Mentre António Guterres si prepara a lasciare l’incarico di segretario generale dell’ONU e Maria Angela Holguín, inviata ONU a Cipro, cerca di salvare le convergenze ancora esistenti, i due leader ciprioti tornano al tavolo dei negoziati. Resta aperta la questione se ciò rappresenti un autentico percorso verso la ripresa dei negoziati o semplicemente un processo mantenuto in vita per servire i separati interessi di tutti.
In questi giorni a New York si parla più di chi succederà a Guterres che di ciò che egli stesso potrebbe ancora riuscire a ottenere prima della fine del suo mandato. Questo, da solo, dice molto. Il suo secondo mandato quinquennale scade il 31 dicembre 2026 e la battaglia per la successione si è già spostata verso il vero centro di potere dell’ONU: il Consiglio di Sicurezza. Sono ora otto i candidati in competizione per l’incarico e sono già iniziate consultazioni informali.
Lo scontro tra Stati Uniti e Russia, da una parte, e la presidente dell’Assemblea Generale, Annalena Baerbock, dall’altra, è a sua volta rivelatore di dove risieda l’equilibrio dei poteri. Washington e Mosca l’hanno accusata di voler ampliare il ruolo dell’Assemblea Generale nel processo di selezione. La loro obiezione si fonda su un punto semplice. L’articolo 97 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce che il Segretario Generale viene nominato dall’Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza. In pratica, ciò significa che non può esserci un segretario generale senza il consenso dei cinque membri permanenti.
È anche qui che si trova la grande contraddizione legata alla partenza di Guterres. Può essere eccessivo definirlo, oggettivamente, il segretario generale più debole della storia, ma lascia l’incarico dopo aver sperimentato, forse più acutamente di molti dei suoi predecessori, la riduzione del peso politico della carica. In Ucraina, a Gaza, in Iran e nelle altre grandi crisi dell’epoca, le decisioni non sono state prese dal segretario generale. Sono state prese dalle grandi potenze, spesso al di fuori dell’ONU, oppure attraverso i reciproci veti all’interno dello stesso Consiglio di Sicurezza. Guterres ha potuto mettere in guardia, mediare e denunciare, ma raramente è riuscito a imprimere agli eventi una determinata direzione.
Una finestra stretta
È sullo sfondo di questa situazione che va considerata l’ultima iniziativa sulla questione cipriota. Il segretario generale uscente dispone di una finestra temporale limitata per lasciare al suo successore almeno un processo in movimento, anziché un altro dossier congelato. Ciò non significa che sia in preparazione una nuova iniziativa clamorosa.
Al contrario, Holguín appare particolarmente prudente. Ha chiarito che l’ONU non vuole un’altra conferenza allargata destinata a concludersi con un fallimento e considera le misure di rafforzamento della fiducia una condizione necessaria per il prossimo formato 5+1.
Parte dall’ascolto delle due comunità la missione del commissario europeo Raffaele Fitto a Cipro
Per questo, in questa fase, il lavoro più importante si svolge lontano dalle telecamere. L’esperto canadese di diritto costituzionale John McGarry, coinvolto dall’ONU insieme ad altri specialisti, sta cercando di riunire in un unico documento le convergenze raggiunte fino alla conferenza di Crans-Montana compresa. Holguín ha spiegato che queste convergenze non devono essere rimesse in discussione una per una, perché ciò potrebbe trascinare il processo per anni in nuove trattative su questioni già considerate risolte.
Una volta completato, il documento sarà consegnato a entrambe le parti e alle tre potenze garanti e fungerà, di fatto, da test per verificare se esista una base comune sulla quale sia realmente possibile riprendere i negoziati. È qui che cominciano le difficoltà.
L’incontro tra il presidente cipriota Nikos Christodoulides e il leader settentrionale Tufan Erhürman, che si terrà il 26 agosto, potrebbe produrre un piccolo accordo, soprattutto sui valichi di frontiera. Se ciò avvenisse, l’ONU potrebbe presentarlo come prova della capacità delle due parti di raggiungere accordi e procedere verso un’altra conferenza allargata. Anche ora, tuttavia, la questione dei valichi resta bloccata. E sebbene vi sia ormai un accordo di principio sulla necessità di incontri più frequenti tra i due leader, questi si incontreranno soltanto un mese dopo la visita dello stesso segretario generale dell’ONU a Cipro.
