Il governo italiano non firmerà un accordo sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 solo per rispettare la scadenza di fine anno indicata dalla presidenza irlandese. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre: “l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica Agricola Comune, la Pesca e la Coesione”.

Meloni ha spiegato che il governo non è contrario per principio all’obiettivo di un’intesa entro il 2026, ma che “la data non può diventare più importante del contenuto”. E ha aggiunto: “Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una scadenza. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà un accordo giusto per l’Italia”. Il negoziato, ha detto, “è ancora molto lontano dalla sua conclusione” ed entra ora “nella fase più delicata”, quella sulla dimensione effettiva del bilancio e sull’individuazione delle risorse.

La presidente del Consiglio ha inquadrato il tema in termini generali: il bilancio dell’Unione “non è un esercizio contabile”, ma “lo strumento attraverso cui decidiamo concretamente quali siano le priorità del futuro e quante risorse siamo disposti a mettere a disposizione di quelle priorità”.

La bozza irlandese e i fondi per PAC e coesione

La presidenza irlandese ha trasmesso ai Ventisette nei giorni scorsi una nuova bozza negoziale che fissa il bilancio 2028-2034 a 1.622 miliardi di euro a prezzi costanti 2025. La cifra è inferiore di 141 miliardi, pari all’8%, alla proposta iniziale della Commissione e di circa 308 miliardi alla richiesta del Parlamento europeo. Secondo il testo, il taglio ricade interamente sulle risorse destinate alle politiche europee, mentre resta invariato lo stanziamento di 149,3 miliardi per il rimborso del debito di Next Generation EU. Rispetto alla precedente proposta, quella della presidenza cipriota, la riduzione è di 108 miliardi.

Meloni ha riconosciuto che, “pur in presenza di tagli così consistenti”, sono state preservate le risorse complessive dei piani nazionali e regionali, che comprendono PAC e coesione. Lo ha definito “un risultato molto importante e tutt’altro che scontato”, al quale ha contribuito la lettera congiunta dei 17 Stati membri “Amici della Coesione”, iniziativa avviata dall’Italia insieme alla Romania. I due Paesi ospiteranno a margine del Consiglio europeo una nuova riunione del gruppo, per fare il punto sul negoziato e ribadire una posizione comune prima della fase decisiva.

La difesa delle politiche tradizionali poggia, nelle parole della presidente del Consiglio, su due argomenti. Il primo è la sicurezza alimentare, che a suo avviso è “una componente essenziale dell’autonomia strategica europea”. Il secondo è la tenuta del mercato unico, perché la coesione riguarda “la capacità del mercato unico di funzionare senza lasciare indietro interi territori” e rischia altrimenti di indebolire la crescita complessiva. Meloni ha escluso “alcuna contraddizione tra politiche tradizionali e nuove priorità” e ha concluso: “Non esiste sicurezza senza sicurezza alimentare e non esiste vera competitività senza pari dignità tra i territori”.

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I risultati rivendicati dal governo

Rispetto alla proposta originaria della Commissione, Meloni ha elencato alcuni risultati già ottenuti. Gli Stati membri avranno un ruolo più incisivo nella gestione dei nuovi strumenti, in modo che le scelte sull’uso delle risorse non si facciano “solo a Bruxelles”. PAC e politica della pesca manterranno identità e tutele proprie, perché “agricoltori e pescatori non possono diventare una voce qualsiasi in un fondo indistinto”. Sullo Stato di diritto sono state ottenute “regole più chiare e oggettive, per impedire che se ne faccia un uso politico”.

Altri due punti riguardano il Fondo europeo per la competitività, dove ci saranno “maggiori garanzie per le piccole e medie imprese, spina dorsale della nostra economia”, e l’azione esterna, sulle cui priorità i governi avranno più voce in capitolo. Meloni ha precisato che si tratta di “risultati importanti”, ma che la trattativa entra ora nel passaggio più difficile.

Posizione netta, rebates e clausola ambientale

Il governo ha indicato tre questioni su cui, secondo Meloni, il compromesso dovrà migliorare. La prima è la posizione complessiva dell’Italia: la proposta irlandese mantiene sostanzialmente invariati i criteri di ripartizione delle risorse, che continuano a penalizzare il Paese. “Non possiamo accettare che l’Italia versi di più al bilancio europeo e, allo stesso tempo riceva di meno. È una semplice questione di equità”, ha detto la presidente del Consiglio.

