Accoglienza diffusa, spopolamento dei territori, lavoro e povertà educativa: per Luca Menesini, membro del Comitato europeo delle regioni la sfida delle migrazioni si gioca soprattutto nelle comunità locali, ma il nuovo bilancio europeo rischia di indebolire le politiche di coesione e il ruolo degli enti territoriali.

Il futuro delle politiche migratorie europee si gioca su una contraddizione sempre più evidente: mentre il dibattito politico si concentra sul rafforzamento delle frontiere, sui rimpatri e sull’esternalizzazione dell’accoglienza, i territori devono confrontarsi quotidianamente con la necessità di integrare le persone, contrastare lo spopolamento e rispondere alla crescente domanda di lavoratori. Una distanza tra priorità politiche e bisogni concreti delle comunità che, secondo Luca Menesini, membro del Comitato europeo delle regioni per il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), rischia di compromettere non soltanto l’efficacia delle politiche migratorie, ma anche le prospettive di sviluppo dell’Unione europea.

“Crediamo che sarebbe necessario un approccio più pragmatico, più realistico, che guarda anche a quelle che sono le esigenze della nostra società”, sottolinea Menesini, richiamando tre questioni strettamente connesse: il declino demografico, lo spopolamento delle aree interne e la difficoltà delle imprese a reperire manodopera qualificata.

Il problema, in questa prospettiva, non è soltanto gestire gli arrivi, ma costruire le condizioni perché le persone possano diventare parte stabile delle comunità in cui vengono accolte. Senza percorsi di formazione, accesso al lavoro, disponibilità di alloggi e relazioni sociali, l’accoglienza rischia di rimanere una risposta temporanea, incapace di produrre benefici duraturi sia per i migranti sia per i territori.

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L’esperienza amministrativa maturata da Menesini come sindaco di Capannori tra il 2014 e il 2024 offre un esempio concreto di questa impostazione. In Toscana, il modello dell’accoglienza diffusa ha privilegiato piccoli nuclei di persone distribuiti nei quartieri e nelle frazioni, evitando le grandi concentrazioni nei centri straordinari. “Il nostro sistema di accoglienza diffusa è stato un sistema che vedeva la presenza di piccoli nuclei, indicativamente intorno ai 10, massimo 15, a volte anche inferiori”, spiega Menesini, ed attorno a queste presenze sono stati costruiti percorsi di integrazione attraverso il coinvolgimento del terzo settore, delle parrocchie, delle associazioni e dei servizi territoriali.

Un’impostazione che si contrappone alla progressiva centralità assunta dai Centri di accoglienza straordinaria (CAS), nati per rispondere all’emergenza migratoria e rimasti una componente strutturale del sistema italiano. Secondo i dati richiamati da Menesini, circa tre quarti delle persone presenti nel sistema di accoglienza si trovano nei CAS, mentre soltanto un quarto beneficia dei percorsi della rete di accoglienza e integrazione gestita con il coinvolgimento dei Comuni. La differenza non è soltanto organizzativa. Nei percorsi territoriali l’apprendimento della lingua, la formazione professionale e la costruzione di legami con la comunità costituiscono strumenti essenziali per raggiungere l’autonomia, mentre nei centri straordinari il rischio è che la gestione si esaurisca nella risposta ai bisogni immediati, senza un adeguato investimento sul futuro delle persone.

La questione migratoria si intreccia così con quella della coesione territoriale, uno dei principi fondativi dell’integrazione europea. “La politica di coesione è una delle caratteristiche proprio fondatrici dell’Europa stessa perché è la politica di solidarietà, è la politica del “tu hai un problema, è anche un mio problema””, ricorda Menesini. Proprio questa impostazione rischia però di essere indebolita dalla proposta per il bilancio pluriennale dell’Unione europea 2028-2034. La scelta della Commissione, infatti, di concentrare in un unico grande strumento finanziario politiche di coesione, agricoltura, migrazione e pesca, affidando agli Stati nazionali un ruolo maggiore nella distribuzione delle risorse, solleva interrogativi sul futuro dell’autonomia dei territori. Il timore è che la competizione tra priorità nazionali e settori economici finisca per penalizzare gli investimenti nell’integrazione e nello sviluppo locale. A questo si aggiunge il rischio di una riduzione delle risorse effettivamente disponibili, considerando l’inflazione, i nuovi impegni europei e il rimborso del debito contratto per il Next Generation EU. Non si tratta soltanto di una questione finanziaria, ma di una scelta sul modello di Unione da costruire.