Pochi cambiamenti reali
Il problema fondamentale è che, dietro l’attività visibile, non si intravede ancora alcun cambiamento nelle posizioni strategiche di fondo. La Turchia continua a sostenere pubblicamente la soluzione dei due Stati. Lo stesso Erhürman, pur essendo chiaramente più conciliante e orientato al negoziato rispetto al suo predecessore, riconosce apertamente che né un incontro 5+1 né un eventuale accordo possono procedere senza il consenso della Turchia. Potrebbe essere questo il dato più importante di tutti: un cambiamento di tono nel nord non equivale necessariamente a un cambiamento nella strategia di fondo di Ankara.
Allo stesso tempo, le cosiddette misure di rafforzamento della fiducia continuano a scontrarsi con la politica quotidiana del confronto. L’affermazione di Erhürman secondo cui il ministero degli Esteri cipriota avrebbe contattato le ambasciate per scoraggiare i diplomatici dal partecipare a un briefing organizzato dalla parte cipriota turca è stata confermata da fonti diplomatiche.
Nicosia ha inoltre fatto pressioni affinché il festival serbo EXIT fosse escluso da un evento musicale previsto al Castello di Kyrenia, riuscendoci. Dal punto di vista della Repubblica di Cipro, si tratta semplicemente di una politica ovvia volta a impedire iniziative che possano contribuire a legittimare o rafforzare il regime di occupazione. Dal punto di vista di Erhürman, tuttavia, è l’argomento ideale per sostenere che la parte cipriota greca parla di fiducia al tavolo dei negoziati mentre porta avanti una politica di isolamento al di fuori di esso.
Movimento o semplice movimento apparente?
È proprio qui che emerge la vera domanda: l’attività odierna è sostanziale oppure artificiale? La risposta più probabile è che il processo sia reale, ma che non disponga ancora di un vero slancio politico.
Guterres vuole lasciare l’incarico potendo dire di averci provato. Holguín vuole costruire qualcosa di più solido dell’ennesima fotografia con cinque parti riunite attorno a un tavolo. Erhürman vuole un negoziato, ma opera entro i limiti imposti dal rapporto di dipendenza dei turco-ciprioti da Ankara. La Turchia ha fronti geopolitici molto più importanti da gestire e finora non ha mostrato il cambiamento politico che una soluzione federale richiederebbe. Atene sostiene il processo, ma non si presenta come l’attore intenzionato a guidarlo con decisione, consapevole del rischio di rimanere nuovamente scottata.
Poi c’è Nikos Christodoulides. Per il presidente, anche questa attività ha indubbiamente un valore politico. Un presidente che riesce a riportare la questione cipriota sulla scena internazionale, a portare lo stesso Segretario Generale a Cipro e a mantenere aperto il dialogo può utilizzare questa immagine politicamente in vista del 2028, anche senza arrivare a una soluzione. Ciò non dimostra che il suo impegno sia puramente propagandistico. Crea però un interessante paradosso politico: il processo può essere utile anche senza produrre un risultato.
Ed è proprio questo il rischio maggiore. Che la questione cipriota ricominci ancora una volta a produrre incontri, dichiarazioni, documenti, visite e riunioni a cinque, senza produrre risultati reali. In altre parole, abbastanza attività perché tutti possano sostenere di stare facendo qualcosa, ma non abbastanza da costringere nessuno ad affrontare le decisioni difficili. È uno schema che Cipro ha già visto molte volte.
Ci sarà una crepa?
Il 26 agosto mostrerà se, all’interno di questo schema, esista almeno una prima piccola crepa. I valichi di frontiera non risolveranno la questione cipriota. Ma potranno mostrare se le due parti siano attualmente capaci di raggiungere un accordo persino sulle questioni più semplici. Perché se non riusciranno a trovare un’intesa nemmeno su queste, il grande documento sulle convergenze potrebbe alla fine registrare non quanto le due comunità siano state vicine in passato, ma quanto siano ancora lontane oggi.
Se António Guterres ha ottenuto qualcosa durante la sua visita a Cipro alla fine di luglio 2026, è stato quello di porre la responsabilità di ciò che accadrà – o non accadrà – sulla questione cipriota direttamente sulle spalle dei due leader. Non ha chiesto a Christodoulides ed Erhürman di risolvere la questione cipriota. Ha chiesto loro di aprire due o tre valichi di frontiera.
Se non riusciranno a farlo il 26 agosto, perché mai qualcuno dovrebbe tornare a impegnarsi seriamente nella questione cipriota?
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