La seconda riguarda i “rebates”, gli sconti sui contributi di cui godono alcuni Stati membri, rispetto ai quali la bozza non registra alcun progresso. Meloni ha osservato che chi chiede di modernizzare il bilancio, cioè di ridurlo, pretende però di conservare privilegi nati in un’altra fase dell’integrazione europea. La sua conclusione è che “se la modernizzazione deve esserci, deve valere per tutti” e che non si può pretendere “che i sacrifici siano europei, e i privilegi siano nazionali”.

La terza questione riguarda il principio secondo cui i fondi europei non possono finanziare attività che danneggiano in modo significativo l’ambiente. Meloni lo ha definito “un principio giusto”, ma ha sostenuto che le prime bozze delle regole applicative della Commissione rischiano di trasformarlo nell’esclusione automatica di interi settori, cioè “proprio quello che i Governi avevano deciso di evitare”. Ha citato il caso di un’acciaieria che investe nella transizione e paga le quote di CO2, ma che “proprio perché è un’acciaieria, non può accedere ai fondi europei per la decarbonizzazione”, e quello delle infrastrutture necessarie alla sicurezza energetica.

Sul piano del metodo ha aggiunto che “le decisioni dei Governi non sono bozze che la burocrazia può correggere a piacimento” e che la deriva per cui le regole applicative smontano quanto deciso dai leader è “inaccettabile e va corretta”. Da come verranno sciolti questi nodi, ha precisato, “dipenderà la nostra valutazione complessiva sul pacchetto”.

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Le priorità da finanziare

Nel discorso il bilancio pluriennale è stato collegato alle priorità strategiche dell’Unione. Meloni ha chiesto di “finanziare adeguatamente le nuove priorità che tutti diciamo di considerare strategiche, senza sacrificare le politiche che rappresentano uno dei fondamenti del progetto europeo”. Tra le nuove priorità ha richiamato più volte sicurezza ed energia, definite in un altro passaggio “due facce della stessa medaglia”.

Sul tema delle risorse la presidente del Consiglio ha spostato la discussione dalla dimensione complessiva del bilancio alle scelte politiche: “Prima si definiscono gli obiettivi, poi si trova il modo di finanziarli. Non il contrario”. Nell’impostazione del governo, dunque, la domanda di partenza non è quanto debba essere grande il bilancio, ma “che cosa l’Europa consideri irrinunciabile nei prossimi anni”.

Su come reperire le risorse, Meloni ha detto che il governo ha “diverse riserve” sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione, ma è disposto a lavorare con un criterio preciso: “alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali, senza nuove tasse a carico di cittadini e imprese europee”. Ha sostenuto che si possa ragionare su un rimborso più graduale del debito di Next Generation EU, perché i rimborsi non comprimano le altre politiche europee “proprio negli anni in cui serve investire di più”, e che “nessuno strumento debba essere escluso a priori”.

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Migrazione: i return hubs nel prossimo bilancio

Il capitolo migratorio contiene una richiesta che ha un riflesso diretto sul QFP. Meloni ha ricordato che i “return hubs” nei Paesi terzi sono oggi previsti dalle norme europee e che molti Stati membri vogliono seguire questa strada, e ha sostenuto che “ora occorre passare all’attuazione”. A suo avviso “l’Unione deve sostenere chi vuole avviare progetti pilota, con risorse, competenze e mezzi, nel pieno rispetto del diritto europeo e internazionale”.

La presidente del Consiglio ha poi precisato il punto che riguarda il bilancio: “quelle risorse devono trovare posto anche nel prossimo bilancio europeo”. Il tema sarà discusso a margine del Consiglio europeo, nella consueta colazione di lavoro sulle soluzioni innovative in materia migratoria che l’Italia organizza con Danimarca e Paesi Bassi.

Una bozza contestata da più parti

La proposta della Commissione, presentata a luglio 2025, prevedeva impegni per circa 1.984,8 miliardi di euro a prezzi correnti, circa 1.763 miliardi a prezzi 2025, pari all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’Unione. È da questa cifra che si calcolano i 141 miliardi di taglio indicati dalla presidenza irlandese.

