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Consiglio e Parlamento hanno varato nella notte tra venerdì 9 e sabato 10 febbraio l’accordo definitivo sul nuovo Patto di Stabilità e Crescita, che entrerà in vigore prima della fine della legislatura, consentendo alle nuove regole di essere pienamente efficaci con questo semestre europeo (l’iter di negoziazione dei bilanci nazionali fra paesi membri e Commissione Europea).
Si tratta di un testo che va nella direzione di ammorbidire le regole vincolanti fissate dal Consiglio, che non tenevano conto di ragionevoli richieste del Parlamento come lo scorporo degli investimenti per il cofinanziamento di progetti europei e per le priorità fissate dalla Commissione, e soprattutto di tenere in considerazione l’avanzo primario come indicatore guida della politica di rientro dal debito. Così come la necessità di guardare anche agli effetti sociali del consolidamento fiscale. Tutti aspette sicuramente positivi. Che però nascondono una trappola.
Il testo precedente era talmente irrealistico che, come aveva suggerito Renato Brunetta sabato 10 su Il Foglio, non sarebbe stato possibile applicarlo: che per Brunetta era una buona notizia. Quello varato dal confronto fra Consiglio e Parlamento è invece realistico e per questo rischiamo di tenercelo e vederlo applicare per parecchi anni. Di fatto, costituirà l’ossatura della nuova architettura di politica economica europea per il prossimo decennio. E questa rischia di essere una pessima notizia.
Perché il nuovo Patto, eliminando la mancanza di realismo del vecchio e le ambiguità degli ultimi mesi, decreta un sistema in cui ciascun paese potrà negoziare con la Commissione i sentieri di rientro dal debito, scambiandolo con riforme strutturali che finora la UE non è mai riuscita ad imporre. La Commissione avrà un potere discrezionale, quindi politico, nel confronto coi i paesi membri. Ottimo.
Quello che manca è però il braccio operativo di una sovranità economica e strategica, quindi politica e militare, europea che non può più attendere. Il nuovo Patto risponde all’esigenza di consentire maggiore flessibilità nelle politiche di bilancio nazionali, permettendo di assorbire shock specifici con il placet della Commissione. Ma dove trovare le risorse per finanziare i beni pubblici europei di cui abbiamo crescente urgenza? Il nuovo Patto può essere insomma uno strumento utile al rientro dai debiti pregressi, ma manca ancora un’architettura di politica economica a livello europeo che consenta di affrontare e possibilmente risolvere le grandi sfide globali delle transizioni storiche di fronte alle quali ci troviamo.
Speriamo che un assetto definito del Patto sia insomma solo il primo passo di una nuova architettura istituzionale, decisionale, economica e politica che consenta all’Europa di giocare il ruolo di attore globale. Vedremo a breve, con la decisione sulla Convenzione costituente per la riforma dei Trattati, se i 27 Capi di Stato e di Governo hanno intenzione di fare sul serio. O se il nuovo Patto finirà per costituire l’ennesima contraddizione di una forma statuale che non ha ancora deciso se fare il grande salto da una struttura sostanzialmente intergovernativa e confederale ad una sovranazionale e federale.

