Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo punta a rafforzare il controllo delle frontiere e la solidarietà tra Stati membri, ma lascia aperte alcune questioni cruciali: dalla pressione sui Paesi di primo ingresso ai costi dell’esternalizzazione delle procedure migratorie. Per l’eurodeputato di Forza Italia Flavio Tosi, la risposta deve essere un’Europa più integrata, capace di contrastare l’immigrazione irregolare e aumentare le quote di ingresso per i lavoratori stranieri.

Frontiere esterne più sicure, procedure di asilo più rapide attraverso lo screening di massa, maggiore solidarietà tra Stati membri e rafforzamento dei partenariati con i Paesi terzi, sono i quattro pilastri del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che mira a riformare la gestione dei flussi migratori nell’Unione Europea, cercando di superare alcune delle criticità del precedente sistema. La nuova normativa, adottata nella primavera del 2024, solo a giugno di quest’anno ha iniziato ad essere pienamente applicata.

Come spiegato da Sara Pennicino, professoressa associata di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova, il nuovo quadro normativo introduce procedure di screening alle frontiere, basate sull’identificazione dei richiedenti e sulla raccolta dei dati biometrici, per distinguere più rapidamente chi può accedere alla procedura ordinaria di asilo da chi è soggetto a procedure accelerate. La riforma prevede inoltre meccanismi di solidarietà per sostenere gli Stati maggiormente esposti agli arrivi e un ruolo crescente degli accordi con Paesi esterni all’Unione nella gestione dei rimpatri.

Per Pennicino, la definizione di norme comuni sulle frontiere esterne è una conseguenza necessaria dell’integrazione europea: “uno spazio interno libero (come Schengen) richiede, per definizione, una regolamentazione uniforme della gestione delle frontiere esterne”.

Il peso dell’accoglienza resta sui Paesi di primo ingresso

Una delle questioni che il nuovo Patto cerca di affrontare riguarda la distribuzione delle responsabilità tra Stati membri. Il regolamento di Dublino III, sostituito dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, infatti, ha storicamente attribuito un ruolo centrale ai Paesi di primo ingresso nell’esame delle domande di protezione internazionale, esercitando una pressione particolarmente forte su Italia, Grecia e Spagna. Il nuovo meccanismo di solidarietà fa un passo in avanti consentendo, invece, agli altri Stati membri di contribuire attraverso la ricollocazione dei richiedenti asilo, il sostegno finanziario o l’assistenza operativa. Tuttavia, la responsabilità iniziale della gestione degli arrivi continua a gravare in larga parte sui Paesi situati alle frontiere esterne dell’Unione.

Nel suo intervento il 21 ottobre all’incontro online dedicato al nuovo Patto, l’eurodeputato di Forza Italia (PPE) Flavio Tosi ha riconosciuto i limiti del precedente sistema, ricordando che Dublino III, del 2013, fu sottoscritto dall’Italia nonostante vi fosse al governo una coalizione di centrodestra. “Fu un accordo evidentemente sottovalutato da chi lo sottoscrisse”, ha affermato Tosi, sottolineando come non fossero state previste le “conseguenze, pesantissime, per l’Italia, la Spagna, la Grecia, cioè per i Paesi di primo approdo”.

Secondo l’eurodeputato, il nuovo Patto rappresenta un passo avanti, pur non risolvendo completamente gli squilibri esistenti, dal momento che, a suo parere, la soluzione ideale sarebbe una redistribuzione proporzionale dei richiedenti asilo tra tutti i Paesi dell’Unione, ma le differenze politiche tra i 27 Stati membri rendono difficile raggiungere un’intesa di questo tipo. “Siamo arrivati a un compromesso che non è la soluzione ideale”, ha spiegato Tosi. “Chi non accetta la redistribuzione […] quantomeno paga, cioè dà una mano economicamente ai Paesi che sopportano e sostengono di più questo sforzo”.