La bozza di Dublino è stata contestata dal Parlamento europeo, dalle Regioni, dagli agricoltori e, il 12 ottobre, dalla Commissione europea, secondo cui i tagli mettono a rischio le priorità fondamentali. Per competitività e trasformazione industriale la bozza prevede 455,6 miliardi, 46,4 in meno rispetto al compromesso cipriota, mentre il tetto per agricoltura e coesione scende a 914,2 miliardi, con una riduzione di 27,8 miliardi.

Rispetto alla proposta della Commissione, le riduzioni più consistenti riguardano i fondi per la competitività, con 75 miliardi in meno, e l’azione globale, con 38 miliardi in meno. Sul fronte opposto, la Germania ritiene che il bilancio vada ridotto in modo ancora più incisivo.

Ucraina: sostegno a Kiev e pressione su Mosca

Il Consiglio europeo si aprirà con il confronto con il presidente Volodymyr Zelensky, e nelle comunicazioni al Senato Meloni ha confermato che la posizione del governo italiano sull’Ucraina “non cambia”. Sostegno a Kiev, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica “rimangono i pilastri” dell’azione italiana.

La presidente del Consiglio ha riferito che la Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno e che, “incapace di avanzare sul fronte”, ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile: centrali elettriche, condomini, ospedali e anche gli autobus che portano le persone al lavoro, come nella strage di Kramatorsk, che ha definito “orrenda”. Secondo Meloni si tratta di una strategia con cui Mosca punta “a piegare il popolo ucraino con il terrore, il freddo e il buio”, perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia.

Meloni ha sostenuto che i fatti smentiscono la propaganda del Cremlino, e anche quella di chi la porta in Italia. Dall’inizio dell’anno, ha detto, la Russia ha guadagnato pochissimo terreno e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato nei mesi precedenti. Questo stallo, ha affermato, è stato costruito dal coraggio degli ucraini e dal sostegno dell’Occidente, Italia compresa, ed è “l’unico strumento efficace” per portare Mosca a un tavolo negoziale serio.

La presidente del Consiglio ha riconosciuto che sul tema il dibattito è acceso, anche in Aula e all’interno degli schieramenti, e ha detto di rispettarlo perché “tutti vogliamo che si arrivi alla pace”, mentre la differenza è su come arrivarci. La sua posizione è che “il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace: è ciò che la rende possibile”. Ha aggiunto che “la resa non è pace, è conquista” e che la pace per cui lavora il governo, “anche pagando un prezzo in termini di consenso”, è “una pace giusta”, perché solo questa “può durare”.

L’intesa sul gasolio russo e la posizione su Trump

Nel quadro del sostegno a Kiev, Meloni ha preso posizione sull’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, definendola “una scelta che io considero molto rischiosa”. La presidente del Consiglio ha precisato di comprendere e condividere l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia.

L’argomento centrale è che l’impennata dei prezzi del carburante, ha spiegato, “è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina”. Per questo, ha concluso, “il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari”. Tra i rischi ha elencato una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra e un implicito indebolimento della leva sanzionatoria. Sono elementi, ha detto, “che non possiamo ignorare” e che contraddicono quanto fatto finora dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.

Meloni ha distinto l’intesa sul gasolio da una possibile tregua tra le parti sulle centrali energetiche, che l’Italia “chiaramente sostiene”. Ha ringraziato Zelensky per aver dichiarato subito la piena disponibilità ucraina e ha detto di aspettarsi ora che la Russia faccia altrettanto e interrompa gli attacchi alle centrali elettriche ed energetiche ucraine.

Il mandato europeo ai negoziati

La presidente del Consiglio ha chiesto che l’Europa non resti a guardare, perché “le condizioni di una pace che riguarda il nostro Continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi”. Per questo ha ribadito la richiesta che i Ventisette individuino “una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa”.

Se su un nome non si trova convergenza, ha aggiunto, l’Italia è pronta a valutare soluzioni diverse. Nel caso in cui Francia, Germania e Regno Unito, nel formato E3, ritengano di poter fare da sole meglio di quanto potrebbero fare tutti insieme, “allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti”. Meloni ha detto di considerare secondario il tema di chi siede a quale tavolo: “Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa”. Ha aggiunto che l’Europa non deve andare in ordine sparso né offrire il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni.

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