perde la sua funzione originaria di riequilibrio.
Questo significherebbe indebolire la capacità dell’Unione di rispondere a problemi come polarizzazione urbana, spopolamento rurale, ritardi infrastrutturali e stagnazione delle cosiddette “regioni in trappola dello sviluppo”, territori che restano strutturalmente indietro nonostante anni di investimenti europei.
Le correzioni proposte dal Parlamento europeo
Per evitare questo scenario, lo studio propone una serie di correttivi per riequilibrare la nuova architettura. Il primo riguarda i PNRR: il Parlamento europeo chiede che diventino obbligatori capitoli regionali vincolanti, con obiettivi, tappe e responsabilità specifiche per ciascuna Regione.
Gli autori suggeriscono inoltre che la Commissione europea possa formulare raccomandazioni specifiche sulla coesione per singolo Paese, separate da quelle del Semestre europeo, così da mantenere un presidio dedicato alle disparità territoriali.
Un altro punto cruciale è la governance: poiché i governi nazionali avranno margini di discrezionalità più ampi, viene proposto un “controllo giuridico” per garantire il rispetto della ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, insieme a meccanismi che assicurino pagamenti prevedibili e tempestivi alle amministrazioni territoriali.
Il nodo del modello basato sui risultati
La riforma introduce anche un sistema di erogazione sempre più fondato su milestone e target. Ma anche qui lo studio invita alla cautela: un modello costruito solo sulla performance rischia di favorire le amministrazioni più forti e penalizzare quelle con minore capacità amministrativa.
Per questo gli autori raccomandano metodologie europee uniformi per definire obiettivi e costi standardizzati, oltre a un rafforzamento dell’assistenza tecnica alle amministrazioni più fragili.
Un ulteriore elemento critico riguarda il rapporto tra i futuri NRPP e il nuovo Fondo europeo per la competitività. Quest’ultimo, pensato per sostenere grandi investimenti industriali, tende a concentrare risorse nei poli economici più forti, mentre la coesione punta per definizione a riequilibrare i territori.
Secondo lo studio, questa tensione va corretta imponendo che il fondo tenga conto esplicitamente degli effetti territoriali negativi e rafforzando il sostegno agli investimenti innovativi interregionali e alle strategie di specializzazione intelligente.
Il Parlamento europeo chiede infine un ruolo più incisivo nella supervisione del nuovo sistema. Lo studio propone che l’Eurocamera possa accedere ai resoconti delle revisioni annuali tra Commissione e Stati membri, ricevere relazioni semestrali dettagliate sull’attuazione dei piani e disporre di tempi più lunghi per scrutinare gli atti delegati.
Il negoziato ora entra nella fase decisiva
Il messaggio politico che emerge dal rapporto è netto: semplificare non può significare centralizzare. La nuova architettura del bilancio europeo promette integrazione, flessibilità e coerenza, ma senza un ruolo forte delle Regioni rischia di svuotare la politica di coesione della sua missione originaria: ridurre le disparità regionali.
Il negoziato che si apre ora tra Parlamento, Consiglio e Commissione sarà decisivo per stabilire se l’Europa manterrà una politica dei territori o la trasformerà, di fatto, in una politica degli Stati.