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Per l’eurodeputato, il risultato resta comunque positivo, perché segna un cambiamento nell’approccio europeo alla gestione delle frontiere: “Non più ognuno gestisce le sue, ma, ragionando sul fatto che c’è Schengen, cioè libera circolazione all’interno dell’Unione, ci deve essere una gestione unitaria anche delle frontiere verso l’esterno”.

Centri in Albania: Tosi difende i costi

Un altro nodo della politica migratoria europea riguarda l’esternalizzazione delle procedure di asilo e rimpatrio verso Paesi terzi, dove si inserisce il protocollo Italia-Albania, sostenuto dal governo italiano come strumento per contrastare gli ingressi irregolari e rafforzare l’effetto deterrente delle politiche migratorie.

L’efficacia e la sostenibilità economica dei centri italiani in Albania sono state però oggetto di critiche, alla luce del divario tra gli obiettivi iniziali e il numero delle persone effettivamente trasferite. Durante il confronto, sono stati richiamati i dati del ministero dell’Interno, secondo cui al 14 luglio 2026 erano stati trasferiti nel centro di Gjadër circa 685 cittadini stranieri, di cui 101 rimpatriati. Numeri decisamente inferiori rispetto all’obiettivo iniziale del governo di far transitare attraverso le strutture fino a 36 mila persone all’anno. A sollevare interrogativi è soprattutto il rapporto tra i risultati ottenuti e i costi dell’operazione, stimati in 671,6 milioni di euro fino al 2028.

Tosi ha difeso il protocollo, sostenendo che la valutazione economica dei centri non possa limitarsi al numero delle persone ospitate, ma debba considerare soprattutto la loro funzione deterrente e i risparmi derivanti dalla diminuzione degli arrivi. “È vero che questi due centri costano qualche centinaio di milioni di euro, ma bisogna chiedersi quanto costa la gestione di un migrante che arriva nel nostro Paese”, ha dichiarato l’eurodeputato.

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Secondo i calcoli illustrati da Tosi, le tariffe praticate dalle prefetture per l’accoglienza oscillano tra 31 e 35 euro al giorno per persona, pari a circa mille euro al mese, ed applicando queste cifre a 100 mila persone, il costo teorico arriverebbe a circa 100 milioni di euro mensili, ossia 1,2 miliardi su base annua.

L’eurodeputato ha ricordato, inoltre, che gli arrivi via mare in Italia sono passati da circa 156 mila nel 2023 a 66 mila nel 2024, con un’ulteriore diminuzione nel 2026, un calo, a suo giudizio, riconducibile alla strategia complessiva adottata dall’Italia e dall’Unione Europea, compresi gli accordi con i Paesi nordafricani e il protocollo con Tirana.

“Lo scopo principale è la deterrenza”, ha ribadito Tosi, sostenendo che “il beneficio del mancato arrivo di oltre 100.000 migranti all’anno ripaga ampiamente il costo”.

Rimane tuttavia aperta la questione di quanto la diminuzione degli sbarchi sia effettivamente attribuibile ai centri in Albania. Pennicino ha invitato alla cautela su questo punto, precisando di non disporre di elementi sufficienti per stabilire un rapporto diretto tra il protocollo e la riduzione delle partenze. La docente ha inoltre richiamato i rischi legati all’esternalizzazione, ricordando che gli accordi con Paesi terzi possono esporre l’Unione a forme di strumentalizzazione dei flussi migratori, come dimostrano le tensioni lungo la frontiera tra Bielorussia e Polonia e le dinamiche nei rapporti tra Spagna e Marocco intorno a Ceuta e Melilla.

Tosi contro i nazionalisti: “Serve più Europa”

Per Tosi, la gestione della migrazione rappresenta anche una sfida decisiva per il futuro dell’integrazione europea.

