Islanda ha chiesto alla Commissione europea di non intervenire nel referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’UE, in programma il 29 agosto. Lo hanno riferito a Euractiv due funzionari europei, in un’inchiesta che rivela le pressioni informali esercitate da Reykjavík su Bruxelles nelle ultime settimane di campagna.

Il governo islandese, guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir, fa campagna per il sì alla ripresa dei negoziati, sospesi dal 2013, ma ritiene che la causa sia meglio servita da un distacco della Commissione. Sia Frostadóttir sia la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir hanno più volte affermato che la decisione spetta esclusivamente agli islandesi. Secondo quanto riferito da Euractiv, la premier ha anche ammesso in parlamento a giugno di non trovare irragionevole che l’UE risponda a eventuali domande dirette dei cittadini islandesi, pur avendo trasmesso agli interlocutori europei, in colloqui riservati, un avvertimento più netto: qualsiasi ingerenza esterna nella campagna non sarà tollerata.

Nonostante l’avvertimento, alti funzionari dell’UE starebbero cercando modi per sostenere il fronte del sì senza irritare le autorità islandesi, secondo una delle fonti citate da Euractiv. Un portavoce della Commissione ha però respinto ogni accusa di ingerenza, dichiarando che l’esecutivo comunitario “non interviene mai nelle elezioni nazionali o nei referendum”, e ricordando che la decisione spetta soltanto al popolo islandese. Il ministero degli Esteri islandese non ha voluto commentare le informazioni riportate da Euractiv.

Nel corso del 2026 almeno sette figure politiche europee di alto profilo si sono recate in Islanda, la maggior parte esprimendosi apertamente a favore della ripresa dei negoziati. Tra queste figurano rappresentanti di Spagna, Austria, Germania e Slovacchia, oltre alla presidente del gruppo liberale al Parlamento europeo, Valérie Hayer. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, in visita a luglio, ha dichiarato ai media islandesi che il Paese non ha “nulla da perdere” da un voto favorevole. Il commissario UE alla Pesca, Costas Kadis, aveva invece suggerito, in occasione di una visita ad aprile, che Bruxelles potrebbe cercare di convincere gli islandesi con concessioni sul dossier della pesca, tradizionalmente il nodo più sensibile del negoziato.

I sondaggi indicano una corsa ancora aperta. Un’indagine pubblicata la settimana scorsa dava il fronte del sì in leggero vantaggio, mentre un secondo sondaggio, diffuso giovedì, registrava un sostanziale pareggio tra le due opzioni, con l’8% degli elettori ancora indeciso. Cifre in linea con altre rilevazioni delle scorse settimane: un sondaggio Maskína per il quotidiano DV, pubblicato il 13 giugno, attribuiva il 53,1% dei consensi alla ripresa dei negoziati contro il 46,9% dei contrari, con il 14,6% di indecisi tra il campione complessivo.

Il quesito sottoposto agli elettori riguarda unicamente la riapertura dei negoziati con Bruxelles, non l’adesione vera e propria. L’Islanda aveva presentato domanda di ingresso nell’UE nel 2009, in seguito al collasso del sistema bancario nazionale, aprendo le trattative l’anno successivo e chiudendo 11 dei 33 capitoli negoziali prima della sospensione decisa nel 2013 da un governo di centrodestra. Nel 2015 Reykjavík aveva formalmente comunicato a Bruxelles di non voler più essere considerata Paese candidato. Il parlamento islandese, l’Althingi, ha approvato la convocazione dell’attuale referendum il 28 maggio, con 34 voti a favore, 8 contrari e 14 astenuti. In caso di vittoria del sì, un secondo referendum sarà comunque necessario per ratificare l’eventuale trattato di adesione.

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