I fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF) destinati alla riqualificazione energetica degli edifici residenziali producono risparmi energetici solo modesti. È quanto emerge dalla relazione speciale 20/2026 della Corte dei conti europea, pubblicata martedì, che analizza l’impiego dei 43 miliardi di euro stanziati dai Paesi Ue per interventi di efficientamento energetico delle abitazioni private nell’ambito del fondo di ripresa varato dopo la pandemia.

Secondo gli auditor, gli Stati membri hanno privilegiato interventi semplici e rapidi da realizzare, a scapito delle ristrutturazioni profonde (“deep renovation”), quelle in grado di generare risparmi energetici superiori al 60% e che la Corte considera essenziali per un parco immobiliare realmente efficiente. “I finanziamenti Ue per la ristrutturazione delle abitazioni private dovrebbero andare ai progetti con il maggiore potenziale di riduzione dei consumi energetici. Abbiamo invece osservato troppo spesso che i fondi Rrf sono andati dove era più facile spenderli, non dove avrebbero fatto la differenza maggiore”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, il membro della Corte responsabile dell’audit.

Gli edifici residenziali rappresentano circa un quarto (25%) del consumo energetico complessivo dell’Unione europea. Dal 2021 il Rrf, che destina il 37% dei finanziamenti a obiettivi climatici ed energetici, ha offerto agli Stati membri l’opportunità di intensificare gli interventi di efficientamento energetico del patrimonio abitativo.

Per l’analisi, la Corte ha condotto verifiche più approfondite su misure e schemi di ristrutturazione attuati in Belgio, Cipro, Italia e Lituania.

Criteri di selezione e rischi a lungo termine

Le visite di audit condotte negli Stati membri hanno mostrato che i criteri di selezione non classificano i progetti in base all’impatto atteso, riducendo le possibilità che i fondi vadano a interventi capaci di risparmiare più energia o alle famiglie che ne hanno maggiore bisogno.

I 43 miliardi di euro programmati dai Paesi Ue vengono così spesi, secondo la Corte, più rapidamente che strategicamente: le misure semplici, come la sostituzione degli infissi o l’installazione di pannelli solari, registrano una domanda elevata, mentre gli interventi costruttivi a maggiore efficienza energetica restano meno diffusi.

Gli auditor segnalano un duplice rischio in questo approccio. Da un lato, interventi di ristrutturazione modesti possono bloccare gli edifici su livelli di prestazione energetica bassi per anni, rendendo più difficili e costosi eventuali interventi futuri. Dall’altro, questo meccanismo porta probabilmente a investimenti che non sono la scelta migliore per la decarbonizzazione di lungo periodo del parco immobiliare europeo.

Il caso Superbonus

Tra gli esempi citati dalla relazione, il caso italiano del Superbonus emerge come particolarmente critico. Lo schema, che da solo dovrebbe assorbire quasi un terzo (14 miliardi di euro) dell’intero finanziamento Rrf dedicato alla riqualificazione energetica, presenta costi per unità di energia risparmiata quasi quattro volte superiori a quanto inizialmente previsto.

A pesare, secondo gli auditor, è anche il meccanismo di copertura: il Superbonus può coprire fino al 110% dei costi di ristrutturazione, un livello che consente al sostegno pubblico di superare il costo effettivo dell’intervento. Per la Corte, questo non rappresenta un uso efficiente sotto il profilo costi-benefici dei fondi europei.

Un monitoraggio inadeguato

La relazione critica anche le modalità di verifica dei risultati. Nella maggior parte dei casi, le misure di riqualificazione finanziate dal Rrf si concentrano su indicatori di realizzazione, come il numero di abitazioni ristrutturate o la superficie interessata, piuttosto che su indicatori di risultato come l’effettiva riduzione dei consumi. Su 111 misure di ristrutturazione esaminate, soltanto tre includevano obiettivi specifici di risparmio energetico.

Per stimare i risparmi, i Paesi Ue fanno ricorso agli attestati di prestazione energetica, che secondo gli auditor non offrono però un livello di affidabilità e comparabilità sufficiente per un monitoraggio adeguato. Le stime contenute negli attestati non coincidono con i consumi energetici reali, che dipendono anche dalle abitudini di riscaldamento, raffrescamento e utilizzo delle abitazioni da parte delle famiglie, e gli attestati stessi contengono frequenti errori che portano a sovrastimare o sottostimare i risparmi conseguiti.

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