Di fronte alla crescita dei movimenti nazionalisti e alle tensioni sociali che attraversano diversi Stati membri, l’eurodeputato ritiene necessario rafforzare le competenze e la capacità di azione dell’Unione, anziché indebolirla. “Il punto di fondo è credere nell’Unione Europea o cercare di smantellarla”, ha dichiarato, criticando le forze politiche che considerano l’UE inadeguata ad affrontare le sfide globali e ne propongono lo smantellamento.

Secondo Tosi, la risposta più lungimirante è quella di una maggiore integrazione, anche nell’interesse dell’Italia, che deve confrontarsi con grandi potenze economiche e politiche come Stati Uniti, Cina e India. “Serve più Europa, ed è anche nell’interesse italiano”, ha sostenuto l’eurodeputato, indicando come prospettiva di lungo periodo una confederazione europea, pur riconoscendo che non si tratta di un obiettivo raggiungibile nell’immediato.

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La gestione comune dei flussi migratori rientra in questa visione: affidare all’Europa una responsabilità crescente nel controllo delle frontiere significa rafforzarne il ruolo politico e dimostrare che l’Unione può offrire risposte condivise a problemi che i singoli Stati non sono in grado di affrontare efficacemente da soli. Per contrastare l’avanzata dei movimenti estremisti, secondo Tosi, la politica migratoria europea deve muoversi lungo due direttrici: da una parte limitare gli ingressi irregolari e, contemporaneamente, favorire l’immigrazione regolare. Una distinzione che assume particolare rilevanza alla luce dell’invecchiamento della popolazione europea e della crescente necessità di manodopera straniera in diversi settori economici.

“Se oggi in Italia o in Germania prendessimo gli stranieri e li mandassimo via, nessuno sarebbe in grado di tenere in piedi la propria economia senza le persone arrivate da fuori”, ha affermato Tosi, sottolineando il contributo dei lavoratori migranti alla sostenibilità economica e ai sistemi di welfare. L’eurodeputato si è quindi dichiarato favorevole a un ampliamento dei canali di ingresso regolare, soprattutto per rispondere alle esigenze dell’agricoltura e dell’industria italiana.

“Io sono per l’aumento delle quote, perché sono strumenti che fanno bene e danno un segnale positivo”, ha spiegato.

Una posizione emersa anche nel confronto sulla politica di regolarizzazione promossa dal governo spagnolo di Pedro Sánchez, criticata da Tosi per le dimensioni e per il momento politico scelto. L’eurodeputato ha tuttavia riconosciuto che anche l’Italia ricorre alle sanatorie e che le persone inizialmente entrate in modo irregolare, una volta regolarizzate, possono rappresentare una risorsa per il Paese. Resta la distinzione tra la gestione europea delle frontiere e le politiche nazionali di ingresso per lavoro. Come ricordato da Pennicino, la determinazione dei flussi di lavoratori stranieri rimane infatti una competenza degli Stati membri, nonostante le conseguenze che queste scelte possono avere sull’intero spazio europeo di libera circolazione.

Il nuovo Patto segna così un rafforzamento della dimensione comune della politica migratoria, ma il suo successo dipenderà dalla capacità degli Stati membri di tradurre la solidarietà in strumenti efficaci e di conciliare il controllo delle frontiere con le necessità economiche e demografiche dell’Unione, senza dimenticare il rispetto dei diritti umani fondamentali delle persone migranti e dei diritti dei minori.

Il confronto si è svolto il 21 ottobre durante l’evento online “Nuovo patto migrazione e asilo, quale futuro per la politica migratoria europea?”, organizzato nell’ambito del progetto Jean Monnet European Values and Migration (EUAMI), cofinanziato dall’Unione Europea e coordinato dall’Università di Padova. All’incontro hanno partecipato Flavio Tosi, eurodeputato di Forza Italia (PPE), e Sara Pennicino, professoressa associata di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova. L’evento è stato moderato da Sara Bertolli, giornalista di Focus Europe Italia. 

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