Menesini mette in guardia dal rischio di una progressiva centralizzazione che potrebbe sostituire il protagonismo delle regioni con una gestione sempre più condizionata dagli interessi dei governi nazionali. “Abbiamo bisogno di un po’ più di coraggio, un po’ più di un’Europa federalista”, osserva, contrapponendo l’idea di un’Europa forte perché fondata su territori forti a quella di un’Europa delle nazioni.

Tra le priorità che dovrebbero trovare maggiore spazio nelle politiche di coesione emerge anche il diritto alla casa. La crisi abitativa, aggravata in molte città dalla crescita degli affitti brevi e dall’aumento dei canoni, rappresenta infatti un ostacolo concreto ai percorsi di integrazione. Anche quando una persona ha completato il proprio percorso di accoglienza e trovato un’occupazione, l’impossibilità di accedere a un alloggio sostenibile può impedire il raggiungimento di una reale autonomia.

Ma l’integrazione non si misura soltanto attraverso l’occupazione o l’accesso ai servizi, si costruisce anche, e soprattutto, attraverso l’istruzione e le opportunità educative. La povertà educativa, come evidenziato dal sociologo Davide Ruggieri dell’Università di Padova, non riguarda esclusivamente l’accesso alla scuola, ma anche la possibilità per bambini e ragazzi di sviluppare capacità, talenti e aspirazioni, indipendentemente dalle condizioni familiari.

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È su questo terreno che Menesini individua una delle leve più importanti per contrastare le disuguaglianze: “Io credo che noi dovremmo rendere gli asili nido universali”, afferma, sottolineando come la socializzazione fin dalla prima infanzia possa favorire l’apprendimento della lingua, la conoscenza reciproca e la costruzione di relazioni che superino le differenze di origine. La scuola, tuttavia, non può essere lasciata sola, l’accesso allo sport, alla musica, alle attività culturali e al volontariato rappresenta una componente altrettanto importante dell’inclusione. Per questo, secondo Menesini, le amministrazioni locali dovrebbero favorire la partecipazione anche dei bambini e dei ragazzi che non dispongono delle risorse economiche o delle reti familiari necessarie. “Noi abbiamo bisogno di sviluppare quelle che sono le capacità e le potenzialità di ogni persona e far ripartire anche un po’ quello che è l’ascensore sociale”, sostiene.

La stessa logica riguarda gli adulti, in particolare le donne che possono trovarsi in condizioni di isolamento. L’apprendimento della lingua italiana non costituisce soltanto uno strumento per accedere al lavoro o ai servizi, ma una condizione per partecipare alla vita sociale, costruire relazioni e conoscere le opportunità offerte dalla comunità.

A completare il quadro è la dimensione mediterranea delle politiche europee.

Secondo Menesini, l’Unione ha commesso un errore strategico concentrandosi prevalentemente sull’allargamento verso Est e trascurando le relazioni con i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. “Personalmente penso che l’Unione Europea abbia commesso nel passato un errore significativo che è stato quello di trascurare il Mediterraneo”, afferma. La cooperazione con il Nord Africa e il Medio Oriente non può essere ridotta alla gestione dei flussi migratori, ma deve comprendere sviluppo economico, cambiamento climatico, gestione delle risorse idriche, scambi culturali e partenariati tra territori. Una sfida che, secondo Menesini, nessuno Stato membro può affrontare efficacemente da solo: “Può un’Italia da sola far fronte o una Spagna da sola far fronte alle relazioni con questi contesti? No, solo un’Europa forte”.

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Il filo conduttore è dunque la necessità di superare una visione delle migrazioni esclusivamente emergenziale e securitaria, perché l’integrazione non è una questione separata dalle altre politiche pubbliche: riguarda il futuro demografico dell’Europa, la competitività dei sistemi produttivi, la tenuta dei servizi, la riduzione delle disuguaglianze e la capacità delle comunità di rimanere coese.

Questi temi sono stati al centro dell’incontro online del 28 ottobre, “Migrazione e territori: la sfida dell’integrazione”, organizzato nell’ambito del ciclo di dialoghi con i policy-makers del progetto Jean Monnet European Values and Migration (EUAMI). L’intervento di Luca Menesini è stato introdotto da Davide Ruggieri, dell’Università di Padova, e moderato da Cesare Ceccato, giornalista di Focus Europe Italia. Hanno partecipato le classi dell’Istituto Superiore E. Fermi e del Canossa Campus, entrambe scuole partner del progetto EUAMI.

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