La premier Giorgia Meloni ha annunciato domenica che non firmerà il Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) necessario a sbloccare gli adeguamenti retributivi e gli arretrati spettanti ai magistrati, nonostante le sentenze della giustizia amministrativa che hanno riconosciuto l’illegittimità dei precedenti criteri di calcolo degli stipendi. Una decisione che apre un nuovo fronte di scontro tra governo e magistratura, ma che solleva soprattutto una questione di carattere giuridico e istituzionale: il mancato adeguamento dell’amministrazione a una sentenza definitiva del Consiglio di Stato, organo di ultima istanza della giustizia amministrativa italiana.

“Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario”, ha dichiarato Meloni in un’intervista telefonica rilasciata domenica 18 ottobre all’Adnkronos, aggiungendo che ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità.

La premier ha motivato la propria posizione con le difficoltà economiche del Paese e la necessità di destinare le risorse pubbliche ad altre priorità. Secondo le stime circolate, l’applicazione delle decisioni della giustizia amministrativa comporterebbe una spesa complessiva vicina al miliardo di euro, circa 970 milioni.

“È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”, ha spiegato Meloni, dichiarandosi comunque disponibile ad ascoltare le associazioni rappresentative dei magistrati.

La questione si inserisce nella preparazione della prossima legge di bilancio. Il Documento programmatico di bilancio approvato dal governo prevede infatti per il 2027 un “Fondo sentenze” da 1,92 miliardi di euro, pari allo 0,08% del PIL, destinato a coprire gli oneri derivanti da decisioni giudiziarie. Una parte consistente di queste risorse dovrebbe essere utilizzata proprio per gli arretrati dei magistrati relativi al periodo 2018-2023.

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Le sentenze del Consiglio di Stato e l’obbligo di esecuzione

Il punto centrale della controversia riguarda però la natura degli adeguamenti retributivi. Non si tratta di nuovi aumenti decisi discrezionalmente dal governo, ma dell’applicazione di un meccanismo previsto dalla legge e oggetto di pronunce della giustizia amministrativa.

Con le sentenze del 9 luglio 2025, tra cui la numero 6004, il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimi i criteri utilizzati per determinare l’adeguamento degli stipendi dei magistrati nel triennio 2018-2020.

In particolare, i giudici amministrativi hanno contestato l’esclusione di alcune componenti del trattamento economico dei dipendenti pubblici e l’utilizzo di una media ponderata, anziché aritmetica, per calcolare gli incrementi retributivi di riferimento.

Il Consiglio di Stato ha quindi annullato gli atti impugnati e imposto all’amministrazione di riformulare i conteggi secondo i criteri individuati nelle sentenze. Successivamente, anche il TAR del Lazio è intervenuto sui provvedimenti relativi al triennio 2021-2023.

Le pronunce del Consiglio di Stato, quale giudice amministrativo di ultima istanza, sono definitive e vincolanti per le amministrazioni interessate. In questo contesto, il governo non dispone dunque di una discrezionalità politica sulla scelta di eseguire o meno le decisioni giudiziarie, pur restando necessari gli atti amministrativi e contabili per determinarne concretamente gli effetti economici.

In questo quadro, il rifiuto di firmare il DPCM, qualora impedisca l’adozione delle misure imposte dalle sentenze, si tradurrebbe in una mancata esecuzione delle pronunce della giustizia amministrativa.

L’ordinamento prevede però strumenti per superare l’inerzia dell’amministrazione. Attraverso un giudizio di ottemperanza, il giudice amministrativo può ordinare l’esecuzione della sentenza e, se necessario, nominare un commissario ad acta incaricato di adottare gli atti al posto dell’autorità inadempiente, possibile a cui ha fatto riferimento la stessa Meloni.

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Magistratura Indipendente: “Non sono privilegi, ma somme dovute”

Alle dichiarazioni della presidente del Consiglio ha risposto Magistratura Indipendente, una delle correnti dell’Associazione nazionale magistrati, con una nota firmata dal segretario generale Antonio D’Amato e dal presidente Giancarlo Dominijanni.

L’associazione contesta innanzitutto la ricostruzione economica della vicenda, respingendo le indiscrezioni secondo cui ciascun magistrato potrebbe ricevere arretrati per 100mila euro.

“Non si tratta di concedere nuovi aumenti”, sottolinea Magistratura Indipendente, ma di somme non correttamente corrisposte negli anni e accumulate a causa dei ritardi dell’amministrazione, protrattisi per circa sette anni.

Secondo l’associazione, gli importi effettivi spettanti ai singoli magistrati sarebbero sensibilmente inferiori alle cifre circolate e varierebbero in funzione dell’anzianità e della posizione stipendiale.

La nota richiama poi le decisioni del Consiglio di Stato e del TAR del Lazio, sottolineando come il provvedimento che Meloni non intende firmare sia necessario per dare attuazione alla legge e alle pronunce dei giudici amministrativi.

Magistratura Indipendente avverte inoltre che la volontaria mancata esecuzione delle sentenze potrebbe determinare ulteriori conseguenze economiche per lo Stato. Nuovi ritardi, sostiene l’associazione, rischierebbero di alimentare il contenzioso, aumentare gli oneri pubblici e configurare possibili ipotesi di danno erariale, con responsabilità da accertare nelle sedi competenti.

L’associazione respinge infine la contrapposizione tra i diritti dei magistrati e le esigenze dei cittadini economicamente più fragili, sottolineando che la tutela delle fasce deboli e il rispetto delle decisioni giudiziarie costituiscono entrambi obblighi dello Stato.

L’ANM pronta al giudizio di ottemperanza

Anche l’Associazione nazionale magistrati ha contestato la posizione della presidente del Consiglio, ricordando che il meccanismo di adeguamento triennale degli stipendi è stabilito dalla legge proprio per garantire l’indipendenza della magistratura dal potere politico.

Il vicesegretario dell’ANM, Stefano Celli, ha annunciato che, in caso di mancata o parziale esecuzione delle sentenze, l’associazione ricorrerà agli strumenti previsti dall’ordinamento, compreso il giudizio di ottemperanza, rilevando che un procedimento di questo tipo è già in corso.

La controversia potrebbe quindi trasferirsi nuovamente nelle aule della giustizia amministrativa. Resta da chiarire l’entità effettiva delle somme da corrispondere, oggetto di contestazione da parte delle associazioni dei magistrati.

[a cura di Simone Cantarini]

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