DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell’autore/autrice.

Qualche giorno fa la Corte di Karlsruhe ha dato una spallata che rischia di risultare decisiva per le sorti del governo di Berlino, negando la legittimità del provvedimento che aveva spostato 60 miliardi di euro dal capitolo di spesa destinato a fronteggiare la pandemia (creato nel 2021 quando ancora era cancelliera Angela Merkel) al Fondo per la trasformazione e il clima.

La transizione verde in Germania si trova ora a fare i conti con 60 miliardi di meno, dati i vincoli al pareggio di bilancio (in realtà è consentito uno scostamento dello 0,35% del PIL) che la stessa Merkel aveva voluto inserire nella carta costituzionale nel 2009.

Un passaggio che non solo rischia di mettere ancora più in discussione la tenuta dell’esecutivo ed il suo consenso nel paese, ma anche di ridurre le ambizioni tedesche di fornire assistenza ai (e quindi esercitare autorità sui) paesi emergenti, che hanno necessità di finanziare investimenti per uscire dai carburanti fossili sia per rispettare gl’impegni internazionali sia per essere maggiormente competitivi nella sfida dell’innovazione tecnologica che sosterrà le rinnovabili.

Una notizia certo negativa per la Germania e il suo governo, che costringe alla ricerca di un consenso sul bilancio dagli esiti incerti. Ma positiva per il resto d’Europa. Almeno per tutti coloro che, come sosteneva Padoa-Schioppa, ritengono che ormai gl’investimenti nella crescita e nelle transizioni strategiche possano essere finanziati soltanto a livello europeo, lasciando agli Stati membri il controllo della spesa corrente.

Un tema caldo in vista della discussione che nei prossimi giorni vedrà come protagonisti i massimi livelli decisionali europei, impegnati nel difficile tentativo di trovare un compromesso per la riforma del Patto di Stabilità e Crescita. Un Patto che, rimesso in funzione con le regole di tre anni fa in un mondo completamente cambiato, significherebbe destinare l’Europa all’irrilevanza economica e politica in campo globale.

Come aveva chiesto la società civile nella consultazione pubblica del novembre 2019, quello che serve per modificare il Patto non è agire per rendere i vincoli fiscali meno stringenti, ma scorporare gl’investimenti strategici dal computo dei parametri fiscali.  Finanziarli con un bilancio europeo finalmente all’altezza delle sfide globali da affrontare, anche in deficit. La soluzione è semplice.

Purtroppo, la UE ci ha abituato ai ritardi decisionali derivanti dalla necessità di raggiungere l’unanimità. Il fatto che sia stata rimandata la discussione sul testo approvato dal Parlamento Europeo per modificare il Trattato di Lisbona eliminando proprio le decisioni all’unanimità e sostituendole con scelte a maggioranza lascia immaginare che l’Europa non abbia affatto intenzione di imparare dai propri errori passati. Basta esserne consapevoli ed accettarne le conseguenze. Che saranno nefaste.

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