Va avanti ormai da giorni in Albania la cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri”, una mobilitazione contro la concessione di aree protette a investitori internazionali, tra cui il miliardario statunitense Jared Kushner – genero del presidente Donald Trump – per la realizzazione di resort di lusso. Al di là della contestazione specifica, gli slogan rivolti al governo di Edi Rama suggeriscono un dissenso più ampio verso l’assetto politico che guida il Paese da oltre un decennio.
“Si tratta di una protesta eterogenea, che raggruppa varie persone di diverse ideologie”, ha dichiarato Klajdi Kaziu, ricercatore dell’Institute for Democracy and Mediation di Tirana, a Focus Europe. “Ciò che li ha uniti fin dai primi giorni è stato il modo in cui la sicurezza privata ha maltrattato un manifestante albanese a Zvërnec, nel previsto cantiere di costruzione. Quelle immagini hanno scatenato una reazione di indignazione che ha giustamente portato le persone in piazza”.
Tra di loro ci sono l’avvocato Lulzim Alushaj, attivista per la protezione dei diritti dei professionisti, e Lizander Saraçi, ex consulente del presidente della Repubblica albanese. Sentiti da Focus Europe hanno definito la protesta come “la più grande e la più bella dell’Albania democratica”. “È una protesta di giovani che vogliono decidere del proprio futuro ed è frontale contro le due forze politiche più rappresentative del Paese: Partito Socialista (PS | S&D) e Partito Democratico (PD | PPE)”.
“Ci sono molte ragioni per cui la gente protesta. La corruzione, l’ingiustizia sia sul piano legale che nella distribuzione dei beni, l’arroganza del potere”, ha aggiunto Saraçi, che ha confermato come la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la violenza inflitta da agenti di polizia privata nei confronti di un manifestante agli occhi della polizia di stato che non è intervenuta. “In quel momento, la gente ha capito che il potere è stato ceduto completamente ai più forti e che lo Stato non era nemmeno in grado di proteggerli”.
La volontà esternata dalla protesta pare quindi essere innanzitutto quella di esercitare il diritto di espressione contro un governo ritenuto incapace di rispondere ai principali problemi del Paese e da un’opposizione giudicata inefficace e collusa. Tra le criticità evidenziate figurano corruzione diffusa, aumento del costo della vita, insicurezza, controllo delle istituzioni, stagnazione della giustizia, povertà tra i pensionati, emigrazione di massa e problemi legati a sviluppo urbanistico e ambientale.
Le richieste principali includono le dimissioni del governo, la formazione di un esecutivo transitorio, la riforma della legge elettorale e nuove elezioni, oltre alla volontà di mantenere la protesta indipendente da influenze politiche e mediatiche. L’annullamento del progetto immobiliare sarebbe una vittoria dolce-amara, secondo Saraçi “è una delle conseguenze dei cambiamenti intenzionali di legge che aprono le strade agli abusi”.
Alla base della mobilitazione viene inoltre denunciata una crisi di rappresentanza democratica, legata alla bassa partecipazione elettorale e alla percezione di un sistema politico consolidato da decenni di abuso di potere. “Alle ultime elezioni ha votato il 44,5% degli aventi diritto, il governo è sostenuto da un quinto dei cittadini” ha fatto presente Alushaj.
Complessivamente le argomentazioni ambientali sembrano avere perso slancio nel corso dei giorni. “Notando come un gruppo così eterogeneo continui a rimanere unito nelle strade ancora oggi, si potrebbe sostenere senza indugi che il loro minimo comune denominatore sia la generale insoddisfazione nei confronti del governo di Edi Rama”, ha detto Kaziu. Tuttavia, il simbolo delle proteste resta il fenicottero, animale tipico dell’area la cui sopravvivenza potrebbe essere messo a rischio dai grandi progetti immobiliari.
Parallelamente, il tema delle grandi costruzioni e della trasformazione del territorio ha contribuito ad ampliare il quadro della protesta favorendo anche l’adesione di manifestanti sensibili alla causa palestinese. Bandiere della Palestina sono state infatti esposte durante le proteste in relazione ai presunti legami tra alcune aziende coinvolte nel progetto e Israele, nonché alle similitudini tra quanto sembra attendere l’Albania e il controverso progetto del “Gaza Resort”.
Solo pochi mesi fa tramite un video generato con intelligenza artificiale diffuso da Donald Trump, la Striscia di Gaza veniva raffigurata come futura destinazione turistica di lusso, in cui il presidente statunitense brindava con l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu. Per i manifestanti questa è evidenza del rischio di trasformazioni radicali dei territori a scapito delle popolazioni e degli ecosistemi locali, quando si lascia spazio ai potenti.
Tanto Alushaj quanto Saraçi hanno dichiarato di partecipare alle manifestazioni come persone libere, impegnate nella società civile e genitori. La politica partitica non è presente nelle proteste, salvo pochi nuovi schieramenti che insieme contano solo quattro deputati, a cui però non è consentito parlare dal podio. “La bellezza della democrazia si rispecchia nei occhi di tantissimi giovani che manifestano in maniera pacifica, elegante, con l’umorismo e pieni di idee per come vogliono rendere il loro Paese e le loro vite per i prossimi decenni”, ha detto Alushaj.
Negli ultimi anni il panorama politico albanese viene descritto da Alushaj come sostanzialmente immutato e dominato dalle stesse forze tradizionali, percepite da una parte dei manifestanti come rappresentative di una minoranza dell’elettorato attivo. Secondo questa lettura, i governi succedutisi negli ultimi decenni hanno adottato pratiche poco trasparenti, contribuendo alla diffusione della corruzione, alle fragilità del sistema giudiziario, alla violazione dei diritti di proprietà e a un progressivo impoverimento sociale e territoriale.
In questo contesto, la mobilitazione viene vista dai suoi sostenitori come un segnale di cambiamento politico e sociale, capace di estendersi ad altre città e di favorire la nascita di nuove forze politiche considerate indipendenti dalla classe dirigente tradizionale e potenzialmente portatrici di un approccio riformista e alternativo.
“La speranza e la richiesta principale della gente in piazza è che le proteste portino a un cambiamento nella politica nazionale”, ha chiosato Saraçi. “Siamo consapevoli che non è facile ma neanche Roma è stata costruita in un giorno”.
[A cura di Cesare Ceccato e Sara Bertolli]

