La crisi mediorientale ha trasformato Cipro in un laboratorio inatteso della difesa europea. Senza un’attivazione formale della clausola di mutua assistenza prevista dall’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, la risposta coordinata di diversi Stati membri ha di fatto messo alla prova e rafforzato uno degli strumenti più delicati dell’architettura di sicurezza dell’Ue.
A sostenerlo è il presidente cipriota Nikos Christodoulides, che da Bruxelles rivendica una reazione “storica” dei partner europei dopo l’incidente del 2 marzo, quando droni e missili iraniani hanno colpito obiettivi legati alle basi britanniche sull’isola, nel contesto dell’escalation regionale.
“Cipro non è parte del conflitto. Abbiamo avuto un singolo episodio isolato. Ma ciò che è seguito passerà alla storia”, ha dichiarato. Grecia, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi hanno infatti risposto rapidamente alla richiesta di assistenza di Nicosia, dispiegando mezzi e personale per rafforzare la sicurezza dell’isola.
Pur evitando l’attivazione formale dell’articolo 42.7 – che obbliga gli Stati membri a fornire aiuto a un paese Ue vittima di aggressione armata – Cipro ha, secondo Christodoulides, “testato con successo” la clausola, dandole “carne e ossa”.
Un test politico prima che giuridico
Il caso cipriota evidenzia un punto cruciale: l’articolo 42.7 resta uno strumento fortemente politico, la cui efficacia dipende più dalla volontà degli Stati membri che da meccanismi automatici. La risposta coordinata, seppur informale, suggerisce che una forma di solidarietà operativa è possibile anche in assenza di attivazione formale.
Per il presidente cipriota, il passo successivo è chiarire le modalità operative: “Servono meccanismi precisi su cosa accade quando uno Stato membro attiva la clausola. Non possiamo aspettare il momento della crisi per decidere come reagire”.
Il riferimento implicito è alla mancanza di procedure dettagliate a livello UE, a differenza della Nato, dove l’articolo 5 è supportato da una struttura militare integrata e pianificazione preventiva.
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Autonomia strategica, risposta al segretario della NATO Rutte
Le dichiarazioni arrivano anche in risposta al segretario generale della Nato Mark Rutte, che nei mesi scorsi aveva liquidato come irrealistica l’idea di una difesa europea autonoma senza il supporto degli Stati Uniti.
“I fatti dimostrano il contrario”, ha replicato Christodoulides, sostenendo che quanto accaduto a Cipro prova che “l’autonomia europea è possibile e reale”.
Il contesto è quello di crescenti tensioni tra Washington e gli alleati europei, con il presidente statunitense Donald Trump che ha criticato apertamente i partner Nato per non aver sostenuto l’azione militare contro l’Iran.
Il nodo delle basi britanniche
L’episodio riapre anche una questione storica: la presenza militare del Regno Unito sull’isola. Le basi sovrane di Akrotiri e Dhekelia, retaggio degli accordi del 1960, sono finite nel mirino delle critiche del presidente cipriota, che le ha definite un “residuo coloniale”.
Pur sottolineando che i rapporti con l’attuale governo britannico sono ai livelli più alti dall’indipendenza, Christodoulides ha invocato un “dialogo franco” sul futuro di queste installazioni, una volta superata la fase acuta della crisi.
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Implicazioni per la difesa UE
L’episodio cipriota arriva in un momento in cui l’Unione europea sta cercando di rafforzare la propria dimensione di difesa, tra nuove iniziative industriali e pressioni geopolitiche crescenti.
Se da un lato la mancata attivazione formale dell’articolo 42.7 conferma le cautele politiche degli Stati membri, dall’altro la rapidità della risposta coordinata suggerisce che una capacità di intervento europeo – almeno in forma ad hoc – è già in evoluzione.
Per Nicosia, il messaggio è chiaro: la clausola di mutua assistenza non è più solo un principio sulla carta, ma uno strumento che può funzionare nella pratica. Resta ora da capire se l’Ue saprà trasformare questo test informale in un vero salto di qualità verso una difesa più integrata.

