La vittoria del “No” al referendum sulla ripresa dei negoziati con l’Unione europea, tenuto in Islanda lo scorso 29 agosto, ha riacceso il dibattito sul futuro dell’allargamento che sia attraente anche per Paesi “ricchi” e sulle nuove possibili forme di cooperazione alternative a un immediato ingresso nell’Unione. L’Europa deve “riflettere” su come diventare più attraente, sostiene il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, che, commentando lunedì il risultato del referendum, ha espresso rammarico per la decisione degli islandesi di non riaprire i negoziati di adesione all’UE.

“Sarebbe stata una grande opportunità per rafforzarci insieme”, ha dichiarato in mattinata il politico della CDU prima della partenza per la Tunisia. Citato dai media tedeschi, il ministro ha osservato che “per l’Unione europea, questo significa che dobbiamo riflettere su come possiamo diventare più attraenti”.

Lo scorso 29 agosto, gli islandesi hanno respinto la proposta di riaprire i negoziati per l’adesione del Paese all’Unione europea. Il fronte del “No” si è imposto nel referendum consultivo tenuto sabato 29 agosto, mettendo almeno per il momento fine al tentativo del governo di riportare Reykjavík al tavolo delle trattative con Bruxelles. I risultati comunicati dalle autorità islandesi hanno visto il fronte del “No” prevalere con il 52,8% dei voti, mentre quello del “Sì” si è fermato al 47,2%. L’affluenza alle urne è stata particolarmente elevata, pari all’82,6%.

La votazione si è svolta all’ombra delle ripetute minacce di Donald Trump di invadere o annettere la vicina Groenlandia. Sebbene l’Islanda sia membro della NATO, i sostenitori dell’adesione all’UE hanno affermato che la solidarietà europea offrirebbe una maggiore protezione qualora Trump rivolgesse minacce simili alla piccola isola artica. In una conferenza stampa, la prima ministra Kristrún Frostadóttir ha affermato che la campagna ha “elevato il dibattito in Islanda a un livello superiore”, pur riconoscendo che c’erano aspetti che “avrebbero potuto essere gestiti meglio”.

Il referendum si è tenuto a 13 anni dall’interruzione dei negoziati per l’adesione dell’Islanda all’UE, avvenuta a seguito di un acceso dibattito sulle conseguenze della normativa europea sulla pesca, settore centrale per l’economia e l’identità dell’isola.

Nel commento ai giornalisti, Wadephul ha osservato che, tra i Paesi partner, “non è detto che tutti aspirino automaticamente ad aderire all’Unione europea”. Per il ministro, il risultato del referendum rappresenta “un’opportunità per valutare dove possiamo migliorare, dove possiamo lavorare per rendere l’UE più attraente”. “Ciò vale, naturalmente, soprattutto per le prospettive economiche che offriamo”, ha aggiunto.

Wadephul si è detto inoltre convinto della necessità di non perdere di vista l’obiettivo di un allargamento verso nord dell’Unione europea. “Questo include naturalmente l’Islanda, ma includerebbe anche la Norvegia”, ha affermato.

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Il “no” islandese non chiude necessariamente il dossier europeo

Come sottolineato da diversi analisti, al pari di altri Paesi partner ad alto reddito come la Norvegia, l’Islanda dispone già di un elevato livello di integrazione con l’UE pur senza farne parte. Partecipa ampiamente al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo (SEE), aderisce all’area Schengen e all’Associazione europea di libero scambio (EFTA), oltre a essere membro della NATO.

Secondo un’analisi del think tank Bruegel, il “no” islandese alla ripresa dei negoziati di adesione non chiude necessariamente il dossier europeo, ma fotografa soprattutto la trasformazione dell’architettura dell’integrazione continentale.

La scelta, osservano gli analisti, non è più semplicemente tra entrare o restare fuori dall’UE: attorno all’Unione si sta formando una rete sempre più articolata di accordi e iniziative a “geometria variabile”, che consentono anche ai Paesi non membri di partecipare a settori strategici come difesa, sicurezza economica, ricerca, spazio e sistemi di pagamento.

Islanda e Norvegia, ad esempio, sono già integrate nel mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo e fanno parte di Schengen; allo stesso tempo, nuovi strumenti come SAFE e i partenariati europei per la difesa stanno progressivamente aprendo spazi di cooperazione anche a Stati terzi.

Per Bruegel, il progressivo disimpegno degli Stati Uniti e la ricerca europea di una maggiore autonomia strategica potrebbero rafforzare ulteriormente questa tendenza, facendo emergere una più ampia Europa “oltre l’UE”, costruita attorno a un nucleo comunitario ma caratterizzata da diversi livelli di integrazione. Resta tuttavia una differenza fondamentale: l’adesione piena continua a garantire ciò che questi accordi non possono offrire, cioè la partecipazione diretta ai processi decisionali dell’Unione. Pertanto, almeno per ora, Reykjavík continuerà ad applicare una parte rilevante delle regole europee senza avere diritto di voto nelle istituzioni che le definiscono.

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